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Otto marzo di nuovo, “Caramelle non ne voglio più”, scrivemmo l’anno scorso per fare il punto della situazione e chiederci come mai la “giornata” della donna si fosse lentamente trasformata nella “festa” della donna con tanto di cioccolatini , fiori e spogliarelli maschili.

Ce lo siamo chieste in tante, era giunto il momento e dopo la grande mobilitazione del 26 novembre a Roma contro la violenza sulle donne, la Rete “Non una di meno” ha organizzato una serie di incontri a Bologna durante i quali sono stati individuati sette temi da affrontare:

- Piano legislativo e giuridico
- Lavoro e Welfare
- Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità, come strumento di prevenzione e   di contrasto alla violenza di genere.
- Femminismo migrante
- Sessismo nei movimenti
- Diritto alla salute sessuale e riproduttiva
- Narrazione della violenza attraverso i media
- Percorsi di fuoriuscita dalla violenza

Per quest’otto marzo la Rete ha deciso di aderire allo sciopero globale, organizzato in occasione della Giornata Internazionale della Donna, insieme ad altri 40 Paesi nel mondo.
In Italia Usi, Slai Cobas per il sindacato di classe, Cobas, Usb, Sial Cobas, Usi-Ait, Sgb, Flc Cgil, hanno indetto lo sciopero generale, l’astensione reale delle donne dal lavoro produttivo e riproduttivo e il loro coinvolgimento dentro e fuori i luoghi di lavoro, in fabbrica come nelle scuole, negli ospedali come nelle case si sciopererà. Una protesta attuata, naturalmente, con diverse modalità e che si articolerà nelle 24 ore dell’8 marzo.
Il movimento delle donne ritiene che la violenza non vada combattuta con l’inasprimento delle pene nei confronti degli autori dei femminicidi, ma con la trasformazione radicale della società.
Un processo al quale personalmente riteniamo debbano partecipare tutti, anche gli uomini.

I simboli della protesta saranno i colori nero e fucsia e la Matrioska di “Non una di meno” che verranno esposti nei luoghi dello sciopero. Un’azione di twitter storm sarà, inoltre, garantita a livello nazionale.
Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo. 

Alcuni osservatori, soprattutto nel mondo anglosassone, scrivono: “In questa fase minacciata da forme di democrazia illiberale, (definizione di Timothy Garton Ash), il femminismo potrebbe porsi come testa e cuore di un’idea progressista rispetto ai tanti leader, partiti, coalizioni tradizionali più sfilacciati e deboli.”
A patto che il movimento riesca a muoversi come un corpo unito, quante differenze siamo disposte a contenere per far si che questo avvenga? Il confronto è aperto e proposto da
Lea Melandri in un suo articolo che annuncia anche la gran novità, la comparsa della generazione delle giovanissime, imprevista e improvvisa come lo fu il movimento delle donne degli anni ’70. Finalmente!!!
Intanto vanno difese le conquiste delle vecchie lotte, e prima di tutte la legge sull’aborto, la 184 troppo spesso disattesa per la presenza inopportuna dei tanti obiettori di coscienza nelle strutture ospedaliere, l’80% dei medici preposti, stando alle statistiche, si dichiara obiettore. Inaccettabile davvero!

Si ringrazia per la collaborazione la dott.ssa Rossana Ciambelli 













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