Le piazze della nostra Storia I

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Cinque articoli sulle piazze della nostra Storia nella loro evoluzione urbanistica, architettonica, sociale, civile.

Parte I  Il Paese delle “Cento città”. Dall’antichità classica al Rinascimento

L’Italia è chiamata il Paese delle “100 città”, ma non perché questo numero rappresenti realmente  la quantità dei suoi spazi urbani, ma perché con quel “100” si vuole indicare simbolicamente la intensa urbanizzazione della penisola fin da tempi antichi. Nell’urbanizzazione del territorio le  piazze sono state sempre spazi centrali e previlegiati che ne hanno ospitato e raccontato  la  storia. La piazza come spazio architettonico e sociale è cambiata nel tempo, insieme alle comunità umane che l’ hanno progettata e abitata. La funzione della piazza è quella di essere il centro nevralgico, il luogo deputato dove energia, struttura, cultura, storia, arte e società convivono nelle forme piú intense di creatività sociale.   Quando la società cambia anche la piazza cambia e  le fa da specchio, come spazio codificato dalla storia e dalla cultura che di quella storia e di quella cultura diventa poi scenario, rappresentazione, iconografia, linguaggio. La piazza ha talmente importanza nella vita di una città che spesso identifichiamo una città con una delle sue piazze, piazze che eleggiamo a simbolo di tutta una realtà urbana. Intuiamo che esse sono il palcoscenico dove tutti i riti sociali si costruiscono e si consumano, dove l’identità cittadina prende  forma e sostanza.

Molti poeti, narratori, cantautori hanno cantato la piazza come luogo di memorie, di incontri, di passioni, di nostalgia, come grande occhio spalancato sul mondo.  Il concetto stesso di piazza vive nella poesia italiana non solo come “metafora” rappresentativa di un luogo definito, ma soprattutto come incontro tra culture.Tra i tanti poeti che hanno cantato le piazze delle città amate possiamo citare ad esempio Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Sandro Penna. Per i cantautori basti ricordare “Piazza Grande” di Lucio Dalla.                             
“C’è un legame significativo - afferma Pierfranco Bruni, archeologo, poeta e saggista  - tra la poesia e i luoghi, tra la lingua e le eredità di una cultura popolare, tra processi storici e linguaggi all’interno di una geografia sia letteraria che esistenziale.”

La piazza è un prodotto umano e come tale si adatta alle necessità e ai  bisogni dell’uomo, si modifica con le sue idee e la sua visione del mondo. Seguire l’evoluzione della piazza nel tempo, come luogo, soprattutto in Italia, dove si scrive la Storia della comunità urbana, significa comprendere come cambia la relazione tra l’uomo e lo spazio e di conseguenza come cambia il suo collocarsi nel mondo culturale e sociale da lui stesso creato. Dice Lewis Mumford (urbanista e sociologo statunitense -1895-1990)“La funzione principale di una città è quella di trasformare il potere in strutture, l’energia in cultura, elementi morti in simboli d’arte viventi e la riproduzione biologica in creatività sociale”. All’interno di questo concetto di città la funzione della piazza è quella di essere il luogo deputato dove energia, struttura, cultura, storia, arte e società si fondono.

Facciamo un breve viaggio attraverso la storia, per vedere come questo spazio si sia modificato e risignificato nelle diverse epoche storiche.

Nel mondo antico le città assolvevano a una funzione primaria nel territorio, come centri del potere politico, religioso e commerciale di intere comunità e la piazza rappresentava nel suo spazio multifunzionale il fulcro di tutto questo. In Grecia la piazza, chiamata Agorà, era inoltre il luogo simbolo della democrazia della polis, dove si riuniva l’assemblea cittadina per parlare e decidere di politica: il cuore quindi dell’identità civica della società greca.

                 

Nell’antica Roma le città erano importanti non solo per il ruolo che svolgevano nell’organizzazione e nella gestione del territorio ma anche perché dovevano essere simbolo e esaltazione della civiltà romana (la città ideale di cui parla Vitruvio- scrittore latino del I sec. A.C.- che doveva rispettare l’imago urbis di Roma, ossia contenere le strutture architettoniche e urbanistiche tipiche del mondo romano - terme, anfiteatro, teatro, basilica, tempio -  armoniosamente inserite nello spazio razionale del Foro). Questo modello codificato della città ideale trovava nel Foro, la grande piazza della romanità, il simbolo esportabile anche nei più remoti angoli dell’impero, che non solo costituiva, come l’agorà ellenica, il fulcro della vita cittadina in tutte le sue manifestazioni, ma  diventava il codice comunicativo incontestabile e evidente che nella vastità dell’impero era in grado di diffondere un concetto forte di unità, identità e appartenenza, cosí ben rappresentato dall’orgoglioso  cives romanus sum di cui si fregiavano gli abitanti dell’impero,  espressione dell’ordine, dell’armonia, della legge, della ratio romana.

Con il crollo dell’Impero Romano la funzione “imperiale” della piazza va perdendosi, essa diviene per molto tempo il luogo della crisi, dell’abbandono, della perdità d’identità, sotto la minaccia sempre crescente dei Barbari. La vegetazione copre i selciati, gli spiazzi, gli animali pascolano indisturbati. Dove prima si decidevano i destini del mondo, la decadenza sembra cancellare le piazze, a volte persino le stesse città, dal cammino della Storia.

La piazza rinasce in Italia nel Medioevo, legata in modo specifico alla società comunale e mercantile. Non è, come nell’antichità, uno spazio multifunzionale ma bensí uno spazio monofunzionale, ossia realizzato per assolvere di volta in volta a una sola funzione: uno slargo davanti alla cattedrale o al palazzo civile o  uno snodo commerciale di fondamentale importanza per lo sviluppo economico della città. Non era facile nell’angusto spazio delle città medioevali strette dalle loro mura, aprire lo spazio di una piazza. Spesso veniva ricavato per dare respiro a uno specifico edificio, in prima istanza la cattedrale, piú tardi il palazzo civico, o piú tardi ancora il mercato. La città medioevale ha quindi varie piazze, nell’Alto Medioevo caratterizzate soprattutto  da un unico edificio e quindi da un’unica funzione. Oggi, guardando queste piazze, la loro irregolarità ci pare, pur se bella, bizzarra e poco funzionale ma solo perché il nostro punto di vista di contemporanei non è piú in sintonia con le esigenze che la piazza medioevale esprimeva.

Guardiamo, per esempio, la Piazza del Campo a Siena, divisa in nove settori, in onore del Governo dei Nove: si presenta come uno spazio concavo che scende con una certa pendenza verso il Palazzo pubblico. Questa sua bizzarria è perfettamente funzionale alle aspirazioni di raccogliere in questa conchiglia di pietra il bisogno di concordia civile,  in una società attraversata da profonde  trasformazioni come fu la Siena del Trecento, permettendo per esempio, come nel rito del Palio (corsa di cavalli delle varie contrade in onore della Madonna Assunta), ancor oggi simbolo della città nel mondo, che le contrade si sfidino nello stesso rito collettivo di orgoglio comunale.

Gli uomini del Medioevo non costruivano come i predecessori romani o come faranno quelli del Rinascimento, sullo schema di un principio astratto o come noi sulla base di un progetto, ma adattando la situazione urbanistica ad ogni esigenza nuova che si andasse formando, quindi modificavano le loro città seguendo necessità che partivano dal basso, ossia dai concreti bisogni della comunità in quel determinato momento. La città era come un organismo vivente che andava modellandosi in un gioco continuo di aggiustamenti, in una logica che integrava il nuovo nel vecchio, rendendoli perfettamente compatibili   Un esempio di piazza ibrida ossia bifunzionale è la Piazza IV Novembre, conosciuta come Piazza Grande, di Perugia, ove si affaccia sia la Cattedrale che il Palazzo dei Priori, il cui centro ideale e non geometrico è la bellissima Fontana di Nicola e Giovanni Pisano. Questa piazza con le sue proporzioni irregolari, la mancanza di livellamento,  l’assenza di impianto prospettico, è un gioiello dell’arte urbanistica del Duecento.

Nelle piazze medioevali che non avevano né potevano avere impianto prospettico, la veduta dal basso all’alto era prevalente su quella orizzontale. I monumenti in essa contenuti si appoggiavano gli uni agli altri. La piazza del Duomo di Pisa con i suoi monumenti isolati è un’eccezione per i secoli XI e XII. Bisogna attendere la fine del Duecento per avere monumenti circumnavigabili come il Duomo di Santa Maria del Fiore  a Firenze.

(continua)

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