Lo sport come propaganda del ventennio fascista

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Ormai è risaputo che lo sport in Italia fu usato nel ventennio fascista come propaganda politica che fece scuola nel resto del mondo. Infatti in quel periodo triste e tragico per gli italiani, furono fondate molte organizzazioni che dello sport fecero la loro bandiera, come l’Opera Nazionale Balilla (ONB) o i Giovani Universitari Fascisti (GUF). La nascita della FIN (Federazione Italiana Nuoto) nel 1930, fu voluta espressamente dal partito fascista, per un ruolo di fondamentale importanza propagandistica.

Per rafforzare l’importanza dello sport come cultura sportiva, nel 1932 fu inaugurato il “Foro Mussolini”, un attrezzatissimo complesso sportivo alla base di Monte Mario, a Roma, oggi noto come Foro Italico e sede dell’Università del Foro Italico e del CONI.

È il periodo in cui nascono numerosi campioni-icona, che saranno il vanto del fascismo. C’è un saggio molto istruttivo in tal senso di Enrico Landoni, Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939 (Mimesis, 2016): lo stesso Mussolini (presentato come grande aviatore, spadaccino e nuotatore). Nel ciclismo emerge Alfredo Binda, che proviene da una famiglia di suonatori molto numerosa (quattordici fratelli), È un fuoriclasse, un campionissimo, al punto che verrà pagato con 22.550 lire per non correre il Giro d’Italia. Ne aveva vinto ben cinque, oltre a un Giro di Lombardia e tre mondiali.

Tazio Nuvolari che nasce a Castel d’Ario (MN) nel 1892, oltre ad essere un campione di automobilismo, stringe amicizia con alcuni gerarchi fascisti per garantirsi lauti ingaggi che gli permettono di frequentare ambienti raffinati e negozi di grido, ma non ama le adunate e le celebrazioni del regime. Prima di essere un asso dell’automobilismo (vince la Mille Miglia), aveva avuto una carriera come motociclista, iniziata nel 1920, a 27 anni. La sua prima gara fu un disastro: al Circuito Internazionale Motoristico a Cremona fu costretto al ritiro. Gli pseudonimi e i nomignoli si susseguono e prendono colore in base alle sue imprese sportive: “mantovano volante”, “Nivola”. Nonostante arriva primo ad una Mille Miglia con il manubrio in mano, Nuvolari era molto accorto e metodico in pista, contrariamente quando scendeva dall’auto, spendendo il suo tempo tra partite di poker e feste a base di champagne.

L’accortezza e la prudenza che mette in pista non lo salva dalla morte: dopo tre anni dalla sua ultima corsa (la Palermo-Monte Pellegrino, gara in salita su Cisitalia 204A Abarth Spider Corsa di Carlo Abarth, che vinse nella classe fino 1100 cm³ Sport, classificandosi 5º assoluto) muore a Mantova nel 1953. Ai suoi funerali partecipò anche Enzo Ferrari: «non appena mi giunse notizia della sua fine partii per Mantova. Nella fretta mi persi in un dedalo di strade sconosciute della città. Scesi di macchina, chiesi a un negozio di stagnino la via per villa Nuvolari. Ne uscì un anziano operaio, che prima di rispondermi fece un giro intorno alla macchina, per leggere la targa. Capì, mi prese una mano e la strinse con calore. “Grazie di essere venuto” – bisbigliò commosso – “Come quello là non ne nasceranno più”».

Primo Carnera (campione mondiale dei pesi massimi di pugilato 1933-34, dopo aver battuto per k.o. il pugile statunitense Jack Sharkey), il pugile diabetico più forte del mondo, fu lo sportivo che più di tutti si sentiva fascista, e al partito di Mussolini dedicò la vittoria, affermando: «Offro questa vittoria al mondo sportivo italiano, giubilante e orgoglioso di aver mantenuto la promessa fatta al Duce». I giornali dell’epoca riportarono che alla prima difesa del titolo a Roma, in Piazza di Siena, nel 1933, alla presenza dello stesso duce e dei più importanti gerarchi, Carnera si presentò sul ring in camicia nera, dichiarando che avrebbe donato i proventi dell’incontro alla Patria. «Lo sport è per il regime un progetto ambizioso, innovativo, di ampio respiro, una macchina da guerra organizzata per produrre risultati, studiata e invidiata in tutto il mondo. Nascono impianti sportivi, la medicina sportiva, l’Istituto superiore di educazione fisica, ma anche la serie A, la Mille Miglia, la radiocronaca sportiva, la prima scuola di volo acrobatico, madre delle Frecce Tricolori» (Massimo M. Veronese, Gli atleti di Mussolini che unirono l’Italia, in «Il Giornale.it», 15.1.2017).

Molta rilevanza fu data al rugby, che secondo la concezione mussoliniana, era visto come un vero gioco di squadra, basato sul cameratismo e sui valori del combattimento e della lealtà. E divenne uno degli sport più amati e praticati dalla gioventù fascista. Nell’idea di Mussolini, lo sport in questo periodo nero, doveva assurgere a nuova immagine dell’Italia agli occhi dei Paesi stranieri, camuffando un benessere economico e una democraticità mai consentita. Carlo Levi ebbe a scrivere: «Una volta inquadrati attraverso attività che riempissero il loro tempo libero, gli eventi sportivi li avrebbero tenuti lontani dai crescenti problemi sociali, politici ed economici. All’interno delle organizzazioni sportive si sarebbe potuto fornire un indottrinamento semplice e accessibile, corredato da nozioni generali di cultura fascista, valvola di sfogo da una parte e sistema di controllo dall’altra».

Lo sport doveva incarnare mascolinità e modernità, dando l’impressione che fosse tutto a vantaggio degli uomini. Invece, meravigliando tutti, si diede molto risalto anche allo sport femminile. Il primo evento agonistico di atletica leggera femminile fu organizzato in Italia, e nel 1923 fu fondata la Federazione Italiana di Atletica Femminile (FIAF). «Ma numerosi furono ancora i pregiudizi: si credette ad esempio che l’attività sportiva avrebbe reso le donne dei “maschiacci”. E non solo. Si credette persino che lo Sport avrebbe  potuto influire negativamente sulle capacità della donna di procreare, come se lo Sport potesse essere responsabile del verificarsi di malformazioni degli organi genitali. Così persino Pierre De Coubertin, il restauratore delle moderne Olimpiadi, sosteneva che le donne dovessero unicamente incoronare gli uomini nel corso dei giochi Olimpici, allo stesso modo delle vestali dell’antichità classica» (Nino Montemurro - Riccardo Castiglione, Lo sport femminile nel fascismo, in «http://spazioinwind.libero.it/»). Altro che valorizzazione della donna!

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