Le giardiniere: artefici invisibili del nostro risorgimento

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Con il termine “Le giardiniere” (nome bellissimo che si riferiva probabilmente a divinità femminili come Astarte, Cibele, Afrodite, etc, espressioni della Madre Terra primigenia) venivano indicate le donne affiliate alla Carboneria nella prima fase del nostro Risorgimento Nazionale, ossia dopo il 1821, nel Lombardo- Veneto e nel Napoletano. Esse si radunavano, invece che nelle cosiddette “vendite carbonare”, nei loro giardini. Ogni gruppo era composto da nove donne che per accedervi dovevano superare una profonda indagine sulla loro capacità e possibilità di impegnarsi nella causa. Nel primo livello come apprendiste il loro motto era Costanza e Perseveranza”, nel livello più alto, come maestre giardiniere, era “Onore e Virtù” ed erano autorizzate a portare un pugnale infilato nella giarrettiera. Per riconoscersi disegnavano un semicerchio dalla spalla sinistra alla destra, battendosi poi tre colpi sul cuore.

 

La maggior parte di loro apparteneva, come del resto gli affiliati maschi, alla nobiltà e all’alta borghesia intellettuale che andavano maturando la loro insofferenza verso la dominazione austriaca e coltivavano il sogno di un’unità nazionale.

Queste donne  in gran numero   aprirono le porte dei loro salotti per accogliere i pensatori e permettere ai patrioti di organizzare piani di liberazione, come la torinese Olimpia Rossi Savio, che, nonostante la perdita di due figli nella seconda guerra d’indipendenza, proseguì la sua attività di sostegno alla causa, al punto che Garibaldi la chiamò “Madre del Risorgimento”, o come la milanese Adelaide Cairoli che, pur nel dolore per la morte di 4 dei suoi 5 figli in battaglia, con determinazione e forza continuò a finanziare i giornali patriottici e ospitare nel suo salotto politico uomini di cultura e combattenti. Di lei Garibaldi disse: «L’amore di una madre per i figli non può nemmeno essere compreso dagli uomini. Con donne simili una nazione non può morire».

Come ci dice la scrittrice Bruna Bartolo nel suo libro “Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell’unità d’Italia” (Ananke edizioni). «Le prime che iniziarono a lavorare per diffondere le idee liberali furono proprio loro».

Inizialmente la loro attività non fu riconosciuta, dato il pregiudizio per cui  si consideravano l’intelligenza e l’animo femminili totalmente estranei alla politica e solo dediti a compiti familiari e affettivi,  ma dopo i moti rivoluzionari del 1821 e notizie precise su di loro giunte da Napoli fin sulla scrivania dell’Imperatore d’Austria Francesco I, lo stesso imperatore scrisse nel settembre del 1823, al ministro della polizia conte Seldnitzsky, ordinandogli di far sorvegliare attentamente la loro attività. Cosa che da quel momento fu portata avanti dalle autorità austriache con grande determinazione.

Molte furono le donne che vennero arrestate e processate, accusate di far parte di queste società giardiniere. I provvedimenti che furono presi nei loro confronti si differenziarono tra nord e sud. Nel Lombardo – Veneto le giardiniere credevano che bastasse una congiura per cambiare le sorti del paese, non avevano organizzazione politica, né strategie comuni. Furono interrogate e la maggior parte delle volte giudicate non perseguibili. Nel Napoletano invece la congiura aveva assunto l’aspetto di un moto militare dalle caratteristiche più efficaci e le giardiniere del Sud, dimostratesi nei fatti più pericolose, furono incarcerate, torturate e condannate a vari anni di prigione.

Tutte dimostrarono straordinarie abilità nello sfuggire alle trappole degli interrogatori, contestando con astuzia le accuse di cui non erano evidenti le prove, subirono con fermezza la violenza delle carceri e affrontarono con eroismo la morte, sia combattendo che sotto il peso della condanna capitale loro inflitta dai governi cui si opponevano.

Patriote in una società come quella ottocentesca che affidava alla donna sostanzialmente compiti familiari, molte di loro rinunciarono persino all’apparenza della femminilità, tagliandosi i capelli corti e vestendosi da uomo, pur di poter combattere seguendo i loro mariti in battaglia, come, ad esempio, la padovana Tonina Masanello, che partecipò all’impresa dei Mille o Antonietta Porzi, caduta combattendo per la Repubblica Romana sotto il fuoco dei Francesi. A morire sotto la mano dei soldati pontifici fu invece Giuditta Tavagni Arquati che nella sua casa di Trastevere dove si riunivano frequentemente i patrioti, mentre partecipava ad una riunione per organizzare la rivolta, fu uccisa dagli Zuavi. Era incinta del quarto figlio, con lei morì anche il marito e un figlio.

Altre scesero in piazza durante le Cinque giornate di Milano. E rischiarono la vita passando il confine per portare messaggi cifrati, come la contessa Maria Gambarana Frecavalli. Altre ancora raccolsero fondi per acquistare armi e munizioni utili nelle battaglie.

Le donne furono anche croniste degli avvenimenti oltre che protagoniste, come Costanza D’Azeglio piemontese, cognata di Massimo D’Azeglio, che nelle lettere scritte al figlio Emanuele, diplomatico di Cavour, lasciò una cronaca dettagliata e partecipe degli avvenimenti torinesi.

Inoltre con incredibile sensibilità sociale e lungimiranza si resero conto che l’unità d’Italia non era solo una vittoria da raggiungere sul campo, come la patriota monarchica Giulia di Barolo, che si occupò della riforma delle carceri e lavorò perché il processo di unificazione passasse attraverso le riforme sociali.

Una delle rappresentanti più significative del Risorgimento fu Cristina Trivulzio di Belgiojoso: giornalista, viaggiatrice e femminista, di ampie idee progressiste, fu lei ad organizzare le truppe a Napoli per contribuire alle Cinque Giornate di Milano; a Roma fu poi nominata da Mazzini direttrice responsabile della “ambulanze”, gli ospedali provvisori aperti in alcune chiese romane per curare i feriti negli scontri del 1849.

Al Sud tra le donne risorgimentali spicca la repubblicana Antonietta De Pace. Conosciuta come l’eroina di Gallipoli, in prima fila nell’impresa garibaldina festeggiò la liberazione di Napoli entrando in città a cavallo insieme con Garibaldi. Fu anche la mediatrice dei primi collegamenti tra i mazziniani di varie regioni, e lottò contro i Borboni fino all’arresto ed alla reclusione in un penitenziario napoletano (1855).

  

Non possiamo ovviamente dimenticare la più conosciuta eroina del Risorgimento italiano: Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ovvero Anita Garibaldi, la sposa dell’eroe dei due mondi e madre dei suoi figli oltre che compagna di tutte le sue battaglie. Anche lei dedicò la sua vita alla libertà e all’indipendenza dell’Italia, si travestì da uomo, si tagliò i capelli, indossò l’uniforme e affianco del suo uomo combatté il nemico sino alla fine. Eppure probabilmente la storiografia ufficiale le ha assegnato qualche rigo nei libri di storia soprattutto come moglie di un “padre della patria”. 



Infatti il senso comune dei patrioti e la storiografia ufficiale, impregnati di pregiudizi, hanno spesso cancellato o messo ai margini il contributo politico e intellettuale delle donne.

E così sono entrate nei libri di storia solo alcune di loro, come Anita Garibaldi, Teresa Casati Confalonieri, Giulia Beccaria, nel ruolo di madre o compagna di personaggi maschili, quindi esaltate nel quadro di “virtù femminili” in appoggio e sostegno dell’uomo, il vero eroe, chiamato a cambiare la storia.

Pensiamo a due figure femminili obbligate da Cavour a dare un contributo al Risorgimento, per ottenere l’appoggio della Francia nella guerra contro l’Austria, nell’unica funzione che si considerava allora la donna potesse avere al di fuori del suo ruolo di madre e sposa devota, ossia quello di seduttrice: Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II e la Contessa di Castiglione. La prima voleva farsi suora ma la politica di alleanze strategicamente voluta da Cavour le impose un matrimonio sgradito con Girolamo Napoleone, cugino di Napoleone III e la seconda, famosa per la sua bellezza e fascino, fu inviata alla corte francese per diventare l’amante dell’imperatore, cosa che ottenne senza molte difficoltà. È singolare che di queste due donne si conosca il contributo alla causa risorgimentale, il loro “sacrificio al femminile” sotto il mandato di un abile stratega come il Conte Camillo Benso di Cavour e siano invece ignorate le molte altre che contribuirono con ben altri mezzi alla causa unitaria.

Quando si dice Risorgimento si pensa a Giuseppe Mazzini, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi, Massimo D’Azeglio, Carlo Pisacane, Vittorio Emanuele II. Sono questi i padri della patria, presenti in tutti i libri di storia.

Ma dove sono le madri della patria? Per conoscere queste protagoniste invisibili ma non meno importanti del nostro Risorgimento che largamente contribuirono all’unità nazionale dobbiamo affidarci a un numero limitato di studiose e studiosi che hanno cominciato a sollevare il velo sulla partecipazione femminile alla Storia del nostro Paese, fino ad ora misconosciuta e nascosta. Ma siamo anche noi donne, nella molteplicità delle nostre vite, che dobbiamo coltivare la ferma volontà di restituire a noi stesse, all’altra metà del cielo, il ruolo sociale e storico che di diritto ci spetta, nelle arti, nelle scienze, nella politica.

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