LA RIFORMA DEL SENATO E IL BICAMERALISMO ALL'ITALIANA

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Dopo anni di discussioni finalmente il giorno è arrivato. La riforma del Senato e la trasformazione del bicameralismo perfetto di marca italiana ormai è in atto. Proprio il 31 marzo è stato infatti approvato il ddl su palazzo Madama. Le polemiche dei giorni scorsi tra il premier Renzi e il presidente del Senato Grasso però non vanno dimenticate, come le parole della titolare del dicastero all'istruzione, Stefania Giannini, che ha messo in discussione la proposta di legge avanzata dal governo tanto voluta dall'ex sindaco di Firenze. Ma cerchiamo di fare un passo indietro. In Europa e nel mondo il numero dei paesi che hanno adottato nel tempo un sistema unicamerale è diminuito sempre più. Nel vecchio continente, la penisola scandinava le repubbliche baltiche e alcuni paesi dei Balcani hanno da sempre adottato questo sistema parlamentare. Va detto però che le differenze tra i vari ordinamenti parlamentari nei vari paesi sono dovute a delle contingenze storiche e geopolitiche ben precise che hanno portato alla situazione odierna. Ciò è evidente non solo in Italia ma anche nel resto del mondo. Riformare il proprio ordinamento parlamentare quindi rappresenta un passo importante ma anche molto delicato per una Repubblica come quella italiana che sta vivendo un biennio alquanto travagliato dal punto di vista politico. Le riforme renziane hanno di sicuro un presupposto di fondo molto valido, e molti costituzionalisti sono d'accordo con la necessità di intervenire e risolvere lo stallo italiano, ma come sottolineato dal fronte interno al Pd, contrario al ddl sul Senato, la necessità di provvedere prima ad una legge elettorale, tra l'altro già pronta per essere votata, sarebbe stata forse la mossa più giusta da compiere. Il bicameralismo perfetto italiano è un sistema di sicuro più lento e macchinoso del bicameralismo imperfetto in quanto i disegni di legge vengono prima discussi, emendati ed approvati dai due rami del parlamento stesso che si passano l'emendamento che per essere approvato in maniera definitiva nel momento del passaggio deve essere approvato senza alcuna modifica. Nel caso contrario il testo viene rispedito alla camera che l'ha esaminato per prima per essere riapprovato. Questo è il meccanismo sul quale i molti governi italiani, senza una schiacciante maggioranza, hanno contato per allungare i tempi di una approvazione della legge. Questo circolo vizioso ha reso la possibilità di fare riforme sempre più lento e complesso. Quello che ora ovviamente ci si chiede è se questa riforma del Senato sia quello che ci vuole per avviare il meccanismo di riforme voluto dal nuovo esecutivo e chiesto dalla comunità europea. E' davvero la mossa giusta eliminare la parità di poteri che vige tra Camera dei Deputati e Senato? I padri costituenti hanno deciso di adottare questo sistema all'indomani del ventennio fascista per garantire il funzionamento dell'iter legislativo. Il nuovo governo vuole eliminare gli sprechi e la riforma di Renzi prevede 148 senatori non eletti composti da i presidenti di regione, i sindaci dei capoluoghi di regione e due consiglieri a scelta sia per i sindaci che per i presidenti di regione. Per ridurre i costi della pubblica amministrazione questo è di sicuro un passo in avanti ma forse sarebbe meglio decidere di eliminare l'enorme numero di parlamentari ed abbassare i costi politica. Renzi sulla riforma del Senato ci ha messo la faccia ma ora si apre un periodo di tortuosi e difficili interventi legislativi, e vedremo se questo governo e lo stesso Renzi reggeranno l'urto di chi sia all'esterno che all'interno del Pd si oppone al programma governativo.

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