1968: un altro mondo possibile

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Il 1968 fu un anno bisestile che la ONU, attraverso l’UNESCO, aveva dichiarato “Anno Internazionale dei Diritti Umani”, dal momento che il 10 dicembre si celebrava il 20° anniversario della “Dichiarazione dei Diritti Umani”. Nessuno avrebbe immaginato che quell’anno sarebbe stato ricordato per ben altro.

Raccontare il ’68, a cinquant’anni dai fatti che lo resero uno snodo importante nella storia dell’Italia e del mondo, richiede un’analisi ponderata, in grado di metterne in chiaro, senza esaltazioni o storture ideologiche di varia matrice, i cambi significativi che ha rappresentato nella vita delle generazioni nate nel secondo dopoguerra e anche le eventuali conseguenze di quella che è stata comunque una grande rivoluzione sociale e di costume. Una serie di avvenimenti fondamentali di forte impatto a livello mondiale, avvennero in quell’anno, provocando una valanga nella coscienza dei giovani, affacciatisi per la prima volta come protagonisti alla ribalta della Storia.

I padri intellettuali del ’68 furono i sociologi e filosofi Max Horkheimer, Herbert Marcuse y Theodor W. Adorno, con le loro critiche alla società del consumo., insieme a modelli di combattenti rivoluzionari come Rosa Luxemburg o Ernesto "Che" Guevara.

Anche negli Stati Uniti il ’68 fece esplodere tutte le contraddizioni di un sistema capitalistico che mandava a morire nel lontano Vietnam migliaia di giovani. L’episodio che svegliò gli americani dal torpore in cui li teneva una propaganda capillare che ripeteva il solito slogan di tutti gli imperialismi, ossia quello di invadere paesi per tutelarne la democrazia, fu la strage di My Lai, un piccolo villaggio vietnamita dove i soldati della Compagnia Charlie degli USA uccisero 500 civili disarmati, tra cui bambini, donne e anziani. Era il 16 marzo del 1968. Questo episodio indignò il mondo intero e milioni di persone scesero in piazza per chiedere ragione di tanto orrore e il ritiro delle truppe americane.Tra i responsabili del massacro fu condannato solo John Calley, liberato poi dal Presidente Richard Nixon. La guerra del Vietnam, durata dal 1965 al 1975, fu l’evento intorno al quale si formarono i primi gruppi di protesta civile che criticavano il modello di sviluppo americano, ne denunciavano gli errori, chiedevano pace e giustizia.

Dopo otto anni di guerra, gli Stati Uniti avevano perduto la loro immagine di potenza anticolonialista e pacifista per trasformarsi agli occhi della opinione pubblica mondiale in una potenza imperialista e aggressiva che contraddiceva nella pratica politica la sua stessa Costituzione. L’impatto popolare di foto come quella del massacro di My Lai e della giovane manifestante offrendo un fiore ai soldati schierati in armi confermavano che il “No alla guerra” si era diffuso a livello popolare e si era internazionalizzato. La sconfitta degli Stati Uniti per opera del popolo vietnamita che contò un milione di morti, 58mila giovani americani morti nel conflitto e 300mila feriti e mutilati, segnarono per sempre l’opinione pubblica non solo americana ma mondiale.

Il rifiuto della guerra divenne il cuore pulsante di una gioventù che riempì piazze e cantò canzoni. Il Festival di Woodstock nel White lake di New York convocò per tre giorni in agosto il popolo rock e hippie, circa 500.000 persone, divenendo il simbolo di una generazione, stanca di guerre, che rifiutava un sistema politico-economico basato sull’ingiustizia, lo sfruttamento dei più deboli, che voleva l’immaginazione al potere e una vita all’insegna dell’amore e della pace. Era questa la controcultura che permeò in modo irreversibile non solo la generazione del ’68 ma anche quelle successive.

Nello stesso anno l’assassinio di due grandi leader scosse ancora il mondo accrescendo notevolmente il malessere che ormai serpeggiava in differenti strati sociali: Martin Luther King, apostolo pacifista della causa dei diritti dei Neri d’America il 4 aprile e il 5 giugno Robert F. Kennedy, fratello del Presidente assassinato John F. Kennedy.

In Europa furono i fatti di Cecoslovacchia a smuovere la coscienza critica degli Europei. La cosiddetta Primavera di Praga era il tentativo di Alexander Dubcek di introdurre nel blocco sovietico del Patto di Varsavia un “socialismo dal volto umano” che permettesse libertà e autonomia ai Paesi dietro la “cortina di ferro”, attraverso un audace piano di riforme per democratizzare il sistema. Fu un sogno breve interrotto dai carri armati sovietici nella notte tra il 20 e il 21 agosto che fecero 70 morti e 700 feriti. La foto dello studente Jan Palach che si diede fuoco per protesta invase i muri delle strade e anche delle stanze di giovani e studenti che fino a quel momento erano state asettiche, con al massimo appesa sulla parete una riproduzione di qualche quadro famoso o foto di famiglia. Nel ’68 la politica entrò prepotentemente nelle case, ne cambiò l’aspetto, le dinamiche familiari, il modo di vivere.

Nella tarda primavera del ‘68 esplose il “maggio francese”che si convertí in un simbolo dei movimenti di protesta di tutta Europa. Gli studenti universitari di Parigi e d’altre città francesi tennero in scacco il governo del generale De Gaulle con una rivolta che dalle aule passò alle strade, sollevò barriccate e separò dal resto della città il Quartiere Latino, abitato per lo più da studenti e stranieri. Il movimento ebbe, secondo storici e politologi, più l’aspetto di un malessere generazionale che di una messa in discussione politica della società, come invece avvenne in Italia.

Le prime proteste studentesche avvennero proprio in Italia coi fatti di Valle Giulia, il 7 marzo del ’68, mesi di anticipo rispetto al “maggio francese” che molti considerano erroneamente la prima protesta studentesca. Per 20 ore studenti della Facoltà di Architettura tennero testa alla polizia armata di camionette corazzate, idranti e bombe lacrimogene, una vera e propria battaglia che cambiò anche il modo di vestire. Le foto di Valle Giulia mostrano infatti studenti in giacca e cravatta e studentesse in tailleur, o in vestiti da “signorine bene” e scarpe col tacco. Da allora a scuola e in piazza si andrà con jeans, eskimo e scarpe da ginnastica.

In Italia la protesta studentesca radicava le sue ragioni nella denuncia di una società organizzata secondo il modello capitalistico nord americano al quale il nostro paese si era asservito in conseguenza degli aiuti elargiti dagli Americani col Piano Marshall per la ricostruzione del paese. Questi giovani, figli del dopoguerra, crebbero in una società dove ai grandi ideali di giustizia sociale della Resistenza antifascista si erano sostituiti i piccoli egoistici ideali di una società del consumo basata sul denaro e il profitto. L’Italia era governata da una Democrazia Cristiana alla quale erano stati dati i soldi per la ricostruzione, collocando all’opposizione quelle forze che avevano liberato il Paese dal nazi-fascismo. La corruzione, la collusione tra il potere politico e le varie mafie già mostrava il suo volto.

Nel ’68 quei giovani di cui solo poco tempo prima i grandi giornali di opinione avevano parlato come di ottusi figli del benessere, scesero in piazza a dire la loro su tutto. Cominciarono a riunirsi in assemblee, a occupare le Università, a accendere un dibattito sui grandi temi che apparivano in quel momento imprescindibili. Quella protesta parve a molti inconcepibile, in quanto veniva da quelli che fino a quel momento erano stati i figli della classe dirigente conservatrice. Ma altri soggetti sociali erano entrati nella scuola, i figli della piccola e media borghesia e i figli degli operai.   Il malessere sociale fece presa sui giovani nati nel dopoguerra: fra loro si diffuse il desiderio di un mondo piú giusto e di nuovi rapporti nella famiglia, nella società e nella scuola. La riforma scolastica aveva aperto le porte delle scuole superiori e dell’università a una gran massa di studenti proveniente da tutte le classi sociali, comprese quelle che in passato ne erano state escluse.   La conseguenza fu un’aspra critica della scuola in molteplici aspetti: contenuti culturali e programmi, trasmissione del sapere, metodo di studio, relazione docente-studente. Si sperimentarono nuovi metodi di studio nelle scuole occupate, si contestò la famiglia e la morale corrente, considerata ipocrita, si protestò contro la guerra in Vietnam, simbolo di guerra capitalista.

La contestazione si innestò in queste nuove realtà e nacquero nuovi movimenti sociali. Tra realtà e utopia si fecero strada altri sogni. Questa esplosione contestataria venne considerata da alcuni una vera e propria rivoluzione che cambiò per sempre la società, come ci dice lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, per altri come nel caso del giornalista e economista spagnolo Joaquín Estefanía, l’assenza di un cambio politico radicale la colloca esclusivamente come una ribellione all’ autoritarismo e all’ imperialismo. Ma tutti riconoscono che quella generazione di giovani sognò in grande credendo che un altro mondo fosse possibile, non regolato dalle leggi del profitto ma da quelle della convivenza civile basata sulla giustizia sociale, l’equa distribuzione della ricchezza, i diritti di tutti, l’abolizione dell’autoritarismo a favore dell’autogestione e della collaborazione tra i soggetti sociali.

Per la prima volta studenti e operai scesero in piazza insieme, protestando contro un sistema nei cui valori non si riconoscevano. Il “miracolo economico” che sembrava aver portato un diffuso benessere cominciava a rivelare il suo lato oscuro. Al “boom” seguì una crisi economica che penalizzava la classe operaia a favore delle imprese. Lo slogan più gridato nelle piazze era “Studenti e operai uniti nella lotta”. In questa lotta comune si univano finalmente due componenti fino ad allora separate della società: quelli che producevano beni e quelli che producevano idee e nella pratica comune della protesta e dello scambio ridefinivano una nuova identità sociale. Alle rivendicazioni degli studenti e dei lavoratori si aggiunsero quelle del nascente femminismo che faceva delle donne un soggetto politico forte in grado di rivendicare i propri diritti e la propria autonomia e dignità di persone chiedendo la parità di diritti con l’uomo e un nuovo diritto di famiglia.

Lo Stato impreparato a queste nuove istanze che dal basso premevano per un cambio, represse senza pietà, non solo le manifestazioni studentesche ma anche quelle dei lavoratori. Il 2 dicembre del ’68 la rivolta dei braccianti di Avola (Siracusa), che chiedevano 300 lire in più, venne sedata nel sangue. A questi fatti seguirà l’autunno caldo del ’69, la strategia della tensione da parte dello Stato, il terrorismo nero e quello delle Brigate Rosse che sceglieranno come obiettivo singoli uomini considerati responsabili (giornalisti, magistrati, industriali, sindacalisti, militari) e non masse di innocenti.

La nostra successiva storia politica sembra ben lontana dai sogni politici del ’68, per certi aspetti ingenui nei modi in cui si credeva di poter realizzare una società più giusta, basandosi ancora sull’analisi marxista del potere politico ed oggi più che mai questi eventi potrebbero sembrarci lontani, in una realtà dove la politica è dominata dall’economia che stringe il mondo in un’unica morsa, ma lo spirito del ’68 ha cambiato la società e i valori vigenti fino a quel momento. Quella generazione di giovani, il cui livello di istruzione era in molti casi superiore a quello dei loro genitori che lo avevano fermamente voluto per desiderio di una ascesa sociale, non condivideva più i valori dei padri, rifiutando una società convenzionale e per certi aspetti arcaica. L’acculturazione di questi giovani avveniva abitualmente fuori delle istituzioni tradizionali di partecipazione politica e sociale, in gruppi e organizzazioni del movimento studentesco e di controcultura.

Le ripercussioni intellettuali del ’68 continuano ancor oggi a suscitare controversie. Dal punto di vista conservatore lo si considera responsabile della crisi di valori tradizionali, del rilassamento dei costumi specie sul terreno sessuale, della perdita del rispetto patriarcale, della ribellione all’autorità, dell’uso di droghe e del disprezzo per l’etica del lavoro. I suoi difensori valorizzano al contrario proprio la rottura dei valori tradizionali e autoritari della società del tempo. La società era per i giovani del ‘68 troppo conservatrice e reazionaria.Le loro idee provocarono una grande trasformazione tuttora vigente: partecipazione attiva dei giovani in politica, educazione sessuale, emancipazione della donna, modernizzazione della pedagogia, cambio nelle dinamiche di relazione genitori-figli, uomo-donna. Di tutte queste conquiste, oggi anche i detrattori ne usufruiscono.

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