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Interviste impossibili: oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Paco de Lucía

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Oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Francisco Sánchez Gómez, in arte Paco de Lucía, chitarrista e compositore spagnolo, considerato uno dei più grandi chitarristi di flamenco. Nasce il 21 dicembre 1947 ad Algeciras, in Andalusia, ed è morto a Cancún (Messico) nel 2014, giocando col figlio accanto al mare.

È vissuto, sin dalla nascita, nella cultura del flamenco. Inizia a suonare la chitarra all'età di cinque anni; suoi primi maestri sono il padre e il fratello Ramon de Algeciras, entrambi chitarristi di flamenco, che diventa il sostentamento della famiglia. A nove anni lascia la scuola per indigenza della famiglia e si dedica interamente allo studio della chitarra da autodidatta. Negli anni sessanta inizia i suoi concerti in giro per la Spagna e in Sud America col fratello Josè, detto Pepe, al seguito di una compagnia di danza flamenca.

Negli anni settanta conoscerà alcuni musicisti molto importanti per la sua evoluzione artisticaAl Di MeolaJohn McLaughlinLarry Coryell e Chick Corea. Con John McLaughlin e Al Di Meola, nel 1980 incide Friday Night in San Francisco, un album che a tutt’oggi ha venduto più di cinque milioni di copie. Ha pubblicato più di una trentina di album, una mezza dozzina di colonne sonore, molti video e numerose collaborazioni, tra cui quelle con Bryan Adams, Wynton Marsalis, Claudio Baglioni, Albano Carrisi & Romina Power, Anna Oxa, Luciano Pavarotti, Carlos Santana.  Nel 2010 il Berklee College of Music di Boston gli conferisce la laurea Honoris Causa per il suo contributo musicale e culturale.
 
Iniziamo con una domanda classica: che cos’è per lei la musica?
 
Avendo avuto fin da giovane la possibilità di suonare fuori della Spagna, ho scoperto presto che la musica era espressione di culture diverse e che se non si rompeva la rigidità del flamenco tradizionale questa musica sarebbe finita in un museo. Ho così iniziato a utilizzare altri strumenti e ad incontrare molti musicisti che mi hanno aperto la mente. La scoperta più importante è stata, comunque, l’improvvisazione, una libertà senza la quale non c’è musica. Più che inventare cose nuove ho cercato di portare la tradizione del flamenco nel mondo moderno, ma sono e sarò per il resto della mia vita un chitarrista di flamenco.
 
Chi le ha insegnato a suonare la chitarra?
 
Il mio primo insegnante è stato mio padre e poi il mio fratello maggiore, Ramon. Ho vissuto in una comunità di zingari, ascoltavo la loro musica ogni giorno, sono cresciuto con essa. Quando ho cominciato a suonare mi esercitavo per dieci, dodici ore al giorno.
 
Nel 1968 lei comincia a collaborare col leggendario cantante Camaròn de la Isla, uno che sulla mano sinistra aveva tatuata una luna crescente in ricordo delle radici arabe del flamenco, il miglior cantante popolare. Cosa ha rappresentato per lei quell’incontro?
 
Il più grande cantante popolare di quel tempo.Con lui ho passato gli anni migliori della mia vita e ho inciso ben 12 album. Ho imparato molto dal cercare di seguire la sua voce, per, poi, continuare a renderne appieno il pathos quando mi trovavo a suonare da solo. Sono maturato molto in quegli anni, come musicista e come persona.
 
Lei non ha mai studiato musica e di conseguenza non sa leggerla. Come riesce a suonarla meglio dei diplomati in musica?
 
Non ne avevo bisogno.Ho imparato la chitarra come un bambino impara a parlare. Credo che le orecchie e la memoria siano più importanti, ma mi è capitato, suonando con jazzisti colti come Chick Corea, di avere la sensazione che stessero facendo cose troppo complicate, per cui preferisco suonare quello che esce dal mio cuore piuttosto che quello che potrei leggere sugli spartiti. Comunque, quando ho deciso di suonare il Concierto di Aranjuez, ho studiato lo spartito per un anno.
 
La musica la fa gioire o la fa soffrire?
 
L’una e l’altra. Certo, un vero artista per antonomasia soffre. Ma sempre di meno di un manovale sospeso su un’impalcatura di sei piani a inizio gennaio.
 
Molti chitarristi si sono cimentati anche nel canto. Lei ha mai cantato durante i suoi concerti?
 
Ho sempre amato il canto che ritengo la forma più diretta di comunicazione ed espressione dei sentimenti. Da ragazzino, comunque, ero troppo timido per cominciare a cantare. Così ho cominciato a suonare la chitarra come se stessi cantando e forse questa è la differenza che può esserci tra me e altri chitarristi. Mi piace molto il canto e in un CD del 1998 ho cantato anch’io.  Sul palco, però, è diverso. Mi piacerebbe avere i “cojones” per cantare, ma sono sempre stato timido e felice di nascondermi dietro la mia chitarra.
 
Che cos’è per lei l’amore?
 
L’amore è un patto tra due persone che si vogliono bene, un patto che entrambe fanno fatica a rispettare, ma non lo ammetteranno mai. Credo che ci si innamori seriamente una sola volta nella vita, io mi sono innamorato di mia moglie e non tornerò mai ad innamorarmi.
 
Dunque Paco De Lucia è fedele alla donna che ama come è fedele alla sua musica?
 
Che cos’è in fondo la fedeltà? Non è un gioco. La fedeltà ci viene proposta inconsciamente: hai una famiglia, dei bambini. Come puoi quindi giocare con l’amore?
 
Si è sposato due volte, però! Alcuni critici sostengono che lei abbia internazionalizzato il flamenco.
 
È vero, ma senza trasformarlo in una musica commerciale. Il flamenco è una roba seria, non è fatta per tutti o per palcoscenici pensati soprattutto per fare cassa. Il flamenco appartiene alla musica classica, anche se io, pur legato alla tradizione, ho cercato di aprirlo ad altri mondi, ad altri suoni moderni e contemporanei, in una specie di fusion di generi basati soprattutto sull’improvvisazione.
 
Ritorna il tema dell’infedeltà. Non crede di essere stato infedele nei suoi confronti?
 
Sì, sono stato infedele nei suoi confronti, ma è sempre stato alla base della mia musica. Come poteva essere diversamente: ho sempre amato il flamenco più di ogni altra musica di questo mondo.
 
Come spiega il successo del suo flamenco. Qual è il segreto?
 
Il segreto del mio flamenco? Arrivo al cuore del pubblico. Non so leggere la musica. E allora riesco adarrivare con maggiore facilità al cuore della gente. Sarò sempre un musicista di flamenco, anche se la mia musica è contaminata soprattutto da suoni jazzistici.
 
Cosa ne pensa dei gruppi pop che si cimentano nel flamenco, come i Gipsy Kings, ad es.?
 
Quando sento i nuovi gruppi pop spagnoli sono molto felice di costatare che spesso ci sono delle frasi di flamenco nella loro musica. Per altri versi può capitare che quando i musicisti di flamenco si danno al pop molto, perdano la loro espressione più autentica.
 
George Benson ha affermato che lei è il più grande chitarrista del mondo contemporaneo. Addirittura Jimmy Page, il leader dei Led Zeppelin, l’ha definito un genio.
 
Cosa posso dire? Forse hanno esagerato entrambi.
 
Viva la modestia! 
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