I versi nudi di Claudia Formiconi

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“Ho letto con molto piacere e ammirata partecipazione la Sua raccolta di versi, singolari e suasivi per rapido e incisivo ritmo. La sua poesia ha al centro uno splendido slancio d’amore, e, intorno, essenziali visioni, riflessioni, memorie rese indimenticabili in forza di immagini e metafore del tutto originali. Ella ha saputo davvero reinventare il discorso amoroso.” Giorgio Bàrberi Squarotti.

Conobbi molti anni fa Claudia Formiconi alla Fiera del Libro di Torino. Accompagnava l’editore del mio libro, Canto di Sheherazade, per cui lavorava. L’ho ritrovata tempo fa mentre dava alla luce il suo primo libro di poesie Contrasti edito dalla Editrice Bastogi nel 2013. Quel suo libro, di cui mi chiese la prefazione, fu per me una straordinaria sorpresa.

Claudia vive nella bellezza e la respira, non solo nel volto, nello sguardo, nel sorriso, nel corpo armonioso ma nell’anima, nel talento dei suoi versi personali e bellissimi.

Nata a Roma, città che ama anche se come dice “deturpata e offesa ma comunque sempre la più bella città del mondo. L’eterna e imperitura Grande Bellezza accogliente da millenni di Storia”, ha collaborato con il Nuovo Giornale dei Poeti, Silarus, Alla Bottega, e altre riviste letterarie. Ha lavorato in Rai. Scrive su culturadesso.itl’ideale.info, come critico artistico-letterario e dove cura le rubriche Introspezioni che tratta di poesia, e CineCult.

Ha al suo attivo due libri di poesie: il già citato Contrasti e Scrivo versi nudi, quest’ultimo uscito nel 2016, entrambi editi da Bastogi.

La Claudia poeta è la donna che seduta di fronte a me racconta le sue passioni, non fa autobiografia né nei suoi versi né nel suo dialogare con me, la biografia di questa donna affascinante sta tutta nel suo approccio alla vita e alla scrittura.

Amo l’estate, il mare e le mareggiate dell’anima. Tutto il fascino del tumulto sensoriale. Il sole che mi bacia e mi scalda. Le passeggiate sulla battigia, L’alba e il tramonto. La musica. L’Arte tutta. Gli amori che spettinano e graffiano, ma anche quelli teneri. Sono un ossimoro vivente. Nella mia poesia ce ne sono tanti. La cultura mi muove ad ogni senso. Mi occorre come l’aria. Il cinema d’autore. Il teatro. La Storia che è la nostra memoria. Mi piacciono i miti, la narrazione del nostro passato e presente. E poi, la poesia regna sovrana. L’amicizia, quella vera e rara. Sono esigente. Non mi accontento. Sto bene anche sola con la mia scrittura. Amo inchiostrare l'altrui e la mia esistenza. Amo la famiglia che tanto mi ha dato e mi dà. E pure gli scatti cristallini in una fotografia. E dunque anche la fotografia è tra le mie passioni”.

Questa empatica visione del mondo, questo erotismo del vivere, questa vitalità che tutto permea serpeggia nei suoi versi, che sono versi nudi come lei stessa dice e contrasti entro i quali cerca il senso di sé e delle cose, e fanno dei suoi libri un inno prepotente alla femminilità, alla sensualità, alla vita dei cui aspetti contingenti Claudia non si occupa perché la sua sensibilità e il suo talento la portano sempre e comunque nel cuore delle cose, nell’universo di una parola unica che crea miraggi, suggestioni, luci nella danza armoniosa dei versi.

La nudità dei suoi versi è un codice totale, dentro la scrittura sintetica, folgorante, incisiva e l’esperienza che si rivela senza maschere, senza abiti che ne camuffino o coprano l’essenza, la nudità è del corpo che non ha pudori e dell’anima che non teme il rischio, gli abbandoni, le sottili ricerche della verità e del piacere. I contrasti sono negli ossimori che ospitano la complessità della donna e del poeta e permettono immagini di forte sinestesia. I due libri sono una continuità poetica senza gerarchia, in arte non esiste un di più, o è piena bellezza o non è.

Nei libri di cui parliamo la bellezza non ha scale da salire, esiste fin dai primi versi del primo libro e si dipana nel secondo come un filo d’Arianna resistente e prezioso fino all’ultima parola dell’ultimo verso. La poesia è in questi casi epifania, tutta in un solo punto e in un solo punto l’universo come nell’Aleph di Borges.

I contrasti del poeta sono tutti nel sentire con cui si fa protagonista del suo vivere, sono nelle sensazioni che diventano sentimenti e non idee, sono nelle immagini che tracciano metafore, sinestesie, ossimori del linguaggio e del senso.

“Dolce impetuoso pentagramma/ sinfonia di marzo incipiente/ (…) Ti cullerò negli armonici spartiti dei miei seni/ con le note comporrò le parole non dette.”

Poesie di erotismo e passione, il corpo come tramite di conoscenza e appartenenza e dall’altro lato poesie della solitudine, della perdita, dell’alienazione. Più la passione è feroce, ossessiva, più l’anima misura la sua sete, si perde.

“La lingua del corpo è veritiera/la menzogna non sopravvive/ nel linguaggio della carne./ (…) Lo spasmo ferino morde le carni/ mi disseto dal calice del dolce inganno.”

Contrasti gioca su una carnalità che vive nel mondo, su una sensualità che si aggrappa all’altro e lo descrive come oggetto del desiderio e come presenza forte, sulla solarità dei sensi e l’oscurità del dolore.“Ho paura di annegare/nel fiume delle mie lacrime/ pletora inarrestabile della mia solitudine”

Il corpo e il mare, il corpo e il vento, il corpo e l’uomo, il corpo e le donne sono le tappe di un viaggio che nessun verso tradisce: “corpo anima/ esplode galattico l’amplesso/ (…)// Conchiglia perfetta/ indecifrata/ sostanza complessa nel tuo scrigno/ della mia speculare forma perfetta”. L’odissea continua da un libro all’altro: “Scrivo versi nudi/infinitesimali congiunzioni/ di copule/amplessi concentrici/ rivoluzionari/ Scrivo versi spregiudicati/ senza l’aura della colpa/ roteanti/affabulazioni lessicali/ardite.(...)”.


Ne è cosciente il poeta, mai smarrito nel suo appassionato itinerario, mai sazio delle esperienze che il suo linguaggio colto, elegante, capace di produrre melodie classiche e moderne dissonanze spesso nello stesso verso, intesse per noi, abbagliati Ulisse all’ascolto di un canto di sirene.“I poeti fanno paura/ con la loro veste scarlatta,/ nella notte che dischiude/ il nuovo giorno”.

Claudia sa da dove nasce questa paura ma sa che è suo compito generarla, suo compito vestire la veste scarlatta delle passioni senza limiti, del coraggio della sfida, del verso notturno dal quale solo può risorgere all’alba il nuovo sole. E sa dove si annida il segreto della sua poesia lirica, nel limite stupefatto dell’equivoco, dell’ambiguità, dell’abbandono totale al suo mare mitico che l’avvolge nel sale e dall’acre sapore di quella vastità genera la gioia. Mi apro al verso/ come ninfea al mattino/mi libro in rime equivoche/ ne rubo i suoni,/ e mentre/ il mare m’avvolge di sale/la gioia sale”.

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