N.F.F. CON NOI PIAZZA E GRASSADONIA

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Oggi, nell'ambito del Napoli Film Festival, nuovo incontro al Cinema Vittoria di Napoli con Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, registi di “Salvo”. I due hanno parlato delle proprie origini, del film e del loro modo di fare cinema, non risparmiandosi qualche stilettata nei confronti di produttori e distributori italiani. Fabio e Antonio sono nati nella stessa città, Palermo, ma si sono conosciuti dopo la laurea, durante la frequentazione della “Scuola Holden” di Torino. Dopo aver partecipato a corsi di cinema e aver provato a lavorare come sceneggiatori televisivi per la Rai nel 1998, i due registi hanno mollato il loro vecchio lavoro, frequentato un corso di sceneggiatura di 6 mesi a Roma e iniziato a lavorare per fiction televisive di Mediaset e Rai. Dopo essere stati consulenti di sceneggiatura e di sviluppo di sceneggiatura un paio d'anni per Fandango e tre anni per Aurelio De Laurentiis («un'esperienza abbastanza dura», dice Antonio Piazza), hanno smesso di lavorare per altri: hanno proposto l'idea di Salvo a laboratori di sviluppo di sceneggiatura europei, conosciuto produttori esteri e inviato la sceneggiatura del loro film al Premio Solinas che hanno vinto. A fine 2008 Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca hanno deciso di collaborare alla produzione del loro film. Nonostante i problemi di finanziamenti in Italia (ma non all'estero), hanno comunque deciso di portare a termine la loro opera. La pellicola è stata girata nell'estate del 2012 in Sicilia, post-prodotta a Cinecittà e mandata in selezione a Cannes, dove ha vinto il “Grand Prix de la Semaine de la Critique” et il “Prix Révélation”. La notizia negativa è che i distributori italiani «non se ne sono fregati» della loro opera e il film ha avuto problemi di distribuzione.

La loro sfida (anticipata dalla realizzazione del cortometraggio "Rita"), come ha raccontato Antonio Piazza, è stata quella di “smontare” l'idea di una Sicilia che per loro «non esiste», una Sicilia «del tutto inventata»: Montalbano che mangia le arancine e la pasta con le sarde, gli scenari fantastici, il cielo azzurro perenne, il mare sempre pulito, il continuo bel tempo non rappresentano la loro regione. I due registi hanno vissuto, per anni e anni, in un luogo completamente diverso. «La Sicilia è un posto molto raccontato ma poco raccontato allo stesso tempo», afferma Antonio, che definisce opere come quella con Zingaretti ottime «operazioni turistico commerciali e un sogno di ogni film commission perché portano turismo». La loro Sicilia è diversa: «Volendo raccontare una storia nostra, Siciliana, Palermitana, ambientata nella città da cui proveniamo, abbiamo intenzionalmente deciso di affrontare il toro per le corna, confrontarci con alcuni cliché della narrazione siciliana, la Mafia, e sfidarli». I protagonisti sono Salvo, un killer appartenente ad una cosca mafiosa e Rita, ragazza non-vedente. Il rapporto tra i due personaggi principali è pieno di sguardi, di urla ma, soprattutto, di silenzi. A fare da cornice alla vicenda dei due protagonisti, interpretati da Saleh Bakri (attore palestinese) e Sara Serraiocco, c'è il mostro della Mafia e una grottesca coppia piccolo-borghese (interpretata da Giuditta Perriera e Luigi Lo Cascio – l'indimenticabile Peppino Impastato de “I Cento Passi”) che ospita Salvo in una squallida e piccola stanza del loro appartamento. Il film è un prodotto senza colonna sonora (c'è solo una canzone definita "diegetica" da Piazza: Arriverà” dei Modà e di Emma, elemento fondamentale nella narrazione) ed è basato sull'uso dei rumori. L'uso del sonoro è, come specificato dai registi, fondamentale: «Il nostro obiettivo è quello di raccontare la cecità, dando importanza a tutto quello che non si vede, sottolineando un rapporto tra quello che si vede e quello che è fuori l'inquadratura». La pellicola, come dichiarato da Grassadonia, racconta di due tipi di cecità: quella fisica di Rita e quella morale di Salvo. Non è da sottovalutare nemmeno la cecità della società siciliana che, secondo i due registi, accetta che la mafia si espanda come un cancro sul proprio territorio, chiudendo gli occhi. 




Noi di Cinquecolonne, durante l'incontro, abbiamo posto due domande ai registi:
Come avete considerato l'appoggio di Luigi Lo Cascio, “simbolo cinematografico” dell'anti-mafia, per la vostra opera prima?

«Luigi è diventato, soprattutto per “I Cento Passi”, l'emblema della figura del giusto. Noi lo consideriamo un grandissimo attore e forse questa figura del giusto lo ha un po' imprigionato rispetto alle sue possibilità: infatti la sua carriera, negli ultimi anni anche molto teatrale, esplora anche cose diverse. Il nostro obiettivo è stato quello di disattendere la figura del giusto, dell'anti-mafia ed esplorare alcune cose che sono vicinissime alla sua personalità: attraverso la coppia di cui fa parte Luigi passa molto della Palermitanità. La coppia tradisce un po' l'idea classica di vittime e carnefici: è normale che ci sia qualcuno che vuole farsi oppressore, il tiranno. Per noi, però, è più inquietante, misterioso ed interessante raccontare il desiderio dell'essere oppressi. Parlare non del ruolo della vittima bensì del ruolo della vittima compiaciuta della propria situazione. La libertà è scomoda perché ti mette a confronto con la tua responsabilità. I nostri due piccoli bottegai, quando Salvo comincia a mostrare qualche incrinatura, debolezza, si smarriscono. Non sanno cosa fare di questa nuova bestia che si ritrovano in casa. E anche il fatto di avere in casa, in un tinello piccolo-borghese, il killer è qualcosa di particolare. Tra l'altro c'è stata una bella coincidenza perché quando abbiamo scritto la prima stesura del film è stato arrestato un noto boss palermitano, Calogero Lo Piccolo, assieme a suo figlio Sandro, un killer molto esperto. I due sono stati arrestati a casa di due tabaccai: quando siamo andati a leggere gli atti processuali abbiamo visto che raccontavano scenari grotteschi e kafkiani perché parlavano di una coabitazione molto simile a quella usata nel film. Per l'idea del bottegaio abbiamo quindi pensato a Gigi, marito della montatrice di questo film e, sfruttando l'amicizia, gli abbiamo messo davanti la sceneggiatura. E' stato al gioco, è entrato subito nel personaggio di Enzo Puleo e la sua partecipazione è stata titolo amichevole».
 

Come mai c'è stata la scelta di prendere un attore non siciliano, ma nemmeno italiano, per interpretare Salvo?

«Salvo è una favola noir. Essendo appassionati di questo genere e di un film in particolare, Le Samurai di Jean-Pierre Melville (in Italia noto come “Frank Costello faccia d'angelo”), cercavamo un tipo di figura come quella di Alain Delon nel film. Sapevamo di avere una sceneggiatura con pochissimi dialoghi e non siamo andati a guardare se il protagonista fosse italiano o straniero. Abbiamo visto un film palestinese che ci è piaciuto molto, “Il tempo che ci rimane”, diretto dal regista Elia Suleiman: uno dei protagonisti principali era Saleh che interpretava un personaggio simile a quello di Salvo, di pochissime parole e di molti sguardi. L'abbiamo conosciuto dopo avergli spedito la sceneggiatura: è stato un bellissimo incontro e abbiamo deciso di lavorare insieme, superando lo scoglio della lingua. Dato che Salvo ha avuto un percorso lungo di finanziamento, Saleh ha potuto frequentare un corso di Italiano. E ce ne siamo anche fregati che non si sentisse l'accento siciliano: volevamo che si percepisse, attraverso i protagonisti, mentre il mondo che li circonda è caratterizzato dalla sicilianità, uno straniamento. La dizione dell'accento siciliano di Saleh è stato, quindi, per noi un elemento di scarso interesse».
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