Donne assassine: Leonarda Cianciulli

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È dai tempi dei tempi che le donne vengono dipinte come esseri gentili e delicati, forse perché sono portatrici di vita, non già per la conformazione fisica e muscolare, tutta femminea (ovvio, con qualche rara eccezione!). Spesso nella visione dell’uomo sulla figura femminile, entità messa al centro della sua vita ma di tutta la società, la parte malvagia della donna (anche le donne hanno una parte malvagia, come tutti gli esseri umani) non dico che viene accettata senza contropartita, ma in qualche modo tollerata. E questo le donne lo sanno. La domanda è se di questa specie di permissivismo le donne se ne approfittano. Per rispondere ci vorrebbe la palla di vetro. Comunque ci sono state nella storia donne sanguinarie che non hanno nulla da invidiare alla forza assassina e distruttrice dell’uomo. Ma come? Potremmo domandarci: così gentile e così sanguinaria la donna? Forse per protezione o per non sottolineare l’impotenza dell’uomo di fronte ad un assassinio compiuto da una donna, la storia e l’opinione pubblica tende a nascondere in qualche modo o a sdrammatizzare l’accaduto, a tal punto di sottovalutare il problema.

Anche l’Italia ha avuto le sue donne assassine. È il caso di Leonarda Cianciulli, commerciante di abiti usati, nata a Lacedonia (AV) nel 1894, riconosciuta come donna di facili costumi con un passato di piccola delinquente per furto e truffa nei confronti di donne anziane. Meglio conosciuta come la “saponificatrice di Correggio”, le vengono attribuiti tra il 1938 e il 1940, gli assassinii di Ermelinda Faustina Setti, Francesca Clementina Soavi e Virginia Cacioppo Bassi, che (da qui il soprannome) immerse in un calderone con soda caustica per farne sapone. Un modus operandi particolare che gli inquirenti e gli psichiatrici del tempo all’inizio non riuscirono a dare una spiegazione, ma si scoprì in seguito che il movente di questa “saponificatrice” assassina fu la truffa per carpire denaro alle vittime. Il particolare modus operandi divenne un caso mediatico. Dopo un lungo processo, il 20 luglio del 1946 venne condannata a 30 anni di reclusione con un verdetto di semi-infermità mentale ma con un diabolico disegno criminoso e rinchiusa nel manicomio di Aversa (CE) per disturbi della personalità con tratti sadici schizoidi e paranoidi. Morì nel manicomio di Pozzuoli (NA)  il 15 ottobre del 1970.

Durante la sua carcerazione, Cianciulli scrisse un memoriale che alcuni ritengono scritto dai suoi avvocati per alleviarle la pena, dove sono descritti i dettagli di quella mostruosità: «Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe [il figlio più grande] e io».

Secondo gli inquirenti la prima vittima della Cianciulli fu Ermelinda Faustina Setti, una sessantenne sola dedita al commercio di vestiti e mobili, come la Cianciulli che era più di una collega. In gioventù aveva avuto una figlia illegittima morta prematuramente. Nonostante l’età nel 1939 confidò ai più intimi che da lì a poco si sarebbe sposata e trasferita a Pola per raggiungere il suo promesso sposo che le trovò la stessa Cianciulli. Convinta di aver dato una svolta alla sua vita, anche dal punto di vista economico, firmò una delega alla Cianciulli affinché le gestisse i suoi averi. Quando passò a salutarla non uscirà più da quella casa degli orrori. La uccise con nove colpi d’ascia. Posto che si può uccidere un tuo simile anche per futili motivi, magari per denaro che però non riguardava questo caso. La Setti aveva affidato tutti i suoi beni all’amica, quindi il movente, se ce ne fosse stato uno, era da ricercare forse nella gelosia? La Cianciulli ammise che quei sacrifici furono eseguiti per timore di perdere altri figli (gliene morirono ben dieci), un modo per proteggerli dalla  maledizione della madre che in punta di morte le augurò sofferenze e morte dei figli che avrebbe avuto, perché si era rifiutata di sposare un suo cugino.

La seconda vittima fu Francesca Clementina Soave, una donna senza fissa occupazione che gestiva nella propria casa un asilo. La Cianciulli prese di mira anche questa donna nel tentativo di accaparrarsi tutti i suoi beni. Le promise un miglioramento professionale ed una vita più agiata, raggirandola con la proposta di un posto di insegnante di fiducia del collegio femminile di Piacenza, spacciandosi per amica del sacerdote che dirigeva quell’istituto. Però doveva apprestarsi per non perdere quella ghiotta possibilità di lavoro, e le consigliò di vendere i suoi beni. Anche questa sventurata firmò una delega all’amica per l’affidamento dei beni: Quando andò a salutarla prima della partenza non uscì più da quella casa. Era il 5 settembre del 1940. «Anche la Soavi venne squartata e infilata nel pentolone. ma la Cianciulli fornì, nelle sue memorie, un particolare significativo. Pare che la vittima fosse più massiccia della precedente, e che il pentolone non riuscisse a contenerne il corpo. Secondo il racconto della domestica, Nella Barigazzi, fu il primogenito a sbarazzarsi della testa della donna, anche se la Canciulli negò il suo coinvolgimento» (Matteo Rubboli, Leonarda Cianciulli: la Storia della Saponificatrice di Correggio, in «Vanilla Magazine», 23 novembre 2017).

E infine, la terza vittima: Virginia Cacioppo, una vedova quasi sessantenne, ex soprano di un certo rilievo. Stessa promessa di un lavoro, di una vita migliore come segretaria in una impresa fiorentina e, forse, la possibilità di tornare a cantare. Stesso modus operandi: la vittima doveva lasciare la gestione dei beni alla Cianciulli. «Finì nel pentolone, come le altre due; ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce». 

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