Gran Varietà di Mario Rondi

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È davvero un Gran varietà (Genesi Editrice, 2016) quest’ultimo volume di poesia di Mario Rondi. Quali sono gli argomenti trattati dal poeta bergamasco? Lo vedremo mano a mano che discorriamo le 158 pagine che compongono questo volume. Almeno ci tenteremo. Ma prima, sembra una buona direttrice da seguire l’inizio della prefazione di Sandro Gros-Pietro, poeta scrittore e responsabile della Genesi Editrice, che ci fa da Cicerone attraverso la poesia rondiana. Essa «abita le ragioni fantastiche del sogno e si distende in un territorio che non possiede confini o regole da rispettare, perché non deve subire la tirannide della ragione e del riscontro confermativo con la realtà dei fatti. Il mondo che esplora il poeta è una continua invenzione creativa che sgorga dalla fantasia inesauribile dello scrittore. Si realizza, in tal modo, una sorta di coniazione perpetua della poesia come costruzione della vita: il mondo è ciò che il poeta scrive, senza mimesi e senza memoria, bensì come puro atto di straordinaria ideazione, che mai si esaurisce» (p. 7).

Il paradosso è l’elemento che più emerge in questo volume, non da meno una vena ironica sottile e intelligente e un trapasso dal reale all’onirico, nonché i soggetti trattati, quasi una novità in poesia: gli ortaggi. E non è la prima volta che Rondi ce li propone. Tra l’altro Rondi è uno dei poeti italiani più paradossali che ci siano oggi sulla “piazza”, nonché cultore di fiabe, usanze, filastrocche che hanno più di un legame con l’onirico, visioni e immagini che si determinano nei sogni. Anche lo scherzo, il giocare con un’impostazione chiusa e prevedibile della struttura poematica della tradizione, è un elemento da non trascurare, come ci delizia il testo a pag. 16, Avventura del pisello: «Un pisello focoso, che non molla / mai la presa, col vizio della forma, / possibilmente larga del pensiero, // ma con la visione giammai satolla, / credendosi comunque in forma, / tenta una scalata col pensiero // della purezza non del tutto stanco, / ma finisce, come sempre, in bianco…». La struttura è una metrica precisa e collaudata, ma carica di significanti e di “praticità”: tutti i testi si presentano con tre terzine e un distico, simili ai madrigali petrarcheschi di cui Rondi è un estimatore, alla pari del sonetto, intervallati di tanto in tanto dai disegni di Alfa Pietta.

Rondi proviene dalla poesia alternativa, dalla poesia visuale e sa bene che non bisogna accettare le regole della realtà quando si compone una poesia ma confrontarsi con essa, scontrarsi, in una posizione antagonista, magari usando lo stesso linguaggio ma per una invenzione alternativa, appunto, una tensione che cammini sulla superficie opulenta della società asfittica, consapevole che per scuoterla occorre fare un viaggio a ritroso nella memoria, nella cultura, fino ad arrivare all’età del mito, un dramma – perché di un dramma si tratta quando la società contemporanea è sorda alla cultura – che durante il percorso diventa gioioso, con la consapevolezza dell’impossibilità di mutare la realtà delle cose, ma non per questo il poeta desiste. Anzi, la contesa si fa sempre più interessante, fino a toccare un punto di non ritorno per un’esplosione dei significati e delle parole più comuni, di quotidiana ordinanza (naturali, soprattutto: una metempsicosi degli oggetti e delle cose che, secondo il poeta, possiedono un’anima, ma sono immuni da ogni forma depressiva, in quanto non pensano all’amore spesso impossibile, come il vermicello fuggiasco…, la prugna che ride a crepapelle…, il fagiolo poco serio…, ha paura di morire la cipolla…, l’ombelico delle rane…, un paradossale atteggiamento, ai limiti della sopportazione di una natura insofferente nei confronti dei sentimenti “squilibrati” dell’uomo): «Amare un lombrico costa niente: / un poco di pazienza che ogni tanto / emerga sorridente dal terreno, // sapendo bene che nella sua mente / piccolina non c’è nessun vanto, / per sentirsi travolto in un baleno // da una sensazione smisurata, / che alla fine risulta dissennata…, L’amore per il lombrico, p. 31).

Ma chi è questo poeta che elogia gli elementi della natura, sia del mondo animale che vegetale, ai limiti del ludico, per comporre i suoi versi slegati dal falso equilibrio dei concetti…, per spingerli verso più abbordabili paradisi…? Vive a Vertova, in provincia di Bergamo. Ha pubblicato diversi volumi di poesia (Corpo & poesia, 1978; Poker di cuori, 1983; Erbario immaginario, 1985; La luna in ammollo, 1987; La stanza dei sogni, 1989; Il trucco, 1993; Sonetti silvestri, 1995; Il vento dei saturni, 1996; Il nastro della fuga, 1997; Il mondo alla rovescia, 1999; Sarabanda, 2001; L’onda del sogno, 2002; L’orto delle gru, 2005; Il bosco delle fiabe, 2007; Medicamenti, 2009; Ortolandia, 2010; Cabaret, 2013; Presenze, con disegni di Alfa Pietta, 2015), volumi che hanno avuto l’avallo e prefazioni di importanti critici: Lucio Klobas, Giulia Niccolai, Adriano Spatola, Alberto Cappi, Mario Ramous, Maurizio Cucchi, Vincenzo Guarracino, Tomaso Kemeny, Sandro Gros-Pietro).

Ma l’attività creativa di Rondi non si limita alla sola poesia: è autore anche di racconti (Storie di amore e disamore, 1986; La mancanza, 1998; Veleni e caramelle, 2001; La felicità nei sogni, 2004; Amori precari, 2008; L’amore sognato, 2012; Amori effimeri, 2015), libri per ragazzi (Storielle per ragazzi e non, 2013; Nel mondo delle fiabe, 2015) e di cultura popolare (Cultura di un paese, 1978; Fiabe bergamasche, 1983; Storie di magia, 1986; Sotto il ponte passa l’acqua, 1989). E la storia continua. 

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