Lavali col fuoco!

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È il Teatro Elicantropo di Napoli ad ospitare il debutto di Lavali col fuoco!, cantata semiseria con la drammaturgia di Aurelio Gatti e Mario Brancaccio ed opera prima del Gruppodel’79, per la regia di Aurelio Gatti.

Presentato da Magica Sas in collaborazione con MDA Produzioni, Teatri di Pietra e Gruppodel’79, Lavali col fuoco! mette in scena frammenti di canzoni e prose tratte da grandi autori partenopei, in una riproposizione tutt’altro che antologica.

Mario Brancaccio, Simona Esposito, Lello Giulivo, Maurizio Murano, Anna Spagnuolo, Patrizia Spinosi daranno vita, in scena, al bradisismo psichico degli interpreti e della loro storia recente, le surrealtà e le deflagrazioni di un gruppo di attori che non si convincerà mai a scomparire, accompagnati dalla musica dal vivo di Michele Bonè.

Il progetto parte da un famoso articolo scritto da Antonio Ghirelli in occasione di un'intervista fatta a Pier Paolo Pasolini durante le riprese napoletane del Decameron: “Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà, ma strano, ciò che conta non è questo. Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. Questa tribù ha deciso, in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte, di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità”.

E’ un rifiuto, sorto dal cuore della collettività, una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente, ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto e sacrosanto.

La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vicoli, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie ‘guappesche’ prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere. Nel frattempo, per il diffondersi di un certo irrisorio benessere, tale tribù sta diventandoaltra.

Da qui il titolo provocatorio e di battaglia Lavali col fuoco!, che, si sa, è il grido di disprezzo rivolto a questa tribù di napoletani da parte di tanti cittadini del nord Italia come del sud. Ma il grido indica anche la differenza, la peculiarità unica e singolare di un popolo, proprio come l’aveva sottolineata Pasolini.

Lavali col fuoco! mostra l’ultimo grido d’insulto a questa tribù che non esiste più, ma anche l’ultimo grido di battaglia di questi guerrieri spartachisti (autori, attori, tecnici, musicisti, artisti dello spettacolo), prima della sconfitta finale e della crocifissione ai nuovi modelli culturali.

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