L'ILLUSIONE DELLA VITA E DEL TEATRO

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Partiamo da un dato di fatto: ogni tipo di performance culturale è spiegazione ed esplicazione della vista stessa (V. Turner). Cioè cerchiamo, attraverso il vissuto dell'arte, di dare spiegazioni ai misteri della vita e il Napoli Teatro Festival Italia 2014 alcuni spettacoli hanno provato a dare delle risposte, o almeno a delegare delle suggestioni al vissuto personale ed artistico per dare voce al significato della morte. Con ciò non vuol dire che si parli solo della morte, ma attraverso la sua simbolizzazione si giunge, attraverso la ciclicità degli eventi, a parlare anche della vita. Il caso emblematico è quello di “Dolore sotto chiave”. Atto unico di Eduardo De Filippo scritto nel '58 e portato anni dopo in scena per la riapertura del San Ferdinando. Proprio in questo teatro, tempio del drammaturgo napoletano, il regista Francesco Saponaro con Tony Laudadio, Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano conducono gli spettatori verso la visione della morte come inganno, illusione delle vita stessa. «Il tema della morte – sottolinea il regista - incombe silenzioso e il dolore del lutto viene nascosto e soffocato da un gioco sottile di ricatti e malintesi, tipici dei con testi familiari. Il copione che adottiamo si arricchisce di un prologo ispirato alla novella di Pirandello “I pensionati della memoria”, frutto del laboratorio di drammaturgia su Eduardo De Filippo (in residenza presso l’Università della Calabria, lo scorso maggio) e di alcuni innesti che riprendono l’originale radiofonico del 1959 in cui, al fianco di Eduardo, recitava con grande intensità e ricchezza di sfumature Titina De Filippo». Proprio Pirandello è la cornice performance dalla durata breve, ma carica di una pienezza e di una complessità drammaturgica innegabilmente unica. La trama stessa è ricca di echi pirandelliani: mentre Rocco è in viaggio, la moglie Elena muore. Lucia, sorella dell’uomo, credendo che lui si dispererebbe dal dolore, gli tiene nascosta la notizia, chiudendo la stanza a chiave e adducendo come scusa una terribile malattia che renderebbe fatale ad Elena ogni minima emozione. In realtà Rocco, che ha già un’amante, non aspetta altro che diventare vedovo. L'assurdità delle conseguenze, la negazione della realtà e la buona fede delle menzogne sono gli accendi ti questa sinfonia, caratterizzata dall'attesa alla quale Rocco non può sottrarsi, chiuso in un limbo che scenicamente vine reso concreto dal lavoro di Lino Fiorito: due porte/bare che limitano lo spazio – vitale e non – dei suoi abitanti.

Enzo Moscato e la sua poesia in “Istruzioni per minuta servitù”. Sul fondale nero, in alto, lo scheletro del capo di un bovino è un segno di morte, simbolo di quel che resta di una vittima sacrificale rituale e come tale in grado di sancire la fine di una condizione passata e la nascita di una nuova. Lo spettacolo è incentrato su rapporti di contrasti e opposizioni: passato/futuro, servi/padroni. Contrasti che si incrociano sul ruolo teatrale - in senso specifico di maschera, come Pulcinella, Arlecchino, Ruzzante - e sul ruolo sociale attraverso le parole di Schopenhauer, Strindberg, Genet. Moscato contamina la dicotomia servo/padrone attraverso l'uso popolare della farsa e della canzone, più o meno “sacra”, per far emergere le viscere di un mondo e la nobiltà della miseria dove i «servi sono necessari, ma puzzano, fanno specie». Il servo diventa il sacrificio della società, smette di essere “altro” e diviene “noi/spettatori”, spostando l’attenzione del tragico sul piano della realtà e sul ciclo della vita, sulla fragilità ma anche sulla bellezza, sul “essere vitale”. Eppure, non basta l'emozionante interpretazione di Lalla Esposito e Cristina Donadio che insieme alla Compagnia Teatrale di Enzo Moscato – composta da molti giovani attori – a convincere del tutto il pubblico del Teatro Nuovo, “servo” di continuo borbottare in platea e “servo” di cellulari e smartphone che distraggono continuamente (ormai una consuetudine in questo NTFI) e “padrone” di essere sordo alla poesia di Enzo Moscato.

«La fogna è il vizio che la città ha nel sangue. Discendere nella fogna è come entrare nella tomba, ed ogni specie di orride leggende coprono di orrore il gigantesco immondezzaio» ("Rasoi" - E. Moscato). Passare dallo spettacolo di Moscato alla performance della compagnia di Elio Greco e di Peter C. Sholter è un passo breve. L'estratto di "Rasoi", citato dallo stesso autore nel suo ultimo lavoro, può essere un'introduzione de "Addio alla fine", non solo perché nella performance di Greco-Sholter si apre con un rito funebre, forse il nostro, forse dell'umanità, ma è la dimensione poetica delle suggestioni ad incontrarsi. Se Moscato danza attraverso le parole, Greco-Sholter ci fanno danzare attraverso gli occhi. Coinvolgono lo spettatore in questo rito accompagnandolo dolcemente. Il principiò fondante di questo lavoro è «la forza della vulnerabilità» del singolo e della società attraverso il volume "The improvising society" di Hans Boutellier, amministratore delegato dell'Istituto Verwey-Jonker e docente presso l'Università di Amsterdam che ha prodotto numerose pubblicazioni sulla moralità pubblica, la criminalità e la sicurezza. Il libro parla di identità e di rabbia, i valori, della partecipazione e l'integrazione. Essa si traduce in una visione sulla complessità della società di oggi, del disagio tra i cittadini e gli amministratori. "Addio alla Fine” si ispira inoltre al film di Federico Fellini "E la Nave Va". Il film varie celebrità del mondo dell’arte salpano su una nave per l’addio in mare alla più grande cantante lirica di tutti i tempi. Fellini mostra come l’idolatria, la posizione sociale, gli orientamenti politici, la nazionalità, la sete di potere e l’amore possono turbare le relazioni umane. Fellini conclude il suo film con un nuovo inizio inatteso, come un finale “happy ending”, la nave viene silurata e un giornalista rema in barca con un rinoceronte alla ricerca di nuovi orizzonti. Naturalmente, Greco e Scholten realizzano, come nel film di Fellini, che la realtà sopraggiunge sempre. Tuttavia ritengono essenziale che ognuno pensi al contributo personale che può dare alla realtà, che sia essa nuova o già esistente. Solo attraverso il pensiero critico e l’azione concreta l’artista, il danzatore e lo spettatore possono produrre un cambiamento.

Anche “Un Gabbiano” di Gianluca Merolli è conducibile alla relazione tra la morte e il teatro. Non solo perché il testo di Cechov è pieno di presagi di morte del corpo, dell'anima e dell'arte dei suoi protagonisti, ma anche perché le scelte di Merolli spingono lo spettacolo verso una dimensione ipersimbolista della drammaturgia. «Abbiamo lavorato – scrive Merolli nelle note di regia - a questo allestimento de “Un gabbiano” cercando di raccontare cosa vuol dire vivere senza scegliere di farlo fino in fondo. Abbiamo così usato la parabola della morte per raccontare sette solitudini. Il suicidio inteso come possibilità di donare il proprio tempo, i propri talenti, la vita stessa per un’idea». Oltre allo stesso Morelli, in scena ci sono Anita Bartolucci, Francesca Golia, Giulia Maulucci, Fabio Pascquini, Enrico Roccaforte e Nello Mascia. Purtroppo, lo spettacolo nel suo complesso, non convince e non soddisfa la pretesa di essere “un Cechov” e sono discutibili una serie di scelte registiche, ma più di tutto manca una coerenza o un leitmotiv che accompagni la sua strutturazione interna. Discorso decisamente diverso per gli interpreti e per stesso Morelli in quanto attore.
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