Lo apostrofo e la ape

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L’intenzione era di parlare delle consonanti. Ma rileggendo alcune pubblicità, abbiamo pensato che fosse “codice rosso” chiarire la funzione dell’apostrofo. Per le consonanti ci sarà tempo. 

Dal titolo qui sopra è subito chiaro che, se diciamo lo apostrofo o la ape, la lingua (sì, quel pezzo di carne che abbiamo in bocca) soffre, e per farla funzionare in modo più svelto facciamo un’ELISIONE, cioè ELIDIAMO, TAGLIAMO la vocale di LO e di LA e scriviamo l’apostrofo e l’ape.

Diverso dall’elisione, che si ha solo se la parola seguente inizia per vocale, è il TRONCAMENTO o APOCOPE (caduta di uno o più fonemi in fine parola), che avviene indipendentemente da ciò e non ha sempre l’apostrofo (come l’apocope di cane in “menare il can per l’aia”).

In napoletano mettiamo l’apostrofo quando nel ricordo di chi parla è ancora viva la parola per intero: che vvuo’ (da che vvuoi), guaglio’, Anto’, Giuva’, usati da noi per rivolgerci direttamente a qualcuno - col vocativo, direbbe chi ha studiato il latino (da guaglione, Antonio, Giuvanne). Quando invece la parola intera è antica e non ce la ricordiamo più, si può scrivere anche senza apostrofo (se poi uno lo mette, per “fare vedere” … che sa, non sbaglia di certo): mo (dal latino modo “ora”) e la preposizione cu (dal latino cum “con”) sono scritte da alcuni con apostrofo, da altri senza.

Quindi, se conoscete la parola da cui viene quella tronca, apostrofate; se non la riconoscete, astenetevi (per prudenza…).

Hanno subito troncamento gli infiniti di quasi tutti i verbi (magnà, tené, vuttà da magnare, tenere, vuttare), ma questi oggi li scrivono tutti con l’accento, e l’apostrofo viene considerato inutile (anche se qualcuno ancora scrive magnà’ ecc.).

Casi particolari sono poi gli infiniti monosillabici ( da fare, da dare …): c’è chi scrive anche da’, fa’ o dà’, fà’.

In ogni caso, se non c’è una regola fissa, si tenga sempre almeno una dignitosa coerenza: se si sceglie una grafia, la si mantenga sempre.

La caduta di uno o più suoni a inizio parola è invece l’AFERESI. Esempi tipici gli articoli ’o e ’a (da lo e la, con caduta della L). Un errore comune è scrivere o’ e a’, ma ora dovrebbe essere chiaro che l’apice va messo prima della O o della A. Così ’O direttore e non O’ direttore, ’O veru tesoro e non O’ ver tesoro (Gli esempi sono tratti da note pubblicità).

Terminiamo con la pubblicità di un latte, parafrasi di un noto proverbio: Latte e panella fanno ’e figlie belle.

Come si vede, oltre all’aferesi ’e (da li, divenuto le) non ci sono altri segni.

Era scritto così: Latt’ e panella fanno e figl’ bell, dove, a parte l’inutile elisione davanti alla congiunzione e, sono incomplete le due parole figlie belle (con la e finale semimuta). E figl è quasi impronunciabile, anche con un inutile apostrofo!

Per lo stesso motivo non scriveremo Vogl’ ca staje bbuon, ma Voglio ca staje buono.

E stateve buone, ce vedimo dummeneca che vvene!

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