In un luogo dove gli opposti stanno

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Luca Pignatelli torna con una personale alla Galleria Poggiali di Firenze. E lo fa con una serie di lavori inediti, scavalcando la linea di demarcazione tra astratto e figurativo, tra citazione e arte povera. La mostra si sonda nei due spazi di via della Scala e di via Benedetta. Una mostra coraggiosa costruita per “assoli” che convivono nello stesso luogo. Sono opere costruite con teloni pesanti tagliati a strisce e pezzature di dimensioni varie, ricucite assieme. I supporti sono in diversi casi marchiati da scritte e cifre di matrice industriale. Elementi grafici che dichiarano un’appartenenza e una provenienza. Testi che ricordano epigrafi o dediche sui monumenti e nei dipinti antichi. I teloni sono assolutamente monocromi, superfici mai piatte, dove l’immagine completa è data dalla gradazione della verniciatura, che è già un racconto e parla da sé, nonché dalle diverse sezioni geometriche del supporto ricomposte in unità visiva ed espressiva, come patchwork secondo una usanza domestica di riciclo e risparmio, in voga fin dai primordi. A questi teloni – carichi di un rosso iodio o di verde petrolio, oppure del colore della malva o della prugna – si aggiungono altri lavori pittorici realizzati sempre con teloni ferroviari coperti però in questo caso da una pittura metallica color argento. All’aspetto moderno dei teloni monocromi si contrappone questo modernista dell’allumino. La superficie in questi casi è diversamente luminosa ed è lavorata con segni grafici, incisioni e abrasioni. Al centro dell’opera è fissata con un procedimento meccanico una testa eroica, di imperatore romano. Sono quadri monumentali non per dimensioni ma per scelta poetica e iconografica. Nel primo caso invece il tono alto e imponente è dato dalla scelta del monocromo e del linguaggio astratto. 

La combinazione in mostra delle due opposte fazioni espressive è vincente. La povertà dei teloni ha il suo peso, il materiale porta con sé una sua storia. L’astratto, in definitiva, non è tale. È una struttura narrativa astratta complessa realizzata togliendo dati figurativi ma non privandola di ‘anima’. D’altro canto, anche i quadri iconici non appaiono riducibili al solo linguaggio figurativo, visto che alla citazione archeologica dominante al centro sono stati aggiunti episodi grafici significativi, di natura gestuale e informe. La fredda e vuota citazione, la superficiale suggestione dell’antico, è qui carica di ferite e cicatrici, di un vissuto esistenziale, di una pelle e di un corpo che ci raccontano un proprio originale vissuto. Il titolo della mostra – dal 30 novembre a cura di Sergio Risaliti – vale come uno statement e lascia intendere come il campo dell’arte - e in particolare quello della pittura - sia quel luogo - nel mondo e nella realtà - “in cui gli opposti stanno”.  Ancora una volta Pignatelli mette sotto indagine il suo percorso creativo, senza tradirlo, o rinnegarlo, ma insistendo nella sperimentazione, indagando le possibilità espressive e formali della pittura oggi. La presenza di linguaggi opposti innalza la poesia delle immagini a una dimensione quasi sacrale, svuotando di retorica gli stili per fare posto alla narrazione povera dei materiali, quella empatica dei monocromi, al vissuto delle superfici, armonizzando questi materiali così risonanti ed espressivi con le strutture geometriche del supporto, con il codice iconico delle teste. Costruendo i suoi ‘quadri’, Pignatelli si comporta come un musicista classico contemporaneo che fa dell’avanguardia un repertorio tra i tanti e che nelle sue composizioni sperimentali fa stare assieme - ma stare bene e con un senso che non è solo linguaggio e forma, ma poesia ed espressione - materiali di diversa natura e provenienza, storie e contesti differenti, perfino suoni e vocaboli discordanti. L’artista continuando con ostinata fedeltà a fare pittura, cercando ragioni d’essere profonde alla sperimentazione in pittura, lavorando sui materiali, i repertori iconografici, i colori, l’assemblaggio, fa del quadro uno strumento possibile e praticabile della azione politica. In questo senso quel luogo in cui gli opposti stanno è una immagine praticabile della polis.

L’artista cacciato dalla Repubblica, afferma un suo ruolo possibile oggi nella sua rielaborazione e difesa. Risparmio, riciclo, recupero della memoria, archeologia delle immagini, ossessione dell’archivio, sono tutte operazioni inerenti il suo lavoro di pittore che non rifiuta il confronto con la realtà e la società, ma lo fa affermando la specificità e centralità del linguaggio artistico, in specifico quello del pittore che all’interno della sua opera è in grado di far stare gli opposti, senza tuttavia svuotarli di originalità e differenza. 

Luca Pignatelli torna con una personale alla Galleria Poggiali di Firenze. E lo fa con una serie di lavori inediti, scavalcando la linea di demarcazione tra astratto e figurativo, tra citazione e arte povera. La mostra si sonda nei due spazi di via della Scala e di via Benedetta. Una mostra coraggiosa costruita per “assoli” che convivono nello stesso luogo. Sono opere costruite con teloni pesanti tagliati a strisce e pezzature di dimensioni varie, ricucite assieme. I supporti sono in diversi casi marchiati da scritte e cifre di matrice industriale. Elementi grafici che dichiarano un’appartenenza e una provenienza. Testi che ricordano epigrafi o dediche sui monumenti e nei dipinti antichi. I teloni sono assolutamente monocromi, superfici mai piatte, dove l’immagine completa è data dalla gradazione della verniciatura, che è già un racconto e parla da sé, nonché dalle diverse sezioni geometriche del supporto ricomposte in unità visiva ed espressiva, come patchwork secondo una usanza domestica di riciclo e risparmio, in voga fin dai primordi. A questi teloni – carichi di un rosso iodio o di verde petrolio, oppure del colore della malva o della prugna – si aggiungono altri lavori pittorici realizzati sempre con teloni ferroviari coperti però in questo caso da una pittura metallica color argento. All’aspetto moderno dei teloni monocromi si contrappone questo modernista dell’allumino. La superficie in questi casi è diversamente luminosa ed è lavorata con segni grafici, incisioni e abrasioni. Al centro dell’opera è fissata con un procedimento meccanico una testa eroica, di imperatore romano. Sono quadri monumentali non per dimensioni ma per scelta poetica e iconografica. Nel primo caso invece il tono alto e imponente è dato dalla scelta del monocromo e del linguaggio astratto. 

La combinazione in mostra delle due opposte fazioni espressive è vincente. La povertà dei teloni ha il suo peso, il materiale porta con sé una sua storia. L’astratto, in definitiva, non è tale. È una struttura narrativa astratta complessa realizzata togliendo dati figurativi ma non privandola di ‘anima’. D’altro canto, anche i quadri iconici non appaiono riducibili al solo linguaggio figurativo, visto che alla citazione archeologica dominante al centro sono stati aggiunti episodi grafici significativi, di natura gestuale e informe. La fredda e vuota citazione, la superficiale suggestione dell’antico, è qui carica di ferite e cicatrici, di un vissuto esistenziale, di una pelle e di un corpo che ci raccontano un proprio originale vissuto. Il titolo della mostra – dal 30 novembre a cura di Sergio Risaliti – vale come uno statement e lascia intendere come il campo dell’arte - e in particolare quello della pittura - sia quel luogo - nel mondo e nella realtà - “in cui gli opposti stanno”.  Ancora una volta Pignatelli mette sotto indagine il suo percorso creativo, senza tradirlo, o rinnegarlo, ma insistendo nella sperimentazione, indagando le possibilità espressive e formali della pittura oggi. La presenza di linguaggi opposti innalza la poesia delle immagini a una dimensione quasi sacrale, svuotando di retorica gli stili per fare posto alla narrazione povera dei materiali, quella empatica dei monocromi, al vissuto delle superfici, armonizzando questi materiali così risonanti ed espressivi con le strutture geometriche del supporto, con il codice iconico delle teste. Costruendo i suoi ‘quadri’, Pignatelli si comporta come un musicista classico contemporaneo che fa dell’avanguardia un repertorio tra i tanti e che nelle sue composizioni sperimentali fa stare assieme - ma stare bene e con un senso che non è solo linguaggio e forma, ma poesia ed espressione - materiali di diversa natura e provenienza, storie e contesti differenti, perfino suoni e vocaboli discordanti. L’artista continuando con ostinata fedeltà a fare pittura, cercando ragioni d’essere profonde alla sperimentazione in pittura, lavorando sui materiali, i repertori iconografici, i colori, l’assemblaggio, fa del quadro uno strumento possibile e praticabile della azione politica. In questo senso quel luogo in cui gli opposti stanno è una immagine praticabile della polis. L’artista cacciato dalla Repubblica, afferma un suo ruolo possibile oggi nella sua rielaborazione e difesa. Risparmio, riciclo, recupero della memoria, archeologia delle immagini, ossessione dell’archivio, sono tutte operazioni inerenti il suo lavoro di pittore che non rifiuta il confronto con la realtà e la società, ma lo fa affermando la specificità e centralità del linguaggio artistico, in specifico quello del pittore che all’interno della sua opera è in grado di far stare gli opposti, senza tuttavia svuotarli di originalità e differenza. 

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