Il denaro e il gioco d'azzardo nella letteratura italiana

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Il gioco d’azzardo, che si chiami poker, baccarà, blackjack, chemin de fer, zecchinetta, macchinette mangiasoldi, roulette, o piuttosto il semplice e indemoniato denaro, ha dei protagonisti illustri anche nel campo della letteratura e dell’arte, in molti casi sperimentando personalmente i disastri che provocano dagli stessi scrittori e artisti. Come non citare Giacomo Leopardi, uno dei primi poeti a citare il rapporto tra l’uomo e il denaro? Nei suoi Pensieri ha scritto che «i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d’altro che di commercio e di moneta», diventando schiavi del materialismo e di ciò che posseggono. Un altro poeta, Tommaso Landolfi, si sofferma, invece, in La biere du Pecheur, paragonabile a Il giocatore di Dostoevskij, sul rovinoso e devastante gioco d’azzardo, su quei numeri rossi e neri di una roulette dove spese tutto il suo capitale, con un linguaggio di ricerca negativo, metafisico e mistico, ma molto critico nei confronti della realtà, con inserzioni fulminanti, di voci diverse, di linguaggi diversi.

Il gioco d’azzardo stordisce i malcapitati fino a perdere il contatto con la realtà. Come capita a Mattia in Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, che a Nizza s’imbatte in un metodo per vincere alla roulette attraverso un opuscolo, Méthode pour gagner à la roulette, che compra in un negozio di Nizza. Ma era solo una speranza, in quanto come sappiamo non c’è un metodo per vincere alla roulette. Semmai c’è un metodo per perdere, puntando fino all’ultima risorsa, anche se di tanto in tanto si raccoglie qualche vincita, che però è una mera soddisfazione. L’unico metodo per vincere è, forse, quello di non giocare ché alla fine è sempre il giocatore a rimetterci. Ma il nostro Mattia era intenzionato ad andare avanti, al punto che sarà travolto dalla frenesia inarrestabile del gioco. Le cose gli vanno bene, una vincita dietro l’altra. S’inebria tra i numeri e le caselle rosse e nere, la coscienza lo abbandona, la realtà si trasforma in qualcosa di non più fisico dove l’unico pensiero che lo assale è il delirante legame per il gioco. «A poco a poco, guardando, la febbre del gioco prese anche me.

I primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in uno stato d’ebbrezza estrosa, curiosissima: agivo quasi automaticamente, per improvvise, incoscienti ispirazioni; puntavo, ogni volta, dopo gli altri, all’ultimo, là! E subito acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto; e vincevo. Puntavo dapprima poco; poi man mano, di più, di più,, senza contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in me, né s’intorbidiva per qualche colpo fallito, perché mi pareva d’averlo quasi preveduto; anzi, qualche volta, dicevo tra me: “Ecco, questo lo perderò: debbo perderlo”. Ero come elettrizzato. A un certo punto, ebbi l’ispirazione di rischiare tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto in sudore, e gelato. Mi parve che uno dei croupiers, come sorpreso di quella mia tenace fortuna, mi osservasse. Nell’esagitazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo di quell’uomo come una sfida, e arrischiai tutto di nuovo, quel che avevo di mio e quel che avevo vinto, senza pensarci due volte: la mano mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; fui per ritirarla; ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l’avesse comandato» (da Il fu Mattia Pascal, cit., pp. 64-65).

Non manca, ovviamente, nei testi degli scrittori, il riferimento a famiglie intere che sono state rovinate dal denaro. Un riferimento lo troviamo in Tre croci di Federigo Tozzi, un romanzo psicologico e naturalista, che racconta la storia dei fratelli Gambi, senesi che svolgono una vita agiata, spesso sconfinando il limite della legalità: Giulio, libraio antiquario; Niccolò, commerciante di antichità false; Enrico, rilegatore di libri. Dopo aver sperperato un lascito economico del padre, per mantenere la loro agiatezza non disdegnano di firmare cambiali, come quella firmata da Giulio, il primo dei fratelli, per un prestito elargito da Orazio Nicchioli, un benefattore che aveva messo gli occhi sulla sua libreria. Giulio, però, non solo viene meno ai suoi impegni, alle scadenze, ma falsifica la firma del suo benefattore per emettere alcune cambiali false. Lo scandalo si scopre e fa il giro di tutta la città. Siena agli inizi del Novecento, periodo in cui è ambientato il romanzo, è una piccola città dove tutto e tutti si conoscono. Ormai, quasi tutti i senesi sanno della loro truffa. Lo scandalo è talmente irreparabile che i Gamba rischiano la galera. Privi di possibilità di riscatto, non potendo riparare al danno, Giulio si suicida per la vergogna e per le conseguenze penali che lo possono coinvolgere direttamente, impiccandosi nella sua libreria; Niccolò cambia mestiere e s’impiega come agente assicurativo, ma morirà di gotta; Enrico, viene cacciato di casa dalla famiglia che tenta di salvare la faccia, forse. Vivrà di accattonaggio e morirà nella più totale povertà all’ospizio di Mendicità.

Cosa si deduce da queste brevi digressioni delle opere sopra citate, che il denaro è stato sempre un attrattore infallibile per gli scrittori e i poeti, sia per coloro che avevano deciso di accumulare capitali, sia per coloro che si deprimevano per i troppo debiti. Ma ci sono stati anche intellettuali e scrittori che si sono schierati decisamente contro il denaro e il gioco d’azzardo. A cominciare da Seneca, il quale afferma che il « possesso del denaro costa peggior fatica del guadagnarlo. Il denaro non ha mai fatto ricco nessuno». Ci va pesante anche Camillo Benso Conte di Cavour, il quale in riferimento ai “tavoli verdi”, non esita a definire «Il gioco d'azzardo è una tassa sugli imbecilli». Sempre in riferimento al tavolo verde, Massimo Bontempelli tende a sminuire e a sdrammatizzare il gioco d’azzardo, in quanto per lui «Giocare (dico del gioco grosso, il gioco d'azzardo che può portare la fortuna favolosa o l’irrimediabile precipizio), giocare non è divertente, nel senso leggiadro della parola. Anzi è una cosa, con quella tensione senza respiro, profondamente faticosa». Non manca il fatalismo, come quello di Corrado Alvaro, «Chi ha denaro paga, ma mai di persona»; l’idealismo di Michelangelo convinto che la «felicità può fare a meno del denaro e di una quantità di altre cose»; il fatalismo di Giovanni Papini per il quale il «denaro, che ha ucciso tanti corpi, ogni giorno porta la morte a migliaia di anime»; per finire all’aspetto psicologico e scientifico di Vittorino Andreoli: «Il denaro ha la forza per sconvolgere tutti i princìpi, forse persino quelli biologici, impressi dentro la nostra carne». 

Intanto il gioco continua. Messieurs, faites vos jeux!

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