Il gap inesorabile delle donne: brave ma meno pagate

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Brillanti a scuola e all’università, veloci nel conseguire i titoli di studio, curricula ricchi di viaggi all’estero e voti altissimi rispetto ai loro coetanei maschi, eppure incontrano molte più difficoltà nel mondo dell’impiego.

Il 35% delle donne italiane si accaparra, in adolescenza, un bel nove all’esame di Terza Media contro il 26% dei maschi, le ragazze non sono avvezze a prendere ripetizioni per recuperare le insufficienze (9% contro il 15% dei coetanei di sesso opposto) e, al diploma il voto medio è di 78,6 su cento, mentre per i ragazzi 75,1.

Il Rapporto 2017 di Almalaurea parla chiaro relativamente al profilo dei diplomati: le donne italiane nello studio sono molto più veloci, assidue e scrupolose. Il 38% delle ragazze dedica più di 15 ore settimanali allo studio contro il 16% dei coetanei; si registrano, inoltre, molte più esperienze internazionali per ragioni di studio nel mondo femminile, parliamo di un buon 39% contro il 26% dei maschi, le donne, poi, sono più propense a percorsi formativi linguistici e conseguono un numero di attestati superiore a quello dei ragazzi (38% contro il 28%).

Le studentesse sono più impegnate in attività di volontariato e culturali e sono quelle che tendono a proseguire gli studi intraprendendo la strada universitaria. Il 77% delle diplomate si iscrive all’università mentre nel mondo maschile solo il 63% dei ragazzi prenderà la strada universitaria. Ma anche qui, i voti “femminili” restano i migliori. Fra i laureati del 2016 (di cui 59% donne) la quota rosa che ha conseguito il titolo in corso è superiore rispetto a quella blu. Il 51% delle donne contro il 46% degli uomini; ma anche i voti sono nettamente differenti: il voto medio di laurea delle studentesse è di circa 103,4 su 110 contro 101, 3 su 110 dei ragazzi. Anche nelle discipline tecnico – scientifiche, dove si registrano meno iscrizioni femminili, i voti delle donne sono superiori a quelli degli uomini (voto medio di laurea 103,5 delle donne contro 101,4 degli uomini).

Altro dato interessante è il background; generalmente, le donne iscritte all’università partono da una situazione familiare diversa dagli uomini e, in qualche modo, meno vantaggiosa. Soltanto il 21% delle donne proviene da una famiglia di estrazione elevata contro il 24% dei ragazzi.

Questo fantastico percorso culturale, tuttavia, non porta quasi mai i dovuti frutti. Le donne italiane pur intraprendendo un brillante iter formativo dai risultati molto più che performanti, si trovano ancora a fare i conti con il divario occupazionale, contrattuale e, soprattutto, retributivo che c’è rispetto agli uomini. Fra i laureati magistrali biennali, dopo cinque anni dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è pari all’81% per le donne e all’89% per gli uomini, inoltre, pare che nello stesso periodo i contratti a tempo indeterminato siano una qualità tutta al maschile, riguardando circa il 52% delle donne contro il 61% degli uomini. Questo, anche perché le donne generalmente tendono a preferire il pubblico impiego o l’insegnamento, ossia settori in cui è difficile garantire una stabilizzazione veloce.

Anche lo stipendio è diverso, conferma il Rapporto 2017. Fra i laureati magistrali biennali che hanno iniziato un’attività dopo la laurea e lavorano a tempo pieno emerge che il differenziale a cinque anni è pari al 19% a favore degli uomini. Lo stipendio medio è di 1637 euro per gli uomini contro 1375 euro per le donne. I maschi intraprendono il percorso universitario a scopo lavorativo, il 56% degli occupati ritiene il proprio titolo di studio molto efficace per lo svolgimento della propria attività. Dopo circa cinque anni dalla laurea chi svolge attività a maggiore specializzazioni (comprese cariche legislative e di alta dirigenza) sono per lo più gli uomini (56% rispetto al 47%). Le donne, inoltre, guadagnano meno anche in professioni più richieste come quelle sanitarie, quelle del settore ingegneristico, economico – statistico e scientifico.

Nel settore sanitario, gli uomini percepiscono circa 1618 euro mensili netti contro i 1412 delle donne. Nel settore ingegneristico, invece, lo stipendio medio è di 1767 euro per la quota blu contro i 1611 euro per la quota rosa;il settore economico- statistico vede gli uomini guadagnare circa 1646 euro mentre le donne 1450 euro, nel settore scientifico gli uomini guadagnano 1805 euro contro i 1571 delle donne.

Nel campo dell’insegnamento il differenziale favorisce ancora gli uomini (1418 euro per gli uomini – 1208 euro per le donne) e, nell’ambito della psicologia, il divario sembra essere ancora più insidioso. Gli uomini percepiscono uno stipendio medio di 1505 euro contro i 1187 delle donne. Le donne sono notevolmente penalizzate specialmente nel caso in cui abbiano dei figli, in questo caso, infatti il divario in termini contrattuali e retributivi aumenta al 29%, il tasso di occupazione femminile in tal caso è di circa 61%. Dati davvero poco soddisfacenti e poco confacenti a un’epoca che vanta di essere moderna.

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