Derek Walcott, l'Omero del Mar caraibico che vinse il Nobel

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Verrà il tempo in cui/ con esultanza/ saluterai te stesso giunto alla tua porta,/davanti al tuo specchio,/entrambi sorridenti all'altro che ti accoglie,/e pronto a dirvi, siedi. Mangia/ E amerai di nuovo lo straniero che sei stato./ Offri vino. Offri pane. Offri il tuo cuore/ a sé, allo straniero che ti ha amato/ tutta la vita, e che hai ignorato/ per un altro che ti sa a memoria./ Dallo scaffale togli le lettere d'amore,/ le foto, gli appunti disperati,/ pela dallo specchio la tua immagine. Siedi. Con la tua vita saziati.” D. Walcott

Derek Walcott, nato il 23 gennaio del 1930 a Castries, capitale di Santa Lucia, ex colonia britannica, oggi un piccolo stato autonomo delle Antille Minori nell'area dei Caraibi, localizzato al nord del Venezuela e di Trinidad e Tobago, morto nell'isola natale il 17 marzo del 2017, drammaturgo e poeta, ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1992. Quell'assegnazione sorprese come sempre alcuni che arrivarono a considerare l'attribuzione del premio come un bisogno dell'Accademia Svedese di dare risalto alle minoranze. Ma chi conosceva Walcott lo considerava uno dei più grandi poeti contemporanei in lingua inglese, un inglese rinnovato, che non era più solo quello degli antichi colonizzatori, ma un impasto suggestivo di linguaggi che l'influenza delle lingue creole presenti nei Caraibi aveva determinato.

Nella lingua della sua poesia così come nelle sue tematiche il poeta mostra l'incrocio di culture e di etnie in cui è nato: sua madre era di discendenza africana, una professoressa che amava le arti e soprattutto la poesia, di cui era una fine dicitrice e che recitava spesso a casa per le orecchie già attente di un bambino che cresceva in quella musicalità e in essa si formava. Il padre era un pittore bianco di origine britannica, nato nell'isola, dal quale Derek prenderà la passione per la pittura. Con i colori e le pennellate vivaci, in acquarelli e olii, oltre che con le parole, il poeta cominciò ben presto a raccontare la sua isola e  i suoi abitanti, ritraendo ogni cosa in un’atmosfera di luce che ne diventa la protagonista assoluta nel delineare le forme, i paesaggi, la gente.


Laureatosi nell’Università delle Indie Occidentali in Giamaica, nel 1953 si trasferì a Trinidad e Tobago, dove fondò il Laboratorio Trinitario di Teatro e produsse le sue prime opere. Dal 1959 al 1976 diresse il Trinidad Theatre Workshop e vi mise in scena alcuni suoi drammi. Nel 1981 si trasferì a Boston per insegnare all'Università di Harvard. Per un periodo alternò la sua residenza tra Trinidad e Tobago e la città di Boston dove ricoprì la cattedra di Letteratura e Scrittura Creativa. La sua vasta opera raccoglie più di quindici libri di poesia e trenta opere di teatro.

Anni fa, appena ricevuto il Nobel, Walcott rilasciò alla RAI una strordinaria intervista nella quale raccontava, in quel suo modo speciale di parlare, la voce calma, profonda, gli occhi azzurri attenti e dolci che non lasciavano mai lo sguardo dell’interlocutore, la sua identità di uomo e di poeta, il valore che aveva per lui la poesia e la funzione che credeva di dover esercitare sulle nuove generazioni.

Nell'intervista il poeta parla del valore della luce, del simbolismo spirituale della luce nella costruzione dell'identità, di come la gente che vive nella luce, come i caraibici, come gli abitanti del Sud del Mediterraneo, come gli africani, ricevano da questo una connotazione che diviene da ambientale squisitamente spirituale e culturale e che li accomuna e distingue dagli altri più di qualsiasi etnia.

“C'è qualcosa di extra nella qualità della luce quando c'è un contesto che diventa spirituale” afferma Walcott, dandoci una chiave di lettura importante della sua poesia e prosegue parlandoci della qualità di una cultura in relazione alla qualità della luce. Questo è stato a volte utilizzato come fattore di separazione culturale, ma Walcott afferma che questa diversità costruisce solo identità e in nessun modo deve alimentare una separazione che renda difficile o impossibile il dialogo. Anche perché, se in alcune culture il valore simbolico della luce sembra attutito, non è svanito dalla poesia di ogni cultura che sempre celebra lo splendore della luce nel suo significato simbolico di saggezza, di carità. Per Walcott il poeta è saggio perché comprende il mondo e caritatevole perché non può che fare dono costante della sua parola come poeta e del suo impegno come uomo. Per questo ha amato insegnare alle nuove generazioni, alle quali ha riconosciuto il valore di nuove intenzioni, di un modo nuovo di stare al mondo, e alle quali soprattutto ha cercato di insegnare che la poesia è un'attività che richiede un'enorme forza intellettuale e etica.

E tutta la poesia di Walcott ha questa forza intellettuale e etica, che si arricchisce di esperienze epistemologiche, ontologiche, metafisiche, sociali, politiche. Per un uomo nato e cresciuto nel limite tra lingue e culture, indagare questo limite e le sue possibilità diviene imprescindibile, la sua poesia accoglie la ricchezza culturale dei Caraibi, forte degli apporti della cultura amerinda, africana, europea, tra simbolismo, realismo magico, lucido esame della realtà, apporti che si traducono in un linguaggio poetico di straordinario impatto verbale, visuale e concettuale.


Tra i suoi molti testi vogliamo distaccare quello che più lo definisce e che gli ha dato una fama mondiale, il poema epico
“Omeros” pubblicato nel 1990, una odissea caraibica dove la figura di Ulisse diventa collettiva, non più un solo eroe nella centralità del mito, gli eroi sono molti, i pescatori dell'isola di Santa Lucia e l'odissea diviene un viaggio per l'Oceano, nella complessità delle condizioni umane e storiche che i protagonisti si trovano a vivere, luogo e simbolo di un crogiolo di popoli, razze e culture, fonte costante di ispirazione presente nei suoi versi. In questo modo la periferia del mondo, la liminidad, diviene centralità dell'esperienza e della condizione umana in toto, come mette in risalto Josij Brodskij ne Il suono della marea e M. Hélène Laforest risaltandolo come il motore della sua ispirazione.

Omeros è un poema epico scritto in esametri, raggruppati in terzine secondo lo schema dantesco di versificazione tipico della Divina Commedia, dove la mitologia caraibica e quella europea, in ispecie greca, si intrecciano in un viaggio che parla di appartenenza ma anche di estraneità. Come ebbe a dire di se stesso, Walcott si è sempre sentito diviso tra il mondo anglossassone a cui appartiene la lingua in cui si è espresso e la mitologia occidentale e quello caraibico che tanto lo ha impregnato di sé. “Non sono un bianco, ma non sono neppure un negro,” ha più volte affermato nelle sue conversazioni pubbliche. Ha sempre saputo di essere partecipe e estraneo nello stesso tempo, un Ulisse che viaggia incessantemente alla ricerca della sua Itaca e sa di non poterla incontrare in un solo luogo se non come dimensione anche dell'Itaca che non c'è.  


Il mare che il poeta naviga è un Oceano Atlantico dove echeggia anche il Mar Egeo, quel Mediterraneo dove il mito di Ulisse e del viaggio è nato. L'isola, Santa Lucia, è insieme la Troia bruciata dalla storia, una terra di ingiustizie e eventi dolorosi, di sopraffazione e morte ma anche l'Itaca sognata come estremo rifugio al navigare, come porto di bellezza, di affetti, di quiete.

Nella sua opera anche le miserie umane, le tragedie della sua terra si riscattano nella bellezza di un paesaggio che vive sempre in una dimensione di calore e di luce. Persino la povertà riceve un'altra connotazione nel dorato incanto dell'isola, diviene quasi lirica e in quanto tale allontana la disperazione. Walcott crede nel miracolo della bellezza, crede negli inizi che rinnovano e con un'alba che genera rinascita termina infatti il suo potente poema, un inno alla vita nel suo farsi, un canto alla totalità dell'esperienza dell'uomo dei Caraibi. 



Gli orrori della Storia, a cominciare dall'immane tragedia della schiavitù, gli infiniti soprusi subiti dalla sua gente diventano sopportabile memoria che non impedisce che di alba in alba, di giorno in giorno, si rinnovi il miracolo di una vita in cui credere e in cui calarsi in un appassionato bisogno di esistere, in un legame simbiotico con la natura che abbraccia seducente e materna ogni uomo. Veicolo costante di questa passione sono le metafore folgoranti di cui il poema è ricco, quei versi distesi, a volte quasi prosa, che assomigliano al ritmo delle onde oceaniche, nella loro scansione di pentametro giambico, nel respiro solenne dell'esametro latino.

Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, / ho avuto una buona istruzione coloniale, / ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, / sono nessuno o sono una nazione.”

Facciamo nostra questa definizione di sé che il poeta ci lascia come estremo testamento e in essa lo riconosciamo, uomo di infiniti mondi, poeta che fa del linguaggio un oceano e dell'oceano il linguaggio della sua storia e della sua gente.

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Derek Walcott, l'Omero del Mar caraibico che vinse il Nobel