Centodautore: ragioni e autori di una collana di poesia - 13

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- Sul finire del 2014 gli artisti visivi Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi hanno dato vita per le Edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale, alla collana “CentodAutore”. Si tratta di pubblicazioni di poesia dell’area sperimentale di smilzi volumetti di una trentina di pagine in formato A6.

- La scelta dei poeti pubblicati è ragionata in base alla qualità, meno per il nome dell’autore, il che rende l’operazione ancora più meritevole. Ogni volumetto è investito di una sorta di “opera unica” (numerate e firmate dall’autore) per via della personalizzazione della copertina, interventata da parte degli stessi, con tecnica e materiale a scelta. Piccoli gioielli di una collezione “ad arte”.

- Fino ad oggi sono stati pubblicate dodici opere che qui presentiamo ricorrendo a stralci presi dalle varie prefazioni, corredate da un testo poetico.

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Le verità nascoste che Marisa Papa Ruggiero indaga con patos ed eros in un quotidiano sempre più cieco e sordo ai mutamenti e alle esigenze dell’uomo, sono il sale della sua poetica e di queste quattordici poesie inedite raccolte in Se questo è il gioco (Eureka Edizioni, 2018), le quali, estrapolate da un contesto schematico, con bravura le rende poetiche, dandole una nuova veste, una nuova vita, granelli di sabbia per suscitare le coscienze a vedere al di là della scena stereotipata.

Più dettagliatamente, Papa Ruggiero estrapola scene, contesti, parole, oggetti, sensazioni dal quotidiano stantio per darle nuova linfa per guardare oltre, non già nel nostro animo, nel nostro inconscio dove sono imprigionati i sentimenti migliori che attendono di essere liberati, ma nella vita di tutti i giorni.

Questi testi di dipanano lungo il trascorrere del tempo alla ricerca della memoria, dell’amore; non indietreggiano di fronte al dolore di una vita grama come quella che siamo costretti a vivere oggi, contrapponendo sentimenti profondi e un’etica che sembrano fuori dai radar dalla sfera umana. È ovvio che tale posizione non va incontro a gioia e felicità, ma ad un consapevole scoramento, alla nostalgia, alla sofferenza; una sofferenza che diventa fisica che si lascia attraversare dalla parola, dal ritmo, dal suono, dal canto di un poetare che alla fine si consola – per modo di dire – nel compiacimento della bellezza di vita che tutti noi dovremmo poter vivere. E nell’attesa non resta che resistere all’onda della cattiverie, di una narrazione individualista e narcisista della vita:

 

se questo è il gioco

           apprendo i miei

                confini

   tra curve catenarie

 

in latitante presente

               in scorci e affondi

         in dialogo di forze

lungo fossi e forre

desertiche

ciechi

       scomparti

sul respiro a secco

                     eppure sai che

in un solo momento

         dell’ellisse

qualcosa accade (p. 20).

 

Dirà Mario Persico ne La parola rotolante, prefazione al volume, a sostegno di ciò che andiamo dicendo, «Marisa Papa Ruggiero sembra voglia interrogarsi su quel profondo bisogno dell’anima di conoscere la fonte di quelle infinite maschere che ci permettono di essere in questo mondo, Si tratta, insomma, di un gioco, spesso drammatico, con cui si mette in crisi la concezione della realtà così come l’abbiamo ereditata da una tradizione di pensiero» (p. 2) che ha portato ad un quasi totale disincanto e indifferenza nei confronti della nostra epoca dove la fanno da padroni politici corrotti e ignoranti, nonché capitalisti senza scrupoli:

 

se

mi sposto lo sai

         rompo

             l’assetto delle immagini

che hanno in corpo

l’enigma

         sillabando tra le righe

di una sonata patafisica

 

gettata in mare

         io sono

sguardo che entra

in ciò che vede

             fino a diventare

                         ciò che vede (p. 15).

 

Conosco Marisa Papa Ruggiero ormai da un trentennio e ho assistito, quasi passo passo, alla sua evoluzione poetica che ancora deve e darà ai lettori che cercano qualcos’altro nel mondo della poesia, che vada oltre il vedere e il sentire di questa società per abitare un nuovo cosmo dove l’umanità è costruzione e no depressione, concreta dimensione del vivere umano. E ciò che accade nella società davvero ci spaventa; ed ecco che il discorso può ruotare attorno ad una domanda essenziale: «Che cos’è stata e che cosa è ora la nostra civiltà occidentale?». Per ora la risposta sembra scontata né possiamo delegare solo alla poesia la costruzione di uno spiraglio.

Ma chi è Marisa Papa Ruggiero? Un’artista verbo visuale che inizia il suo percorso poetico alla fine degli anni ’80 affiancando alla sua attività pittorica e didattica nei Licei della città di Napoli dove vive. In poesia esordisce con Terra emersa ed entra come fondatrice nella redazione della rivista di ricerca letteraria «Oltranza». Seguono, dal 1991 ad oggi i seguenti testi di poesia pubblicati con Ripostes, Guida, Edizioni Riccardi, Manni, Puntoacapo, Ladolfi, Passigli: Limite interdetto (1993); Origine inversa (1995); Campo giroscopico (1998); Persephonia (2001); Passaggi senza confine (2011); Di volo e di lava (2013); Jochanaan, 2015); Un intenso venire (2017). Suoi testi poetici vengono rappresentati come eventi teatrali e letture sceniche dal gruppo di cultura teatrale “L’ascolto” e nei siti archeologici di Cuma, Napoli, Bacoli, Siracusa. Partecipa con opere grafiche e collages a varie esposizioni di arti visive. Nel 1998 entra nella redazione di «Risvolti – quaderni di linguaggi in movimento» e dà inizio alla sua attività critica. Attualmente è redattrice della rivista «Levania», di cui è stata una dei fondatori.

Dopo i “mea culpa” – nessuno può ritenersi non complice di questa comatosa vita ‒, speranza il primo sentimento che dovrebbe emergere (non si dice la speranza è l’ultima a morire?), aprendo un confronto drammatico che porta conseguentemente soprattutto a scavare nell’animo umano, nel tentativo di svegliare le coscienze di fronte all’invadenza dei soprusi, del ritorno alle guerre anche se regionali – e per fortuna! ‒, delle umiliazioni, con la potenza di tutti i popoli, denudando lo sconcerto, ridando «quell’ossigeno per avere ancora un rapporto con la poesia» (Persico, p. 3):

 

se questo è il gioco

siamo

forse già accadudi

altrove

in questo teatro mutante

fatto di spazi vuoti

[…] (p. 32).

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