Hikikomori, la sindrome della reclusione

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La parola hikikomori è stata coniata intorno agli anni ottanta ad opera di uno psichiatra giapponese, Saito Tamaki, che, durante i suoi innumerevoli studi, ha scoperto uno “strano comportamento” nei giovani giapponesi. Hikikomori, infatti, indica un atteggiamento di voluta reclusione da parte del soggetto sempre più propenso a rinchiudersi nelle proprie stanze e nei propri pensieri per lunghi archi temporali.

Il fenomeno riguarda prevalentemente i giovani di età compresa fra i 12 e i 18 anni, generalmente di sesso maschile, figli unici o primogeniti maschi di estrazione medio alta. Si concretizza attraverso il totale annientamento della persona e degli stimoli sociali, compresi quelli multimediali, si tratta di un totale allontanamento dalla realtà realizzato fra le mura domestiche. Soltanto nel 2008 il numero degli hikikomorians in Giappone si aggirava intorno al milione di unità, ossia, circa il 2% dei giovani nipponici.

Nel mondo occidentale e, in particolare in Italia, non sono stati registrati ancora casi di reclusione volontaria esattamente rispondenti ai comportamenti rilevati per gli hikikomorians, anche se l’autoreclusione non è esclusa affatto.

La variante occidentale dell’hikikomori nipponico prevede sì il ritiro e l’autoesclusione protratta anche per mesi, tuttavia i giovani non rinunciano alla rete, mantenendo attivo una sorta di surrogato comunicativo, fatto non sempre da considerarsi positivo. L’utilizzo della tecnologia da un lato riesce a mantenere attivi i rapporti con l’esterno, dall’altro è pur vero che la vera comunicazione non può essere ricondotta alla tecnologia e affidata a rapporti virtuali.

Un ragazzo che possa definirsi hikikomorian non sente il bisogno di essere aiutato, non cerca alcun contatto sociale, per cui si rende necessario sensibilizzare il contesto esterno alla persona per poter individuare e arginare i sintomi dell’autoesclusione
. Parlando di giovani adolescenti, appare chiaro che il ruolo genitoriale e il contesto familiare si configurano come elementi importantissimi per lo sviluppo della personalità.

E’ essenziale che si instauri fra i genitori e il ragazzo un rapporto tale per cui si crei il giusto spazio di sicurezza, ossia una base solida che consenta già da bambino di avere il coraggio di sperimentare in modo, di evitare paure che poi portano alla reclusione e ad evitare il contesto sociale. Se da un lato è necessario creare quello spazio di sicurezza, dall’altro è importante avviare i processi giusti che portano allo sviluppo del coraggio, inteso come volontà di agire socialmente. Il senso di protezione materno non deve rappresentare una barriera nei confronti della società, deve essere latente, esserci ma non essere di intralcio, altrimenti il ruolo del padre, che dovrà indirizzare il ragazzo verso il mondo esterno sarà più difficile.

Se i processi educativi vengono rispettati già da bambini, il ragazzo molto probabilmente non avrà alcun tipo di problema a interfacciarsi con l’esterno grazie al giusto senso di appartenenza alla società trasferitogli.
Se, diversamente, si dovessero verificare intoppi, è possibile che il ragazzo possa presentare difficoltà di adattamento, sino ad arrivare alla autoreclusione per paura del mondo.

Nel contesto occidentale, troppo spesso, le madri assumono atteggiamenti iperprotettivi nei confronti dei figli, specie maschi, questo genera nel ragazzo un senso di inferiorità rispetto al contesto sociale e ciò lo porta a isolarsi. Anche l’eccessiva idealizzazione dei propri figli potrebbe portare lo stesso risultato, si pensi ad esempio al giovane che non si sente all’altezza delle lodi che tessono i genitori, questo genera un senso di frustrazione tale da poter sfociare in autoreclusione per evitare di fallire. Il contesto sociale in cui viviamo, purtroppo, richiede delle performances comunicative sempre più inarrivabili e se il genitore non riesce a fornire il giusto coraggio al giovane si rischia la sindrome hikikomori.

Per prevenire il ritiro sociale è necessario instaurare un dialogo prima di tutto emozionale con i propri figli, i genitori dovrebbero appoggiarli nelle scelte e rispettare le loro opinioni e non creare delle aspettative troppo elevate. L’approvazione e la fiducia sono atteggiamenti che favoriscono lo sviluppo dell’ autostima e il sereno inserimento nel contesto sociale.

Alcuni segnali di allarme potrebbero essere rappresentati da:
- Rifiuto di andare a scuola
- Mancanza di amici
- Isolamento
- Inversione del ritmo circadiano
- Paura di non essere accettati dal gruppo dei pari
- Utilizzo esclusivo di internet per comunicare con il mondo esterno
- Rabbia incontrollata

E’ importante, in questi casi, ricorrere ai ripari in modo da produrre subito effetti positivi attraverso la psicologia e la terapia e soprattutto attraverso la conversazione; bisogna evitare, come spesso accade in Giappone, di tenere la cosa nascosta per vergogna della famiglia, così facendo si rischierebbe di inasprire il fenomeno. 
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