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INTOLLERANZA AL LATTOSIO, LE ANTICHE ORIGINI

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L’intolleranza al lattosio è attualmente una delle più comuni intolleranze alimentari. I soggetti che ne soffrono, nella maggior parte dei casi, presentano una carenza dell’enzima (lattasi) deputato alla digestione dello zucchero del latte (lattosio).  Il lattosio, per essere correttamente digerito e assorbito dall’intestino, deve essere scomposto in glucosio e galattosio, i due zuccheri semplici che lo compongono. Nei soggetti intolleranti, a causa della carenza enzimatica, che può essere totale o parziale, lo zucchero composto non viene “spacchettato” e, dunque, finisce per essere fermentato dai batteri intestinali generando disturbi quali aerofagia, crampi addominali e, in alcuni casi, diarrea.  I sintomi suindicati non sono sempre indice di intolleranza al lattosio, potrebbero denotare qualsiasi altro disturbo, per questo, al fine di elaborare l’identikit della patologia si utilizza il breath test.  Si tratta di un test poco invasivo che prevede la raccolta dei dati attraverso l’alito del soggetto. Il paziente dovrà soffiare in una specie di bocchetta che calcolerà la misura e la quantità degli idrogeni presenti nell’aria espirata. Raccolti i dati si provvederà, una volta somministrata una bevanda al latte,, a rielaborare il test ogni trenta minuti per le successive tre ore.  La fermentazione del lattosio produce idrogeno che nei soggetti intolleranti aumenterà nelle misurazioni successive alla prima permettendo di stabilire l’intolleranza.  E’ bene che il paziente intollerante al lattosio escluda dal proprio regime alimentare tutti i cibi che contengono lo zucchero incriminato, dunque, latte e derivati, ma non solo, anche molti alimenti che lo contengono come additivo, ad esempio, prosciutto cotto, salsicce, dadi per il brodo e il pancarré.  Si esclude generalmente il lattosio per circa due settimane per introdurlo via via in piccole dosi sino alla soglia massima di tolleranza rilevata. In alternativa, di può far riferimento alla dieta ad intervalli, che prevede circa tre giorni privi di lattosio e un giorno di assunzione controllata; entrambi i regimi alimentari hanno lo scopo di “educare” l’organismo all’assunzione degli alimenti.  Ma quando nasce l’intolleranza? Può sembrare strano ma un team di scienziati svizzeri ha associato il disturbo all’ epoca medievale. Pare che il fastidio abbia attraversato secoli di storia per giungere sino a noi. Circa un migliaio di anni fa i numeri relativi a questo tipo di insofferenza erano simili a quelli moderni. A suggerire il dato è uno studio del Centro di Medicina Evolutiva dell’Università di Zurigo. Il team di studiosi ha condotto un esperimento su 36 cadaveri provenienti dal cimitero medievale del villaggio di Dalheim (950 / 1200 d.C.) paese del nord della Germania. Lo studio, riferito solo all’Europa centrale,  ha dimostrato, attraverso un’analisi genetica, che in quel tempo circa il 30% della popolazione europea soffriva di intolleranza al lattosio. Dato meravigliosamente simile a quello dei nostri tempi.  Vi starete chiedendo com’è stato possibile ricavare questi dati a distanza di tutti questi anni. I ricercatori attraverso la disamina del DNA hanno evidenziato una mutazione del gene LCT che garantisce la permanenza del lattasi. In genere l’enzima è presente nell’organismo umano in grandi quantità dalla nascita per poi diminuire via via crescendo, cosa che nelle popolazioni europee non è avvenuta totalmente tanto da far parlare di “persistenza di lattasi”. Si pensi che in Cina circa il 90% degli abitanti è intollerante al lattosio. Il disturbo, oggi, non crea grossi problemi, a differenza di quanto poteva avvenire migliaia di anni fa, poiché esistono valide alternative ai prodotti contenenti lattosio quali i delattosati, ad alta digeribilità o si gli integratori di lattasi.
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