I Canti Dell'Interregno - Pina Piccolo

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Intenso il pomeriggio trascorso in compagnia della poetessa Pina Piccolo per la presentazione del suo libro, “I canti dell’interregno” – Lebeg ed. - una raccolta di poesie nate nell’arco di quarant’anni e che rappresentano la sua voce.

Pina Piccolo è nata a Berkeley,
e si è formata presso l’omonima Università californiana, oggi vive a Imola e conosce molto bene la realtà italiana così come quella dei tanti paesi che ha visitato. Esperienze e vissuto che costituiscono l’humus della sua scrittura e delle quali si avvale per le sue incursioni nelle varie lingue e culture.

Non conoscevo Pina Piccolo se non virtualmente, su Internet, e sono stata immediatamente accolta con una dichiarazione d’intenti sulla necessità, per il poeta, di scrivere della realtà, dell’oggi che muta velocemente verso una direzione che ci sgomenta.

Come non essere d’accordo? Come non amare il talento e la calma determinazione di questa poetessa italo-americana che da lungo tempo, ostinatamente, dà voce agli sfruttati, agli oppressi, a chi è costretto a lasciare la propria terra, attraverso la sua poesia di impegno civile? 

Scrivere della realtà della rosa, ad esempio, da sempre cantata dai poeti, per dire a chi legge cosa può essere una rosa oggi.

Può essere quella coltivata dalle multinazionali in terra etiope o keniota presa a noleggio, una rosa fortemente competitiva sul mercato dei fiori data l’intensità della produzione in serre e il lavoro sottopagato.
E’ la rosa che ad ogni angolo del mondo viene venduta dalla comunità invisibile dei giovani ambulanti bengalesi.

“Sindrome morbosa della rosa della rosa/ coltivata nella Rift Valley del Kenia./ Mani nere l’han curata, accarezzata,/ poi strappata, spedita nella stiva se n’è volata/ poi è atterrata, per un’ora immagazzinata e poi,/ per le strade di Palermo di Bologna di Torino,/ un bengalese poco più di un bambino/ me l’ha offerta a mezzo euro/ perché non era più fresca di giornata. (da Interregno)

Eccola da sola, Pina Piccolo, seduta nella Libreria Tamù in Via S. Chiara, nel cuore di Napoli, a dirci le sue ragioni, a leggere i suoi versi per poi intessere un intenso dialogo coi presenti che va oltre i commenti al suo lavoro e ci coinvolge personalmente, in un interscambio di pensieri ed emozioni. Mi frulla in testa un accostamento, ma non riguarda altri poeti, bensì attiene al cinema  di Ken Loach.

Unico ad accompagnarla in questa avventura napoletana è Mario Eleno, attore e regista della Compagnia Asteron Ache, qui in veste di reader. La sua lettura delle poesie di Pina Piccolo è molto coinvolgente, la sua voce dà corpo e sangue ai versi, epica e moderna al tempo stesso nella scia delle letture dell’Odissea del poeta Ungaretti.

L’interregno di Pina Piccolo è il pantano, la crisi che si presentano quando il vecchio mondo muore e il nuovo è ancora lungi dall’essere. In questo interregno affiorano i mostri della ragione e della paura, dell’attaccamento ai vecchi equilibri, agli interessi di sempre.

Le mura di Gerico/ non crollano al richiamo/ del corno d’ariete./ Nel vuoto arcano/ dell’osso/ vi fu un rifugiarsi/ leggero di piume/ di angeli spelacchiati/ in fuga dal turbinio/ dell’umano interregno,/ quell’interstizio infame/ evocato dal cervello/ del “sardo rosso”/ a lungo imprigionato/ tra le mura,/ scomoda figura.” (Da “Interregno”)

“Non tutto, com’è naturale, si comprende alla prima lettura di questo poetare. E’ lo stesso dato visionario che ne impedisce la facile comprensione, ma proprio impedendola ci offre, a livello subliminale - come la musica - un messaggio inquieto e forte al tempo stesso, un invito montaliano, se mi è permesso, a tener acceso il nostro lumicino anche nella bufera, o a tenersi. L’interregno sembra una condizione non passeggera, ma crederci è l’unico modo per sopravvivere.”  Il poeta Renato Casolaro (sulla pagina Setteversi)
La scrittura di Pina Piccolo è asciutta e forte, mai lirica, talvolta dura da sostenere, come la realtà (“Usa e getta”), è dotta nelle citazioni, necessarie al testo, ricercata nelle parole con le quali talvolta gioca, sempre empatica e consapevole o con l’amara rabbia di chi guarda diritto negli occhi i mali del mondo.

La lettura di Mario Eleno le dà respiro epico mentre il poeta Mauro Giovanelli (Setteversi) ne ha accostato il ritmo al jazz disquisendo sul ruolo della poesia: “non può essere solo follia, la poesia, volare verso l’alto, ignorare il sordido sciabordio dei gommoni, poesia deve scuotere le anime o qualunque cosa esse siano, disvelare le disumane trame.”

“Eravamo cento/ eravamo giovani e forti/ e siamo morti./ Per una settimana/a fissare il mare/a nutrirci dell’odio globale./ Sulla pelle nient’altro che/ il respingimento,/ ultima bracciata verso/ lo sciabordante acquoso nulla,/ bruciati dal sole/ sbocconcellati dai pesci./ Figli malvoluti da mamma Africa./ Palla rimbalzata tra le derive continentali/ lasciata lì a rinsecchire,/ sgonfiarsi di élan vital/ per non disturbare/ gli umani commerci/ e le disumane trame.” (23 settembre 2017: L'apocalisse in una barca)

La lettura de I canti dell’interregno non lascia spazio all'indifferenza, agisce, agisce sullo stomaco, sul cuore, sul cervello, come forse l’autrice vorrebbe, più efficace di un notiziario, delle immagini impietose che accompagnano inutilmente i nostri pasti.

E’ un bel leggere poetico, intriso della voce talentuosa di Pina Piccolo.
Da oggi guarderò con altri occhi e con un sorriso i giovanissimi venditori di rose.

Da Il canto degli zoccoli (A Erri De Luca)
Sabot, sabot, sabot./Zoccolo, zoccolo duro/da gettare in pasto agli ingranaggi/alla macchina che ti dà il ritmo/la macchina e l’ingranaggio/linguaggio e lignaggio/decretano la fine dell’agio/araldi di disagio./ Mangia macchina, mangia/les sabots, les sabot, le sabots:/lo zoccolo duro del tessitore./E oggi ricorre/Il centosettantatreesimo/in cui Jacques, operaio lionese/per acquietarla, dis-alimentarla,/ingozzò di zoccolo la macchina:/potage de sabots,/sabotage./…upon the gears – sugli ingranaggi/and upon the wheels,- sulle ruote dentate,/ upon the levers, - sulle leve,/upon all the apparatus – su tutto l’apparato,/and you have got to make it stop. – per fermare la macchina.
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