Oggi ci è venuto a trovare Giacomo Leopardi

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Oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Giacomo Leopardi: sembra strano, ma parliamo di ottimismo. Abbiamo sempre considerato Leopardi un poeta votato al pessimismo, ma a ben guardare sono tanti i tratti di ottimismo che s’intravedono, dati da sentimenti impetuosi come l’azione e la gloria: insomma, un poeta positivo. Anche la dimensione romantico-idilliaca denota una grossa valenza equivoca: Leopardi è un poeta illuminista, “pratico”, “materialista”, nella dimensione di un io moderno, sì ideologico, ma agguerrito e sperimentale, aperto a qualsiasi campo espressivo senza mai allontanarsi da tensioni problematiche. Una sfida univoca, ma organica a un gioco e a un esercizio “virtuoso”, un’intelligenza che fa a pugni con la figura storicizzata di un “asociale”.

Non è poi difficile individuare questi cardini
illuministi e di modernità nel tentativo fallimentare di riuscire a debellare l’ignoranza del mondo, la solitudine che ogni uomo si porta dentro sin dalla nascita, il che non impedisce al poeta di essere del mondo, della vita, con animo ribelle, risorgimentale. Sembra un pessimismo ad oltranza quello leopardiano, ma trascuriamo la consapevolezza storica, del momento vissuto, del dono della vita (nonostante sia “matrigna”) che va sempre vissuta: se da un lato lo priva del godimento e della gioia piena dell’esistente, dall’altro gli indica lo spiraglio dell’arte, contrapposto alle false illusioni. Dunque il mito dell’arte rincuora lo spirito del poeta di Recanati, ridandogli a volte persino gioia, l’illusione, quella “bella illusione” genuina, il sorriso del sogno, dell’utopia, per cui resiste al pensiero del suicidio (come nel suo Bruto Minore), lo respinge, e ne fa uno dei sentimenti più cosmici dell’umanità.

 

Trasfigurano i suoi versi, specie in quelli giovanili, il grido ribelle e spirituale in grido di dolore e sete di giustizia universale, una giovinezza sempre desiderata e mai posseduta. Ci parla del sentimento comune di molti che la vogliono grottesco e tetro?

Non mi chiudo certo in me stesso, magari conduco una vita tetra e solitaria, ma per quanto mi è possibile, amo la vita; di conseguenza, il mio approccio all’esistente è più vitale di tanti altri, confinati nel loro pessimismo: non mi definisco un pessimista, io ragiono sui fatti, andando al di là dello stato d’animo sollecitato dalla realtà, superando ogni pessimismo, che pure mi attraversa, con la scrittura, con l’arte dello scrivere.

Allora ciò che le interessa è – insomma – “contemplare” la vita, anche la sua vita perdente, magari con un ghigno amaro ed ironico?

Non c’è rivelazione nei miei versi, non c’è mito né filosofico né dell’ideale, ma soltanto mistero cosmico sull’asse materialistico-contradditorio, dove lo scetticismo che provo annuncia la dissoluzione del mondo metafisico-spirituale e inaugura il regno dell’arido vero, della crisi, dell’incertezza.


Prendiamo il Bruto Minore, canzone dove si avverte un senso di giustizia. Mi sembra che l’unico vettore per garantire edificanti istanze in grado di ammansuetare la solitudine dell’eroe sia la virtù, il coraggio di sovvertire, senza false misure, le leggi di una natura aggressiva. È questo che vuole farci intendere?

Il mondo non merita la virtù perché è in rovina; una virtù, se si vuole darle un valore, dovremmo collocarla nel culto dell’arte, dello sfrondare il vecchio logos occidentale, nella costruzione di un itinerario dinamico cristallizzato dall’ansia agonistica e conoscitiva del proprio destino.

«Dunque tanto i celesti odii commove / la terrena pietà? dunque degli empi / siedi, Giove, a tutela? e quando esulta per l’aere il nembo, e quando / il tuon rapido spingi, / ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi?». Sono alcuni versi del suo Bruto Minore, l’eroe che elogia la patria ed è assetato di giustizia, inviso agli dei. Che cos’è per lei il divino?


Gli dei non provano nessuna pietà per gli uomini infelici, né compassione. In fondo credo che anche gli dei non siano immuni dalle sferzate di una natura matrigna e da un crudele destino.

Pessimismo cosmico. Ma io l’ho presentata come un poeta positivo. Devo ricredermi?

No. La giustizia e la virtù mi restituiscono una vena ottimistica, specie nel momento in cui mi convinco dell’infelicità degli dei.

Allora è così che deve andare la vita, così va vissuta, tra felicità e tristezza, gioia e dolore? Non può l’uomo modificare le leggi della natura, dove anche gli dei sembrano impotenti? È questo che ci vuole dire?

La convinzione che una vita grama sia un male comune, mi dà quella spinta per sovvertire i miei sentimenti negativi. Men duro è il male /che riparo non ha? dolor non sente /chi di speranza è nudo? E la fine dell’eroe (nel caso del mio Bruto) non serve all’umanità, visto che nessuno è in grado di mostrare ciò che vorremmo vedere, di custodire la nostra virtù o di rendere felice chi ha sofferto

Cosa ha da dire a coloro che vivono solo in funzione di un piacere?

Tutti i piaceri non sono mai assolutamente chiari e distinti e precisi, ma contengono sempre un’idea confusa, si riferiscono sempre ad un oggetto che si concepisce confusamente. E perciò e non per altro, la speranza, la giustizia, sono meglio del piacere, in quanto quest’ultimo contiene quell’indefinito che la realtà non può contenere.

E a quelli che ritengono la vita un fardello, al punto di pensare di farla finita?

Nessun uomo desidera certamente la fine della vita, nessuno, per infelice che possa essere, pensa a togliersi dalla infelicità con la morte, o avrebbe il coraggio di procurarsela. Io sono un esempio, «e il naufragar m’è dolce in questo mare».

Gli eroi e i pessimisti sono avvisati.

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