Cos'è la felicità? Parte seconda

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Proseguiamo il viaggio, iniziato ieri con Cos'è la felicità? Parte prima insiema alla dottoressa Maria Letizia Borgia, sulla felicità per scoprire quali sono gli atteggiamenti che la ostacolano.

Dottoressa Borgia, assistiamo sempre di più a un processo di deresponsabilizzazione che, investendo tutti i settori della nostra vita, si riflette anche sulla felicità. Attribuiamo, cioè, la nostra felicità, o infelicità, al prossimo invece che a noi stessi. Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento? 
Un altro vostro articolo, in cui si fa riferimento a una mia traccia “Il popolo salva sempre Barabba”, spiega bene questo concetto. Parlando del “senso di responsabilità”, sa che l’essere umano è dotato di sensori e che questi si chiamano sensi? Che non sono solo i 5 sensi a cui si fa notoriamente riferimento ma molti di più persino dei 6 a cui pensiamo quando vogliamo “essere magici”. L’essere umano è dotato di tanti optional che non conosce e dunque non usa nel modo corretto. Pensi al senso di giustizia, al senso di orientamento, al senso estetico, al senso dell'umorismo e così discorrendo: molti processi comportamentali non hanno bisogno di passare attraverso la disamina logico/razionale, saremmo troppo lenti. Per essere performanti con il tempo della realtà in cui viviamo (adeguati), abbiamo i sensori che elaborano per noi le migliaia di scelte al nano secondo, che dobbiamo fare per coesistere con gli altri (le dinamiche interpersonali hanno delle regole precise) e con il contesto (fatto anch’esso di regole). Ma questo kit deve essere in perfetto stato ovvero non aver subito “alterazioni”.


L’equivoco è a monte e l'ho accennato nella sua prima domanda, siamo stati indotti a pensare che la felicità risieda nel possedere un oggetto e non nell’esistere. E questa è stata già una prima alterazione del kit. Pertanto perseguiamo per abitudine acquisita, un processo di azioni illusorie che non ci faranno mai arrivare a ottenere la felicità. Questo non allena il sensore del senso di responsabilità perché parte da un presupposto errato (errore di valutazione come ho messo nella mia nota) ovvero, anziché. Divenire abile a rispondere (significato di responsabile) sposto l’attenzione su chi potrà reperirmi l’oggetto identificato come artefice della felicità. Quando non la otterrò, coloro a cui ho attribuito questa azione, deluderanno le mie aspettative e saranno causa della mia infelicità presunta. Essere abili a rispondere è un allenamento e soprattutto si basa su una giusta valutazione delle proprie abilità, attitudini, competenze e le parole hanno un senso sacro poiché come hanno già dimostrato anche in modo scientifico (Masaru Emoto docet) creano la realtà e modificano il comportamento umano. Competenze, vuol dire ciò che ci compete e dunque allenarsi ed educare a rispondere su ciò che ci compete e non a mettere “bocca su tutto” tanto per oggi il pericolo a mio avviso risiede proprio nel pressapochismo, nemico assoluto del senso di responsabilità, fratello invece dell’illusione di libertà di parola e cugino della zizzania.

Nel suo ultimo studio, lei parla del disinnescare come di una componente importante per la crescita di adulti costruttivi. In un'epoca così conflittuale, come quella che stiamo vivendo, dove vince chi alza di più la voce, disinnescare non può essere interpretato come un subire?
Disinnescare è la parola d’ordine di tutti i laboratori da me tenuti (percorso T-Risolvo run per manager e team leader; Le 5 Dimensioni della Comunicazione per tutti coloro che hanno a che fare con “gli altri”; Onde d’Urto per genitori ed educatori;) molti dei quali inseriti in progetti anche web che vedono momenti gratuiti solidali. (Progetto Osprey, Progetto Fuorimoda). NB. Si chiamano laboratori perché durante le ore di aula, si lavora e si acquisiscono strumenti pratici.

Cercherò di farle degli esempi in modo sintetico per quanto mi sia possibile vista la delicatezza del tema. Tutto parte dalla reale capacità di ascolto, che intuirà è molto di più del semplice udire.
L’ascolto è anch’esso un vero e proprio processo. E’ una sequenza di azioni ordinate che agisce a monte del processo comunicativo vero e proprio. Lo immagini come l’approvvigionamento di un centro commerciale, mentre il processo comunicativo consueto, lo immagini come l’insieme delle merci messe a banco e gli addetti alla vendita, pronti per accogliere i clienti.
Se non si fosse fatto un buon approvvigionamento, il cliente finale percepirebbe stridore, fastidio, e reagirebbe con rabbia, aggressività, arroganza ecc (reazioni).
Il momento del disinnescare, tutt’altro che subire, accade proprio nel saper riconoscere (e dunque gestire) la reazione che si sta generando, evitando di farla crescere o a volte convogliarla in modo che non divenga distruttiva. Perché lo dobbiamo dire, oggi viviamo il risultato di un “pessimo approvvigionamento” poiché non siamo stati educati all’ascolto.
Quindi disinnescare vuol dire partecipare in modo consapevole e addirittura divenirne “padroni” nel senso di averne padronanza.



L’ideale sarebbe prevenire e quindi occuparsi di predisporre un buon approvvigionamento ovvero lavorare molto sul processo dell’ascolto.
L’errore di valutazione nasce qui.
E come è ben evidenziato nella mia nota, è l’errore di valutazione fatto su di me o su gli altri ad innescare il processo distruttivo
“Arrivare a volere ciò che altri hanno, è la fine di un processo vizioso che parte da un errore di valutazione:
- non ho avuto il giusto riconoscimento delle mie potenzialità (sopravvalutazione o sottovalutazione) e per questo
- non ho avuto il giusto spazio di espressione e dunque
- il tempo per esprimermi non è stato consono alle mie esigenze.
Quindi.... quando la costrizione e la frustrazione che da questo ne deriverà, diventerà insopportabile, inizierò prima a detestare tutti quelli che invece ci riescono, poi trasformerò questa rabbia in forza di reazione che mi permetterà di continuare a vivere, poi trasformerò questo in sarcasmo (insulti, aggressività verbale, offese, ecc) e alla fine, convinto che sono dalla parte della ragione poiché ho subito un torto, tenterò di appropriarmi della vita di chi invece ci sta riuscendo. E potrò farlo
A) per emulazione (voglio essere come l’altro) 
per sostituzione (voglio ciò che ha l’altro) 
A) Mi spersonalizzerò fino a divenire un automa (ma comunque non sarò costruttivo)
Farò di tutto per prendere ciò che ha l’altro fino alla violenza (furto e altro)
Il comportamento è una sequenza di azioni con cause, passaggi intermedi, ed effetti , quello che mi preme far vedere è che il comportamento è un “processo” ovvero una sequenza di azioni e reazioni concatenate con un nesso logico.

Le relazioni possono quindi essere viste come equ-azioni relazionali. Tutte le sequenzialità osservate, hanno permesso a questa mia ricerca di divenire un algoritmo matematico.

Matema viene dal greco e significa ordine, regola. Tutto ciò che ha un ordine una regolarità
è incline ad una equazione ovvero uguaglianze, equivalenze, logiche connessioni
S A=C e C=X-Z, A=X-Z ecc----- da qui nascono le “formule della felicità”.

Questa ricerca rivela un radicale cambio di approccio al comportamento umano. Uno stravolgimento dei classici schemi comportamentali in cui alla contrapposizione tra vittima e carnefice, si sostuisce la responsabilità che ognuno ha di creare il proprio destino.
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