ANCORA PENA DI MORTE IN AMERICA

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E' di nuovo polemica sulla pena di morte in America. Nel carcere di Florence, Arizona, Joseph Rudolph Wood, rinchiuso nel braccio della morte nel 1989 per uccisione della sua compagna, Debra Dietz, e del padre di lei, Eugene Dietz, ha sofferto per ben 117 minuti prima di morire per un iniezione letale. Gli effetti di un cocktail fatale, di solito, si verificano dopo 10 minuti ma per Wood l'agonia è stata molto più lunga del previsto. Dopo circa un'ora e dieci respirava ancora, rantolava, si agitava, gemeva. Il cocktail usato – composto dal midazolam, da un anestetico e dall'idromorfone – è inedito, un esperimento dopo la decisione di alcune case farmaceutiche europee di bloccare l'invio dei farmaci utili per la pena capitale.

Pochi giorni prima dell'esecuzione i legali del condannato avevano chiesto di conoscere il contenuto del cocktail che avrebbe spedito a miglior vita il loro assistito. La Corte d'Appello di secondo grado aveva accolto la richiesta, la Corte Suprema l'ha respinta, facendo appello alle leggi sulla segretezza. Un testimone, Michael Kiefer, scrittore per Arizona Republic, ha contato 660 gemiti del condannato; Troy Hayden, reporter di Fox 10 News, ha dichiarato: “E' stato qualcosa di molto shoccante, come i singulti di un pesce tirato a riva. A un certo punto mi sono chiesto se quell’uomo sarebbe mai morto”. La situazione è stata così lunga che i legali hanno avuto il tempo di provare un'ultima mozione per salvare Wood.  

Sulla vicenda si è espressa anche Jan Brewer, 69enne governatrice dell'Arizona, che ha affermato che “il detenuto Wood è morto in un modo rispettoso delle leggi e secondo testimonianze oculari e pareri medici non ha sofferto. Al contrario dell'orribile e crudele sofferenza che inflisse alle sue due vittime, e a una vita di sofferenza che impose alle loro famiglia”. Malgrado le sue dichiarazioni, però, la governatrice ha ordinato al dipartimento delle prigioni di riesaminare l'esecuzione dell'omicida. Tom Horne, procuratore generale dell'Arizona, ha dichiarato che “per motivi precauzionali” non firmerà più mandati di morte finché non sarà rianalizzata la condanna di Wood. Jeanna Brown, sorella di Debra Dietz, una delle vittime di Wood, ha riferito alla stampa che ciò l'esecuzione che ha visto “non è nulla comparata a ciò che accade il 7 agosto 1989”. Per la donna “ciò che è atroce è vedere tuo padre e tua sorella giacere in due pozze di sangue”.

Dale Baich, avvocato del condannato a morte, ha mostrato tutto il suo risentimento per la vicenda in un'intervista: “L'Arizona sembra si sia unita ad altri stati che sono stati responsabili di un orrore evitabile – un'esecuzione riuscita male. Lo stato dovrebbe ritenere responsabili i suoi funzionari e chiedere di rendere questo procedimento più trasparente”. Successivamente, intervistato da Rachel Maddow su MSNBC, ha continuato  ad attaccare l'Arizona per via del suo “esperimento” e ha dichiarato di aver assistito nella sua vita a 11 esecuzioni ma di non aver mai assistito ad una pena capitale così lunga.
L'uso del neo-cocktail è stato criticato anche dall'ACLU (American Civil Liberties Union) che ha iniziato una campagna contro la segretezza della pena di morte in alcuni stati della America, dichiarando che l'Arizona ha violato il primo emendamento, l'ottavo emendamento e i vincoli di principi di decenza morale. “Joseph Wood ha sofferto una punizione cruenta e insolita quando è rimasto apparentemente conscio dopo la somministrazione delle droghe. E' tempo per l'Arizona e per gli altri stati che ancora usano l'iniezione letale di ammettere che questo esperimento con droghe inaffidabili è un fallimento”, ha dichiarato pubblicamente Cassandra Stubbs, direttore del progetto della pena capitale dell'ACLU. Wood è il primo giustiziato di quest’anno in Arizona, il 37° da quando l’Arizona ha ripreso le esecuzioni nel 1992, il 26° dell’anno negli USA e il n°1385 da quando gli Stati Uniti hanno ripreso le esecuzioni – 17 gennaio 1977 -.

I dosaggi variano da stato a stato: la Florida usa 500 mg di midazolam; l'Ohio utilizza 50 mg dopo l'esecuzione mancata a gennaio di Dennis McGuire, che ha sofferto per 26 minuti prima di spirare; l'Oklahoma ha deciso per 100 mg e l'Arizona per 50. Il problema vero è che molti stati americani si rivolgono alle compounding pharmacies, dei veri e propri laboratori “artigianali” che creano farmaci utilizzati per la pena capitale. C'è un un vero e proprio alone di mistero attorno alle amministrazioni penitenziarie che non rispondono pubblicamente alla stampa, agli avvocati e alle associazioni sui nomi dei fornitori "privati" e sulle pratiche utilizzate per le esecuzioni. Molti governi europei, tra l'altro, hanno imposto restrizioni sull'esportazioni di farmaci per le esecuzioni in America.

Secondo il report di Nessuno tocchi Caino, l'ONG affiliata al Partito Radicale, nel corso del 2013 sono state uccise nel mondo, con pena capitale,  4.106 persone rispetto alle 3.967 stimate nel 2012. Il rapporto conferma i dati rilasciati da Amnesty International: in America la pena di morte è applicata concretamente solo negli USA, al quinto posto globale per numero di esecuzioni, con 39 morti – dopo Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita -. Secondo il Death penalty information center, il ricorso alla pena di morte negli Stati Uniti è comunque in continuo calo. Nel 2013, nei 32 stati che utilizzano la pena capitale. ci sono state 79 condanne a morte da parte del giudice, il 10% in meno dell'anno prima, e le 39 esecuzioni rappresentano, in ogni caso, il numero più basso degli ultimi 14 anni. Nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014 altri stati americani hanno aderito al Secondo Protocollo opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici per l'abolizione della pena di morte, dopo aver superato i dieci anni senza effettuare esecuzioni o per aver stabilito un moratoria legale delle esecuzioni. A Maggio 2013 il Maryland è diventato il sesto Stato ad abolire la pena di morte dopo New Jersey, New York, New Mexico, illinois e Connecticut.
 
Un altro evento storico è ciò che è avvenuto in California. Un giudice federale, che ha definito “disfunzionale” il sistema americano, ha dichiarato incostituzionale la pena di morte. Cormac Carney, dopo l'annullamento della sentenza di morte emanata nel 1995 nei confronti di Ernest Jones per lo stupro e l'omicidio della madre della sua compagna, ha affermato che dal 1978 più di 900 persone hanno subito una condanna a morte ma solo 13 sono state eseguite. Come riferito dall'Independent, Carney ha dichiarato che la sentenza di morte, caratterizata dall'incertezza, rappresenta un'attesa troppo lunga. “L’attesa per l’esecuzione finale non serve allo scopo deterrente e punitivo, in un sistema dove sono fattori arbitrati, piuttosto che quelli legittimi come la natura del crimine o la data delle sentenza di morte, a determinare se un individuo deve essere giustiziato”. Gil Garcetti, ex procuratore distrettuale di Los Angeles, che da anni combatte contro la pena capitale, ha dichiarato che la sentenza “prova ulteriormente che la pena di morte non funziona, che ha costi esorbitanti, è ingiusta e non serve alcuno scopo legittimo. L'unica soluzione è rimpiazzare la pena di morte con l'ergastolo, senza possibilità di ottenere la libertà condizionale”.
 
Secondo uno studio pubblicato ad Aprile su Proceeding of the National Academy of Sciences (PNAS), che ha analizzato circa 7.500 condanne a morte in 30 in America, un condannato su venticinque risulta probabilmente innocente. Samuel Gross, docente dell'Università del Michigan e conduttore di quest'indagine, ha affermato che tra il 1973 e il 2004 il 4,1% dei condannati non doveva essere mandato a morte. Risultato: 300 persone probabilmente innocenti. Secondo Gross "dal 1973 al 2004, l'1.6% dei condannati a morte sono stati scagionati e messi in libertà perché innocenti”. Il professore ha dichiarato, infatti, che tra le difficoltà per individuare le persone ingiustamente ritenute colpevoli c'è il fatto che più del 60% dei detenuti condannati alla fine viene levato dal braccio della morte perché la condanna viene commutata in ergastolo.
 
Dopo la condanna in Oklahoma, a fine aprile, del 38enne Clayton Lockett, sofferente per ben 43 minuti dall'inizio dell'esecuzione, il Presidente Obama aveva dichiarato, durante una conferenza con Angela Merkel, di avere idee contrastanti sulla pena capitale affermando che la vicenda di Lockett metteva “in evidenza alcuni problemi significativi”, spingendo gli americani a “porsi domandi difficili e profonde intorno al tema della pena di morte”. Per il President il dipartimento di Giustizia ha il dovere di “fornire un'analisi delle misure prese, non solo nel caso dell'Oklahoma, ma più in generale per questo settore”. "Devo dire che ci sono certe circostanze in cui un crimine è così terribile che l'applicazione della pena di morte è appropriata, uccisioni di massa o uccisioni di bambini", aveva dichiarato Obama.
 
Eppure, secondo un sondaggio di Gallup alla fine del 2013, la percentuale di statunitensi favorevoli alla pena di morte è scesa vertiginosamente. Secondo l'indagine solo il 60% dei cittadini USA è d'accordo per l'uso della pena capitale e ciò rappresenta la percentuale più bassa dal 1972. “L'attuale periodo di minor consenso può essere legato alla moratoria della pena di morte in diversi stati, cominciata intorno al 2000 dopo che diversi detenuti del braccio della morte erano stati riconosciuti innocenti”, scrive Gallup. Il massimo storico fu raggiunto nel 1994 con l'80% dei favorevoli.

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