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Il Museo del Territorio nel Castello di Santa Severa: memorie storiche da preservare

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E’ uno dei luoghi più affascinanti del Lazio e la sua storia inizia dalla notte dei tempi. Recenti scoperte archeologiche testimoniano che la zona circostante il Castello di Santa Severa era frequentata già in epoca preistorica. In epoca etrusca invece, il sito di Pyrgi, su cui sorge il Castello, era un importante scalo commerciale frequentato da Greci e Fenici.

In vista dell’ormai accertato arrivo dell’estate, una visita in questo splendido Castello è d’obbligo, e vi servirà l’intera giornata. Tutto il Castello è affascinante e suggestivo così come gli incredibili musei al suo interno. Non potete esimervi dal vedere il Museo Civico, il Museo del mare e della Navigazione, L’antiquarium e il Museo del Territorio.

Il Museo del Territorio è in realtà il primo che vedrete, non solo perché è di fronte alla biglietteria ma perché sarete letteralmente rapiti dal suo cicerone. Un curioso e simpatico signore vi trascinerà inconsapevolmente al suo interno. Sarete ammaliati dalle sue parole come dal canto delle sirene. E’ Giulio Rinaldi, un geologo e un chimico. Il Museo del Territorio è letteralmente nelle sue mani. Tutti i reperti che vedrete all’interno di questo piccolo edificio sono stati raccolti nel corso dei suoi viaggi, delle sue esperienze lavorative e delle sue scoperte. Qui è concentrata la memoria storica della sua famiglia e della gente che viveva nel Castello. Il signor Rinaldi ha raccolto nel tempo un patrimonio di inestimabile valore che andrebbe però ulteriormente preservato e valorizzato. Qui si trovano pezzi unici che farebbero invidia ai musei più importanti del mondo. Eppure sono lì, quasi al buio, senza teche. Ci vogliono investimenti, e un privato da solo non ce la fa… La regione Lazio sta pubblicizzando la nuova illuminazione artistica al castello di Santa Severa ma noi quando entriamo siamo quasi al buio, la luce è stata staccata Il resto del castello però ce l’ha.... Per fortuna è ancora giorno e possiamo beneficiare della luce del sole.


Entriamo nella prima stanza e notiamo subito che le mura sono puntellate di foto d’epoca, documenti e oggetti che raccontano il vissuto del Castello e della zona limitrofa. Il museo, che consta di due piccolissimi piani, racconta le attività in cui erano impegnate le popolazioni che abitavano il Castello, da quelle agricole, a quelle artigiani fino a quelle estrattive. Ma non solo. Il Museo raccoglie una quantità considerevole di fossili che ci rimandano al periodo paleontologico. E’ una miniera d’oro.

Saliamo al piano superiore. Il signor Rinaldi comincia il suo racconto e cattura subito la nostra attenzione. Entriamo in una stanzetta piena di ampolle, minerali e pannelli con  cartine e foto d’epoca. In questa stanza-laboratorio i minerali la fanno da padrone; il re indiscusso però è il caolino, utilizzato fin dal 700 per la produzione della porcellana. Il caolino è un silicato idrato di alluminio formato da quarzo che si trova in grandi quantità proprio nel Lazio. In località Sasso infatti, è presente la storica miniera di caolino di Monte Sughereto oggetto di visite da parte di curiosi e studiosi. Questa, ci spiega il sig. Rianldi, è l’unica miniera attiva nell’area continentale. E’ una visita da fare assolutamente ci dice il sig. Giulio, che lì ci porta gruppi e scolaresche per le visite didattiche. Il nostro cicerone ci spiega che da un punto di vista geologico, poiché il Lazio è di natura vulcanica, le rocce di caolino si alterano e formano un’argilla che serve appunto per la produzione di porcellane, sanitari e ceramiche. Per questo tipo di produzioni però, caolino deve essere purissimo altrimenti si spacca. Il caolino inoltre, è largamente utilizzato anche nella cosmesi, soprattutto per la produzione di fondotinta e maschere per il corpo e il viso. il sig. Rinaldi mi vede perplessa e allora decide di farmi una maschera con la polvere di caolino nonostante la mia manifesta riluttanza. Mi imbratta il viso e mi spiega che si applicata con movimenti circolari per favorire l’azione abrasiva. La pelle tira, ma a fine visita, dopo averla tolta, è liscia come quella di un bambino…


E’ il momento delle presentazioni. Il sig. Giulio, ci fa vedere una serie di fotografie che ritraggono la sua famiglia e gli abitanti del Castello. Facciamo insieme un viaggio affascinante e triste indietro nel tempo. Ci racconta che è nato in questo Castello perché la madre lavorava in miniera con altre donne e uomini. Il sig. Giulio ha ricostruito la storia della sua famiglia  e della comunità. Ci tiene particolarmente a tutti i ricordi e agli oggetti che è riuscito a raccogliere e a preservare dall’oblio. Molte delle fotografie che ci mostra sono poste su un tavolo di legno coperto da una lastra di vetro.  Ci sono le fotografie del suo papà durante la seconda guerra mondiale, di un fratello scienziato che il signor Giulio aveva seguito in America e che purtroppo è morto giovane, una foto con sua madre e un’altra con il suo fratellino gemello. Il sig. Rinaldi ricorda che quando aveva 11 o 12 anni capitava spesso che dovesse portare il pranzo in galleria al padre. I minatori lo portavano nel carrello fino alla miniera e lì ogni tanto gli regalavano dei minerali trovati durante gli scavi. Da lì la passione che lo porterà a fare i suoi studi e a mettere in piedi questo splendido museo. Sotto il fascismo ci spiega Rinaldi, questa miniera era gestita dalla Società Nazionale Caolino, che poi passò alla Ginori,a Marazzi e a Pozzi. Oggi  invece delle estrazioni se ne occupa una società di Novara.


Nel periodo in cui suo padre lavorava in miniera, Santa Severa era un’azienda di 4500 ettari dove  venivano a lavorare uomini dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Calabria, dalla Campania e dall’Umbria. Tra le foto appese al muro ci sono tanti lavoratori. Qui la povertà regnava sovrana. La maggior parte degli operai nelle foto porta una sola scarpa. Il sig. Giulio ci spiega che  per non rovinarle entrambe, lavoravano con una sola scarpa: un piede sulla vanga e l’altro nudo per terra. In quei periodi intere famiglie erano decimate dalla fame e dalla malaria. I giornalieri che venivano a lavorare in queste miniere non avevano un tetto: dormivano a terra con gli animali, in mezzo alla paglia. Quando faceva freddo, per riscaldarsi, aspettavano che le mucche facessero i loro bisogni per metterci sopra le mani e i piedi. Per avere una pagnotta di pane, le donne andavano nel bosco e raccoglievano legna secca anche con la pioggia e il gelo. Facevano le fascine, se le caricavano in testa e le portavano dal fornaio che in cambio della legna dava loro una pagnotta di pane. Il racconto è così, tutto d’un fiato come un susseguirsi di diapositive in bianco e nero proiettate su un muro ingiallito.

Ci spostiamo poi sul tavolo degli esperimenti dove tra ampolle e bottigline di varie forme e misure il sig. Giulio mostra alle scolaresche in visita prove di laboratorio con strumenti meravigliosamente datati, splendidi pezzi d’antiquariato.  Facciamo qualche esperimento di idrolisi e analisi mineralogica e poi ci spostiamo nella stanza attigua. E’ la  sala paleontologica che contiene fossili databili nel periodo cistocenico dell’area laziale. Vediamo una mandibola di mammut, una zanna di elefante e tantissimi fossili. Un pezzo di eccellenza è una conchiglia gigante. Il signor Giulio ci spiega che la grandezza inusuale è dovuta al fatto che al tempo la zona era tropicale e faceva particolarmente caldo. 

Il caldo favorisce la precipitazione di carbonato di calcio che permette alle conchiglie di diventare più grandi. La caratteristica di questi molluschi è che quando subiscono un processo di fossilizzazione perdono subito la cerniera (la parte di conchiglia che serve a mantenere le valve chiuse). La cerniera si rompe a causa della sabbia che entra all’interno del mollusco e ne apre le valve. Il fossile che ci mostra il signor Giulio è una rarità, è uno dei pochi fossili al mondo che ha mantenuto intatta la cerniera. Davanti a questa bellezza, un paleontologo e un direttore di un museo potrebbero anche svenire. I fossili custoditi in questo museo sono stati raccolte dal sig. Giulio durante i suoi viaggi e provengono dalle parti più disparate del mondo: Marocco, area laziale, Appennino umbro marchigiano, America e tanti altri luoghi. Il nostro cicerone ci mostra ancora altri pezzi, neolitici, e anche questi unici : un costato di un animaletto con la freccia del cacciatore ancora conficcata, una canoa neolitica e un rettile marino jurassico.


Siamo rapiti da tanta bellezza e dai suoi racconti, accorati e affascinanti. Sono le 13, il sig. Giulio deve chiudere. Andiamo via a malincuore e con tanto amaro in bocca. La cultura e l’arte sono patrimonio dell’umanità, dovrebbero essere valorizzate, tutelate e divulgate. Qui c’è bisogno di un aiuto concreto, è una memoria storica di inestimabile valore che non possiamo permettere che si perda nei meandri della cieca e pigra burocrazia.

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