La tradizione delle traduzioni. Opere tradotte in napoletano dal 400 al 700

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Fino a oltre la metà del Quattrocento vi sono ancora letterati che usano il "volgare" napoletano con influssi latini e toscani, come nel Trecento.

Nella seconda metà del secolo però s’instaurano, fra il re di Napoli Ferrante d'Aragona e il signore di Firenze Lorenzo dei Medici, rapporti non solo diplomatici ma anche fervidamente culturali. Sicché la lingua scritta nell’ambiente della corte di Napoli fu sempre più vicina al toscano.

S’inserisce però proprio qui un curioso episodio di traduzione. Un intellettuale della corte di Lorenzo, Cristoforo Landino, mandò a Ferrante una traduzione in toscano di un’opera latina, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (I secolo d. C.).

Il bibliotecario di Ferrante d’Aragona, Giovanni Brancato, peraltro fautore del latino e contrario al volgare, volendo dimostrare che questo volgare fiorentino non fosse poi granché, ritradusse la Naturalis Historia in napoletano, con intento apertamente polemico nei confronti del Landino e dei Toscani. Naturalmente il suo napoletano non era certo quello parlato, avendo pretese di lingua letteraria, ma per opporsi al toscano doveva pur esibire tratti marcatamente locali.

Un napoletano alquanto toscaneggiante è invece quello usato da Francesco Del Tuppo, più famoso come stampatore (infatti pochi decenni èrima era nata la tecnica della stampa a caratteri mobili). Questi tradusse e pubblicò nel 1485 le favolette dell’antico greco Esopo. Peraltro non dal greco, ma da una versione inglese delle stesse.

Nel Cinquecento ormai si afferma dovunque come lingua della letteratura il toscano di Petrarca e Boccaccio, proposto dal cardinale veneziano Pietro Bembo in una sostenuta polemica fra i più ragguardevoli intellettuali italiani (fra cui anche Baldasar Castiglione e Niccolò Machiavelli).

Le manifestazioni dialettali in questo secolo ci sono, e non solo a Napoli, ma si tratta ormai di letteratura “riflessa” (come la definì Croce), fatta cioè da letterati di ampia cultura che erano consapevoli di usare un dialetto, in controtendenza con la letteratura “ufficiale”. Non certo dunque letteratura popolaresca, ma colta e raffinata ripresa delle parlate locali.
Nel Seicento continuano sia la tendenza all’italiano trecentesco (è del 1612 il primo Vocabolario della Crusca), sia la tendenza ai dialetti, tanto che questo fu definito il secolo d’oro della letteratura napoletana. La scrittura dialettale (che non fu solo nostra) fa parte della cultura del Barocco, nata in opposizione al classicismo e dunque propensa a privilegiare temi e forme inconsuete (quali appunto potevano esser considerati i dialetti).

È così che il napoletano diventa lingua letteraria.

Nel Seicento appunto si hanno le prime traduzioni di pregio, fatte un po' per divertissement intellettuale e un po' con intenti polemici nei confronti della letteratura “ufficiale”.

Il capolavoro del genere è La Gierosalemme libberata de lo sio’ Torquato Tasso (1689), opera di Gabriele Fasano, grande ammiratore dell’ormai celebre poeta.
La traduzione, apprezzata da egregi letterati dell’epoca, è un lavoro di fino, che segue passo passo l’originale, giacché ad ogni strofa del Tasso corrisponde una strofa in napoletano, e “tradisce” solo laddove si accosta volutamente alla mentalità e anche alla storia di Sorrento e di Napoli. Ecco la prima ottava, forse la più fedele all’originale:

Canto la santa mpresa, e la piatate,
c’happe chillo gran hommo de valore,
che ttanto fece pe la libbertate
de lo sebburco de nostro Segnore.
No nce potte lo Nfierno, e tant’armate
canaglie nò lo dettero terrore;
ca l’ajotaie lo Cielo e de carrera
l’ammice spierte accouze a la bannera

(“Canto la santa impresa e la pietà / ch’ebbe quel grand’uomo di valore [Goffredo di Buglione, che guidò la prima crociata] / che tanto fece per la libertà / del sepolcro di nostro Signore. / Non ci poté l’Inferno, e tante armate / canaglie non gli dettero terrore; / ché l’aiutò il Cielo, e rapidamente / ridusse gli amici dispersi sotto la (sua) bandiera”).

Dello stesso periodo è la traduzione dell’Eneide a cura di Giancola Sitillo (anagramma di Nicola Stigliola), un po’ meno apprezzata della precedente ma anch’essa opera di grande impegno.

Nel Settecento la tendenza continuò: citiamo per esempio le Favole di Fedro di Carlo Mormile (1772), le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio di Michele Rocco, lIliade (libri 1-6 e parte del 7) di Nicola Capasso (1761) e il poemetto (una volta attribuito ad Omero) intitolato Batracomiomachia (Battaglia fra topi e rane), col titolo Batracomiomachia d’Omero azzoè (= cioè) La vattaglia ntra le Rranonchie e li Surece di Nunziante Pagano (1747), di cui ecco la prima ottava:

Io canto de li Surece la guerra
fatta con le Rranonchie a no pantano,
e comme Giove da n’accidio ’nterra
le Rranonchie sarvaje co mmuodo strano;
canto porzìne chillo serra-serra
che se facette a lo menà le mmano,
e comme a le Rranonchie Giove, curzo,
le mannaje de Grance l’assecurzo.

(Io canto la guerra dei Topi / fatta con le Ranocchie in un pantano, / e come Giove da un eccidio in terra / le Ranocchie salvò in modo strano; / canto anche quel tumulto / che si fece al menar le mani, / e come alle Ranocchie Giove, accorso, / gli mandò il soccorso dei Granchi).

La Batracomiomachia ebbe poi un’altra versione dialettale per opera di Francesco Mazzarella Farao (1789).

E non mancò neppure la filosofia. Un tal Giovanni Antonio Cassitto (che si cimentò anche con qualche poesia di Catullo) tradusse nientemeno che il Manuale di Epitteto (1789), cioè la filosofia morale del grande filosofo stoico del I-II secolo d. C. che il suo discepolo Arriano trascrisse dopo averne seguito le lezioni.

D’altronde gli illuministi vedevano la lingua in modo più moderno, come strumento di comunicazione e in continua trasformazione. Ecco perché furono abbastanza favorevoli ai dialetti. Si pensi che il milanese, difeso anche da Parini, ebbe un’altra traduzione di Tasso, che Goldoni usò spesso il veneziano nelle sue commedie e che il napoletano fu perfino proposto dall’abate Ferdinando Galiani come lingua ufficiale del Regno. Senza tralasciare che il napoletano fu la lingua privilegiata dell’opera buffa in tutta Europa.

E per oggi può bastare. Forse siamo stati un po’ pesanti nonché pedanti, ma ci rifaremo la settimana prossima, quando parleremo delle traduzioni più recenti, che continuano ed essere sfornate ancora oggi da parte di appassionati cultori del napoletano.

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