Dalton Trumbo, lo sceneggiatore che sfidò l'America

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L’11 febbraio è uscito, nei cinema italiani, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, film diretto da Jay Roach (Ti presento i miei, Austin Powers – Il controspione, Candidato a sorpresa) e basato sulla biografia Trumbo di Bruce Alexander Cook, che racconta la vita dello sceneggiatore di Hollywood isolato e ostracizzato dal governo e dagli Studios e inserito nella lista nera per via della sua fede politica legata al comunismo. Secondo le parole del regista, Trumbo «non si interessava a Stalin» ma all’«umanesimo», al «comportarsi bene con le persone» e ai «diritti civili». Il suo obiettivo, per Jay Roach, era quello di «usare l’humor» per dire la sua senza essere «uno stronzo» che «rimproverava qualcuno». «Quando ingaggiai Dalton Trumbo per scrivere Spartacus sotto lo pseudonimo Sam Jackson, noi tutti utilizzavamo scrittori nella lista nera. Era un segreto aperto e un atto di ipocrisia, anche come modo per prendere il miglior talento a prezzi stracciati. Odiavo essere parte di quel sistema», ha dichiarato il quasi 99enne Kirk Douglas (nel film interpretato da Dean O’ Gorman, il Fili della saga de Lo Hobbit di Peter Jackson) nel suo libro I Am Spartacus! Making a Film, Breaking the Blacklist. La celebre pellicola sullo schiavo che sfidò la Repubblica romana, diretta da Stanley Kubrick, infatti, fu il primo film (assieme a Exodus di Otto Preminger) a dichiarare nei credits il vero nome di Trumbo dopo lo “scandalo” degli anni 40 e la condanna a 11 mesi di prigione dello sceneggiatore di Montrose. Bryan Cranston, l’interprete di Trumbo, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista, ha cercato di sottolineare lo spirito del film a cui ha preso parte con orgoglio: «C’è una frase nel film che Trumbo dice a John Wayne: “Abbiamo entrambi il diritto di sbagliare. Posso non essere d’accordo con le tue idee, ma entrambi abbiamo il diritto di esprimerle”. Voleva che le sue opinioni non venissero represse. Si può non abbracciarle, per carità, ma reprimere non è storicamente nella tradizione americana. […] Sono cose che succedono ancora oggi negli Stati Uniti, bisogna porvi un freno, trovare un equilibrio tra diritto dei cittadini e diritto di chi governa. Altrimenti è un regime totalitario, è fascismo». Il governo e la Commissione per attività anti-americane punì infatti l’Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del cinema (di cui Trumbo faceva parte), che si rifiutò di testimoniare sulla sua adesione al comunismo: tra il 1947 e il 1970 Herbert Biberman, John Howard Lawson, Lester Cole, Ring Lardner Jr., Samuel Ornitz, Adrian Scott, Albert Maltz, Alvah Bessie, Edward Dmytryk sfidarono, al fianco di Trumbo, l’industria cinematografica e i giochi di potere all’interno della società americana. Cinque di loro (Ornitz, Bessie, Maltz, Cole e Lawson), per esigenze di sceneggiatura, sono stati uniti nel film in un solo personaggio, Arlen Hird, il più “irriducibile” dei filo-comunisti, interpretato da Louis C.K.
 
Nonostante Dalton avesse scritto Vacanze Romane nel 1953 e La più grande corrida nel 1956, i premi Oscar per migliori soggetti furono assegnati ufficialmente a Ian McLellan Hunter, collega di Trumbo, e Robert Rich, uno dei tantissimi pseudonimi dello sceneggiatore profondamente temuto e disprezzato, tra gli altri, dalla Società per la salvaguardia degli ideali americani, associazione conservatrice fondata da John Wayne e Ward Bond. Della società faceva parte Hedda Hopper, attrice e giornalista molto influente nell’ambiente dello spettacolo e strenua oppositrice dei filo-bolscevichi: «C’è una scena purtroppo tagliata dal film dove un soldato tornato dalla Guerra di Corea le si avvicina e dice: “Voglio ringraziarla per ciò che sta facendo per la nazione”. Lei si vedeva come una patriota. Amava soprattutto l’America. Credo che fosse in errore per come si comportava. Ironicamente usava metodi stalinisti – era assurdo e ridicolo. Ma, in un certo senso, Hedda aveva ragione. Ciò che accadeva nella Russia sovietica, con i bolscevichi, era assurdo. Non mi piace chiamarlo comunismo, lo chiamo Bolscevismo. E ciò che stava accadendo era così orribile» ha dichiarato Helen Mirren, interprete della “gossippara” più famosa di Hollywood. Il regista ha dichiarato che, in passato, ha potuto conoscere il caso-Trumbo con delle testimonianze dirette: «Uno degli uomini inseriti nella lista nera era Edward Dmytryk, che era un regista [l’unico nel gruppo degli Hollywood Ten] e fu il mio insegnante di regia all’USC. Ricordo di aver saputo della lista nera da lui ma ciò che realmente mi ispirò a fare questo [film] fu che era una storia su uno scrittore che usava il suo superpotere, come una sorta di Davide contro Golia, per aiutare a cancellare un intero sistema malvagio – questa cosa che si evolse quando queste persone talentuose che lottavano realmente per equità e giustizia furono distrutte. Le loro vite furono distrutte, divorziarono e persero le loro case perché non lavoravano. Non potevano prendersi cura delle loro famiglie. Così Trumbo non si accontentò di essere una vittima: scrisse la sua via di fuga da ciò […], sia letteralmente che figurativamente. Vince due Academy Awards e scrive Spartacus, poi Exodus, e aiuta a distruggere la lista nera? […] Questo è un classico racconto americano». Un racconto a cui hanno partecipato anche le figlie di Dalton, Mitzi e Nikola: «[…] John McNamara, che ha scritto lo script, che credo sia così straordinario e incredibilmente brillante, mi inviò una lettera di presentazione assieme allo script chiedendomi se noi, mia sorella Mitzi e io, eravamo disponibili a commentarlo. Ci avevano lavorato per un po’ di tempo e disse che era immune alle critiche e non si sarebbe offeso per nessuna cosa avessimo scritto. Disse che era sinceramente interessato alle nostre opinioni», ha dichiarato Niki Trumbo. La figlia dello scrittore ha raccontato che inviò il suo parere a McNamara, scrivendogli ciò che le piaceva e non, ed ebbe, in seguito, due lunghi incontri con lui e numerose conversazioni e-mail, utili per la stesura finale del progetto: «Disse che era un uomo ostinato ed era incredibilmente ostinato: talvolta ci ascoltava e a volte c’erano cose che non voleva assolutamente cambiare, ma complessivamente è stata una gioia lavorare con lui».
 
Gli insulti, le assurdità, i nomi falsi forzati, l’ostracismo di Hollywood, l’arroganza e l’arrivismo di alcuni colleghi, i tradimenti, le minacce, il carcere e le umiliazioni non riuscirono a scalfire la forte personalità di Dalton che, immerso nella solitudine della sua vasca da bagno, il regno della sua ispirazione, decise di sputare in faccia alla contraddittoria irragionevolezza degli americani più fanatici e alle incoerenti regole del tempio del cinema: «come attore è facile fare l’eroe; lottiamo contro i cattivi e ci battiamo per la giustizia. Nella vita reale le scelte non sono sempre così semplici. Le liste nere di Hollywood, che sono state ricreate in maniera potente nel film L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, fanno parte di un’epoca che ricordo molto bene. Le scelte erano difficili, le conseguenze dolorose e molto reali. Nel periodo delle liste nere ho avuto amici che sono stati costretti a esiliare perché nessuno li faceva lavorare; attori che si sono suicidati per disperazione». Parola di Kirk Douglas.
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