AL DI LÀ DEL VALLE, UN TEATRO ALQUANTO STABILE

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Partiamo dal principio: le cause e l'assenza di una governance. La data del 14 giugno del 2011, giorno della presa del Valle, non basta da sola a spiegare la situazione che si è determinata e in certi sensi allargata al resto del paese, fornendo un riferimento per la nascita di esperienze simili come MACAO a Milano, dell'Ex Asilo Filangieri a Napoli e della Cavallerizza di Torino. Luoghi e spazi sottratti all'abbandono o all'incuria delle istituzioni che vengono occupanti e restituiti alla cittadinanza attraverso le varie declinazioni dell'arte. Certo la questione è complicata, piena di controsensi e conflitti interni. Occupanti conto istituzioni, proprietari di sale private contro gli occupanti e gli artisti da loro ospitati, artisti istituzionalizzati contro gli occupanti oppure privati ed occupanti che co-producono insieme spettacoli. Non è un caso se queste occupazione nascono dalla volontà di aprire una breccia nel complesso e chiuso mondo delle istituzioni artistiche. Politica e teatranti legati dalle secolari origini comunitarie e sociali oggi vivono separatamente e si scontrano su questioni di principio, mentre i Teatri Stabili – che da statuto dovrebbero coinvolgere la cittadinanza – non riescono a cogliere questa occasione di inserirsi in un discorso di rinnovamento restando impantanati, nella maggior parte dei casi, nei propri interessi privati e personali.

Bene comune o torto a qualcuno? Era il maggio del 2010 quando il IV governo Berlusconi attraverso un decreto legge sopprime l'ETI, Ente Teatrale italiano, trasferendolo di fatto al Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In quel periodo l'Ente puntava molto sulla rinascita del Teatro Valle, acquistato nel 1969 ma di cui curava la programmazione già nel 1955, cercando di proporre un nuovo sistema di abbonamenti proponendo percorsi monografici dei principali interpreti delle scena contemporanea, l'acquisto di biglietti online ed il ritorno della danza internazionale. La stagione 2010/2011 viene programmata in tempo e portata a termine sul filo del rasoio, ma restava la grande incognita del dopo. Vendita ad un privato? Trasformare il teatro in altro? Chiuso il sipario nessuno riesce a dare una risposta concreta a queste domande e da questa situazione di incertezze prende vita l'occupazione da parte dei lavoratori dello spettacolo e dei dipendenti del Valle che sotto la spinta dei Referendum abrogativi riguardanti i beni comuni fanno leva sul concetto di cultura come bene comune. La proposta è quella di usare il teatro come vettore per l'agire collettivo. La strada che porta alla nascita della “Fondazione Teatro Valle Bene Comune” e del suo statuto nel settembre 2013 è fatta da cittadini ed operatori del settore determinati a portare avanti un progetto che concretizzi il “teatro bene comune” riconoscibile ad un livello costituzione, normativo e giuridico. Proprio in questo modo l'occupazione muta nel suo doppio. Come in uno spettacolo di ombre esiste una dimensione concreta, l'occupazione illegale, ed esiste la sua proiezione e cioè la volontà di diventare uno strumento attraverso il quale si può essere riconosciuti per instaurare un dialogo con le istituzioni, le stesse che secondo gli occupanti avevano tradito il proprio mandato costituzionale.

Ha vinto la partecipazione e l'ala conservatrice della cultura. Gli occupanti e gli artisti attivi in questo percorso hanno creato un precedente interessante e stimolante per le realtà italiane. L'autodeterminazione ha portato al riconoscimento pratico verificabile dal numero di performance eseguite al Valle e al numero e alla qualità di quelle nate al suo interno. Eppure il Comune ed il Teatro di Roma hanno inesorabilmente posto la parola fine – a meno di grandi sorprese – per questa esperienza. Resta la Fondazione che uscita anche dallo stato di occupazione può diventare a sua volta in qualcosa di nuovo, magari instaurando quel dialogo tanto atteso con le istituzioni. Ma la cultura è in mano ai conservatori che non riescono a leggere il cambiamento di cui ha bisogno il pubblico, inteso sia come spettatori e come Stato.
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AL DI LÀ DEL VALLE, UN TEATRO ALQUANTO STABILE