LA STORIA DI CINO

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Proprio in occasione della giornata internazionale della montagna,  esce nelle sale italiane oggi 11 dicembre, un film dedicato a questo tipo di territorio, con le sue suggestioni e i suoi lati oscuri:  La storia di Cino, diretto dal documentarista e docente di Storia dell?arte dell?India  all?universitą  La Sapienza di Roma, Carlo Alberto Pinelli.  E? un piccolo film distribuito  grazie ad una coproduzione Italo- Francese e il contributo del Mibac per i film di interesse culturale.

 

Siamo alla fine del 1800, sulle Alpi del cuneese ai confini con la Francia, i poveri abitanti di quei paesini del Piemonte, nel periodo estivo spesso erano costretti ad ?affittare? uno o pił dei propri figli per sfamarli e andare avanti, quindi alcuni ragazzini arrivavano nelle case di pastori  francesi oltre il confine e venivano impiegati nella transumanza. Da questo spunto si sviluppa la storia di Cino (Stefano Marseglia)  che mandato a lavorare dalla famiglia per un arrogante e violento montanaro nelle malghe del Mecantour, č costretto a ribellarsi in seguito al tentativo dell?uomo di violentarlo, scappando per tornare a casa. Lungo la strada rincontra Catlģn (Francesca Zara) , una bambina che con lui ed altri era stata portata oltre il confine per i medesimi scopi di lucro.  I due decidono di affrontare un viaggio a piedi sulle montagne per tornare in Piemonte e lungo la strada faranno i conti con le condizioni climatiche difficili e una certa atmosfera quasi mistica che in quei territori  aleggia grazie alle tracce lasciate dai popoli che li hanno attraversati.  Sullo sfondo un malcostume reale e testimoniato, in primo piano un racconto di amicizia ed innocenza. Questa la combinazione con cui ci viene raccontata la storia di Cino.

 

Pinelli ha codiretto vari documentari insieme a Folco Quilici, ed oltre all?attivitą accademica legata alla storia di popoli orientali, č un fine conoscitore dei territori di montagna in quanto alpinista esperto e direttore di varie spedizioni tra cui una sul K2 nel 1990.  Tuttavia, in opposizione ad una conoscenza e ad un? indagine accurate, legate alle storie tramandate dagli abitanti delle Alpi del Piemonte da cui l?autore estrae il suo racconto, il film risente di un eccessivo didascalismo  nella rappresentazione dell?infanzia, ovvero finisce per proporci dei clichč  rispetto ai modi di agire dei bambini, alla dolcezza a prescindere nel loro modo di esprimersi, e dal punto di vista formale non presenta un valore aggiunto rispetto ai documentari che vengono in genere confezionati per i canali tematici della televisione. La fotografia subisce il paesaggio, non lo modella per aggiungere un ulteriore linguaggio o chiave di lettura. Resta comunque un bene che storie del genere vengano proiettate al cinema, per restituire alla sala una funzione plurima:  fornire spunti di suggestione e ragionamento oltre al cieco intrattenimento selvaggio che soprattutto nel periodo natalizio prepotentemente emerge.

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