Leonor Carrington: ritorno dall'inferno

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Nella storia dell’arte molte volte la follia e la genialità si sono incontrate. Nonostante questo non crediamo che tale legame possa essere considerato imprescindibile, dal momento che molti artisti non hanno mai avuto problemi psichiatrici, inoltre l’aspetto della genialità ha componenti estremamente complesse per ridurle a una sola. Vogliamo indagare il disagio psichico nelle donne artiste, perché come sempre la condizione femminile produce situazioni differenti e spesso nelle donne viene diagnosticata come follia solo la trasgressione a una norma sociale imposta da una società patriarcale, dove non è consentita loro nessuna disobbedienza e ogni ribellione è vista come un disturbo della personalità e del comportamento. Gli esempi di donne (non solo artiste ma anche donne comuni) ricoverate a forza in cliniche psichiatriche dalle famiglie, dai mariti, dagli amanti disturbati dalla loro personalità sono moltissime. A volte i comportamenti eccessivi, fuori della norma, anche al limite dell’equilibrio psichico, sono stati per le donne l’unico modo per strappare il velo di oppressione e ipocrisia che le circondava e per affermare se stesse. Parleremo in alcuni articoli di queste donne il cui talento le ha imposte nonostante tutto all’attenzione del mondo, cominciando con Leonor Carrington, la pittrice surrealista e scrittrice inglese nata a Chorley, nel Lancashire il 6 aprile del 1917, nazionalizzata messicana, e morta a Città del Messico il 25 maggio del 2011.

Il talento di Leonor per la pittura si rivelò precocemente e nel 1936 entrò nell’accademia Ozenfant d’arte a Londra. L’anno dopo incontrò il pittore tedesco Marx Ernst, nel ristorante Barcelona della londinese Beak Street, insieme con Man Ray, Lee Miller e gli Eluard. che la mise in contatto col movimento surrealista e col quale iniziò una relazione sentimentale non ben vista dal padre di lei, dal momento che Marx Ernst aveva già 47 anni e lei solo 20, che era sposato e che predicava idee molto radicali; ma Leonor incurante del giudizio paterno si trasferì a Parigi per seguirlo e qui potè conoscere altri grandi rappresentanti del movimento surrealista come Joan Miró, André Breton, e i pittori che si riunivano al Caffè de Les Deux Magots come Pablo Picasso e Salvator Dalì. Intelligente, affascinante, bellissima, Leonor venne accettata a braccia aperte nel consesso di tanti talenti. Nel 1938 pubblicò un libro di racconti dal titolo La casa della paura e partecipò con Marx Ernst all’Esposizione Internazionale del Surrealismo a Parigi e a Amsterdam.

E come vari pittori surrealisti, prima dell’occupazione nazista della Francia, divenne collaboratrice attiva del Freier Künstlerbund, il movimento clandestino di intellettuali antifascisti. Nello stesso anno la coppia comprò una casa di campagna nel piccolo centro di Saint-Martin-d’Ardèche e vi si trasferì. . Ancora oggi sulla facciata un bassorilievo li rappresenta nelle loro identità surrealiste: Marx Ernst come un favoloso animale alato mezzo uccello e mezza stella marina e Eleonora come la sposa del vento. Purtroppo la loro serenità fu breve. Nel settembre del 1938 Marx Ernst venne dichiarato nemico dal regime di Vichy e fu arrestato e internato nel campo di concentramento di Les Milles. Leonor soffrì di una crisi psichica e di fronte all’imminente invasione nazista decise di fuggire in Spagna, dove la guerra civile era appena terminata, con l’intenzione di trovare in quel paese con più facilità un salvacondotto per il suo amante internato in campo di concentramento. Ma invece di liberarlo, finì internata nel manicomio di Santander con il beneplacito del padre per cui quella figlia incontrollabile, trasgressiva, disobbediente alle sue regole, artista non poteva che essere pazza.

Leonor fece di questo periodo di internamento psichiatrico un punto di forza, un’ispirazione incessante della sua opera successiva, quegli anni si marcarono indelebilmente in lei e li raccontò con estrema lucidità nella sua opera autobiografica En bas, il cui titolo stesso indica la discesa agli inferi che quella esperienza aveva significato e che divenne uno dei testi fondamentali della storia del Surrealismo. La Carrington parlando di quel terribile periodo riconobbe di essere stata colpita da quella che chiama “sindrome da guerra”, di essere stata perturbata, físicamente provata, mentalmente debilitata, ma senza mai perdere il senso di sè. E di essere sempre stata cosciente che a rinchiuderla in manicomio erano state le sue idee politiche in una Madrid ormai in mano al generalissimo Franco che spinsero le autorità spagnole con l’appoggio del console britannico e con il consenso del padre, a rinchiuderla prima in un convento e poi a trasferirla in manicomio. Qui subì ogni tipo di angheria con lo scopo di minarne il corpo e lo spirito. Le amministrarono tre volte il luminal, una iniezione alla spina dorsale che veniva chiamata anestesia sistemica, venne legata mani e piedi e medicata con cardiazol, equivalente all’ electrochok. Sorprendente come sia uscita viva da questo trattamento e soprattutto come in lei si siano mantenute intatte le capacità critiche e la creatività.

Scappata nel 1941 in modo rocambolesco dall’ospedale psichiatrico, Leonor giunse a Lisbona e trovò rifugio nell’ambasciata del Messico. Lì conobbe lo scrittore Renato Leduc che la aiutò a emigrare sposandola. Nel ’43 divorziarono. Leonor, una volta in Messico, al sicuro dalla violenza nazista e da quella familiare, seppe condividere la sua drammatica storia con gli altri compagni surrealisti, riprendendo i contatti con loro e invitandone molti in Messico, al punto che André Breton da quel momento cominciò a interessarsi ad ogni tipo di alterazione mentale e vide in Leonor l’ambasciatrice di ritorno dall’ ”altro lato”, una veggente capace di cavalcare il limite tra sanità e follia, la strega che ritornava dall’”inframondo” armata di straordinari poteri visionari.

Leonor perfettamente rappresentava questa figura mitica di donna-artista che aveva oltrepassato l’inferno. Lo testimoniano le sue opere, sia gli scritti che le pitture, che le sculture in bronzo che cominciò a creare negli anni ’80 e i suoi studi che si orientarono sull’alchimia e i racconti di fate, sul mondo magico della sua infanzia in Inghilterra, attratta dalla forza irrazionale degli antichi miti e leggende. A chi le chiedeva perché, nonostante i 40 anni vissuti in Messico, ancora persistessero in lei i miti della sua terra d’origine, rispondeva: “Le tradizioni messicane di magia e stregoneria sono affascinanti però non sono uguali alle mie. Penso che ogni paese possieda una tradizione magica, però il nostro avvicinamento allo sconsciuto è esclusivo della nostra eredità. È qualcosa che ha a che vedere con la nascita, il tuo sangue, carne e ossa”. E infatti molta della sua ispirazione si nutre dei miti celtici e saxoni che aveva abbracciato da bambina.


Ma ugualmente la sua opera pittorica lascia straordinari esempi di come amasse il Messico, la sua storia e la sua cultura. Basti pensare a El mundo mágico de los mayas (Il mondo magico dei Maya), opera realizzata nel 1963 per il Museo di Antropologia della Città del Messico e a El diablo rojo (Il diavolo rosso) dipinto all’ingresso della casa del suo amico Sir Edward James nella località di Xilitla. In Messico, Leonor Carrington realizza una serie di opere che tentano di spiegare la simbologia dei sogni nati nella sua nuova nazione, un luogo surrealista per eccellenza, la cui cultura è da sempre impregnata dalla mistica preispanica della vita quotidiana. Lasciò intravedere nelle sue opere i molti simboli occulti legati da un lato alla sua fascinazione per la cultura celtica e le culture indigene messicane, dall’altro alle sue visioni oniriche e rivelazioni extrasensoriali che la accompagnavano dopo il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico. “La follia può portarti all’illuminazione” avvertiva coloro che avrebbero voluto condurla dentro i parametri di una normalità che non le apparteneva.

I suoi quadri per molto tempo non vennero esposti a Londra in mostre individuali se non negli anni ’90, nonostante le sue opere fossero conosciute in esposizioni collettive. Il disinteresse britannico per le sue opere cessò nel momento in cui alla fine degli anni ’70 la pittura di Frida Kahlo trionfava nel mondo. Da quel momento il tentativo di trasferire la Carrington nel pantheon delle glorie nazionali è stato costante, pur appartenendo legittimamente al Messico la maggior parte delle sue opere.

Nel 2005 il governo messicano le assegnò il Premio Nazionale di Scienze e Arti nell’area delle Belle Arti.

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