Cos'è la felicità? Parte prima

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Cos'è la felicità? Chi non si è posto almento una volta questo interrogativo esistenziale alla ricerca della verità? Il ventaglio delle risposte possibili va dall'amara constatazione della sua inesistenza alla possibilità per ciascuno di noi di trovarla coltivando i propri sogni o gustando quanto di bello la vita ha da offrirci. Visioni spesso romantiche o idealistiche che non sempre convincono e aprono la strada all'unica consolazione possibile: il cinismo. Abbiamo posto questa domanda alla dottoressa Maria Letizia Borgia, consulente aziendale, esperta di conunicazione efficace e ideatrice del MLBsystem™ Methodic Logic Bargain, l'algoritmo anticrisi. Questo sistema di analisi parte dall'assunto che il comportamento umano è un processo, una sequenza di azioni che portano a un determinato risultato. Allo stesso modo, la felicità un qualcosa che si costruisce passaggio dopo passaggio.



Dottoressa Borgia, cos'è la felicità?
Definire in modo sintetico la felicità è come farlo per definire l’amore. Posso dire però come, secondo la mia ricerca, ho visto che accade il suo raggiungimento. La felicità è il risultato di un processo esguito nel modo corretto. È come fare una torta: sarà buona e dunque ci renderà “felici” , se gli ingredienti sono giusti e di buona qualità, se per realizzarla si sono seguiti in modo corretto i passaggi necessari, se la cottura è avvenuta rispettando temperatura e tempi ma soprattutto se si avrà qualcuno che la mangerà con noi. Attenzione a quest'ultimo passaggio che spesso genera l'equivoco. Si è soliti pensare, soprattutto noi occidentali, che la felicità sia “avere” qualcosa un oggetto, un bene concreto. In parte è così anche se le nostre osservazioni ci hanno mostrato che la felicità si ottiene avendo spazio e tempo di espressione per le proprie capacità e avere qualcuno con cui condividere quanto si è visto e creato.

Possiamo dunque affermare che l'infelicità è l'esatto contrario della felicità?
L’infelicità, in realtà, non è il semplice processo inverso, ovvero non avere, bensì è l’impossibilità di essere e riconoscersi attraverso le azioni che si fanno. In altre parole è non esistere, è la non realizzazione. Nella mia ricerca, una delle prime scoperte è stata l’individuazione dei tre contenitori che, come dei serbatoi per una automobile, hanno la funzione di riempirsi e alimentare il motore motivazionale. Tali contenitori corrispondono alle tre macro sfere di un essere umano: io sono, io sento, io ho. Nessuna di esse può essere sottovalutata. Il non esistere indica che tutte queste macro sfere sono in sofferenza e questo porta inevitabilmente alla non realizzazione.



Si dice che la propria libertà finisca dove inizia quella dell'altro. Questo discorso vale anche per la felicità?
In uno dei miei libri, Il viaggio di Penelope, scrissi che la “felicità si raggiuge in due”, intendendo per i “due” principalmente le nostre parti interne del “ciò che sento di fare e ciò che faccio”. Se queste due parti sono in conflitto in noi, intorno a noi creeremo conflitto. Il passaggio successivo è avere qualcuno con cui condividere, ovvero avere la stessa visione, ciò che stiamo vedendo e creando noi con il nostro esistere. Quindi come possiamo parlare di confine se siamo tutti interconnessi? Non ci sono dei veri e propri confini nelle interazioni interne e nelle interazioni interpersonali. Siamo tutti parti interconnesse e ci muoviamo insieme agli altri come se fossimo legati ai polsi con fili invisibili. La libertà pensata con confini rigidi è un'illusione figuriamoci la felicità che per esistere ha bisogno di almeno un altro oltre noi stessi che “veda” con noi che abbia la nostra stessa visione della realtà e per questo ci concederà spazio e tempo di espressione.

Questo è solo una parte di quanto, con dovizia, la dottoressa Borgia ci ha voluto dire su questo interessantissimo tema. Domani leggerete la seconda parte sempre qui su www.cinquecolonne.it 

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