Oscar 2016, una cronaca leggera della serata

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La notte degli 88esimi Oscar inizia, come sempre, con il red carpet, pronto ad accogliere tante celebrità ospiti della serata o candidate in qualche categoria. Sfilano nuove star come Daisy Ridley (la Rey dell’ultimo Star Wars) che, in abito grigio, nonostante gli intensi flash dei fotografi, si mostra sorridente alle telecamere per far sapere al mondo che un buon jedi, nonostante indossi dei tacchi scomodi, sa usare la forza e riesce ad essere calmo in situazioni così difficili. La timida Rooney Mara, candidata come miglior attrice non protagonista per Carol, appare inibita ma comunque abituata a certi eventi (dopotutto è la sua seconda candidatura agli Academy Awards): ossimoricamente appariscente grazie alla sua bellezza delicata, soave e chiara (nel senso cromatico della parola), risponde con prontezza a domande scontate come quella su un ipotetico film assieme a sua sorella, presente nel pluricandidato The Martian («Sarebbe bello ma dovrebbe essere un film giusto»). Jacob Trambley, classe 2006, star di Room (candidato a quattro premi Oscar), appare più “fico”, tranquillo e sicuro di altri suoi colleghi più adulti e popolari: capello gelatinato, vestito classico con papillon, gemelli e calzini targati Star Wars (ha dichiarato di essere fan della saga e, in particolare, di Darth Vader), mani in tasca, viso dolce ma impertinente. «Andrò all’after-party», afferma con una faccia da schiaffi al reporter del red carpet. E’ già una star. Sul tappeto anche grandi celebrità come l’eterna sorridente Whoopy Goldberg (appesantita nel corpo ma non nel carattere), la valchiria in blu Sofia Vergara, l’eleganza fatta donna Olivia Wilde, una raffinatissima Julianne Moore, (migliore attrice, l’anno scorso, per Still Alice), Kerry Washington (un po’ sadomaso, un po’ bianconera) e la costumista Sandy Powell (candidata per Cenerentola e Carol) che ha omaggiato il “Duca Bianco” David Bowie con una chioma arancione e un vestito verde con pantaloni a zampa di elefante. Tra i candidati donna Brie Larson (Room) ha sfoggiato un abito indaco stile favola Disney e Cate Blanchett (Carol) un vestito celeste, chiedo scusa a chi ne ha già abbastanza di questo aggettivo, “petaloso”. Un abbigliamento audace ma, a detta di Rooney Mara, «è facile innamorarsi» della diva australiana. Sul carpet girano i grandi protagonisti della serata come un glorioso e allegro George Miller, felice per il suo Mad Max e per i riconoscimenti dell’Academy, ed Eddie Redmayne, considerabile uno degli “antagonisti” di Leo Di Caprio, che afferma che una pellicola importante come The Danish Girl può aiutare a mantenere vivo il discorso delicato sui transgender. L’eclettico regista 71enne, con le sue inconfondibili lenti rosse e il suo stile da “bad man”, ha già vinto. Non è tempo degli innocenti Happy Feet e Babe va in città, è il momento di un film con gli attributi e di Tom Hardy che intepreta, all’occorrenza, una sacca di sangue. Rosso come gli occhiali di Miller che, come Furiosa, promette battaglia.Tra i grandi attesi all’“incontro dell’anno” è presente, dopo la vittoria ai Golden Globe, un applauditissimo Sylvester Stallone, visibilmente emozionato per aver conosciuto dal vivo (!) la Blanchett e apparso spontaneo e umile ai microfoni di giornalisti pronti a fargli alzare il braccio in segno di vittoria («Mia figlia, dopo la candidatura agli Oscar, mi considera un vero attore», ha dichiarato raggiante prima della cerimonia). «Se io posso cambiare...e voi potete cambiare...tutto il mondo può cambiare!», gridava nel semi-propagandistico Rocky IV. E anche Cheryl Boone Isaacs, presidente dell’Academy, ha deciso di cambiare le regole del gioco delle statuette, dopo le polemiche lanciate da Spike Lee e Jada Pinkett-Smith sull’assenza di quest’anno di candidature ad attori afroamericani. La 35esima (e prima afroamericana) presidentessa dell’AMPAS manifesta la volontà, tramite «azioni concrete», di rendere gli Oscar «più inclusivi» grazie ad una «attività» che preveda un processo che «continui la consapevolezza» di un cambiamento e «aumenti le diversità». Direttamente dal Nord Dakota spunta Leo Di Caprio, caso internazionale dopo i Marò e grande atteso di questa cerimonia, che si dice «orgoglioso» di un film nato dagli «sforzi di tante persone» con l’espressione di chi sembra non fregarsene nulla ma che, a fine serata, dopo una probabile vittoria, ballerà Disco Samba dei Two Man Sound con un gruppo di orsi in déshabillé. Spiccano, tra gli ospiti, il candidato attore protagonista per Il Caso Spotlight Mark Ruffalo e l’inedita coppia Ryan Gosling-Russel Crowe, diventati momentaneamente due bodyguard fancazzisti appartenenti alla sicurezza.
 
Inizia la cerimonia.
 
Chris Rock, in formissima, cavalca le polemiche di Spike Lee e accoglie gli spettatori all’88esima edizione dei “White People Choice Awards”: «Incredibile, venendo qui ho incontrato 15 neri!». Boooom. Il comico è chiaro sul suo mancato boicottaggio alla cerimonia («Tutti mi dicevano “non andare, non devi andare”, ma non ci sono già abbastanza disoccupati per sentirsi dire “non andare a lavorare”?») e sulle polemiche per le nomination: «Sono sicuro che anche in quegli anni [’62 –‘63] non c'erano nomination per i neri ma non protestavamo, e sapete perché? Perché all'epoca avevamo delle ragioni vere per scendere in piazza, questioni più importanti: venivamo linciati, picchiati, violentati e non ce ne fregava niente di sapere se il premio per la migliore fotografia sarebbe andato a un nero. Non ci interessava, quando c'erano persone che penzolavano appese a un albero». Ma ciò che fa veramente rumore, dopo tante battute (come quella dei 20 milioni ingiusti dati a Will Smith per Wild Wild West), è il colpo di pistola (anzi, di fucile) che scoppia dall’esplosiva bocca di Chris: «Comunque, quest'anno le cose saranno diverse: nel pacchetto 'in memoriam' troveremo solo neri che sono stati uccisi da poliziotti mentre andavano al cinema». E’ una freddura così pesante che se ne rende conto anche lui: «L’ho detto, l’ho detto», dichiara sprezzante. In ogni caso l’Oscar come Miglior effetto speciale della serata va a Chris Rock, indubbiamente. Il comico continua con un ironico appello a «creare categorie per neri» e «Oscar per neri», attori non odiati ma bollati da un sintetico «ci piaci ma non abbastanza». Dopo una simpatica stilettata a Creed («si svolge in un mondo in cui gli atleti bianchi sono bravi come i neri: è fantascienza!»), viene consegnato il primo premio, la Miglior sceneggiatura non originale. Vincono Charles Randolph e Adam McKay con La Grande Scommessa. Dopo i soliti ringraziamenti, tra cui quello all’autore del libro a cui è ispirato il film, McKay invita tutti a non votare chi, al governo e tramite il suo potere, potrebbe controllare l’economia: Donald Trump, questa dedica è tutta per te. Per la miglior sceneggiatura originale vincono Tom McCarthy e Josh Singer che rivolgono il pensiero anche a quei giornalisti che, con le loro pubblicazioni complicate e scomode, fanno bene il proprio lavoro.

Dopo le prime due statuette, il video-intermezzo che esalta ironicamente le difficoltà di inserire neri nei film è uno dei pezzi forti della serata: Whoopy Goldberg addetta alle pulizie che interviene nella pubblicità di Joy Mangano (personaggio principale di Joy interpretato da Jennifer Lawrence), Tracy Morgan lesbica nera di The Danish Girl e Chris Rock orso di Revenant e astronauta abbandonato nello spazio (per 25 dollari) in The Martian. Vince (un po’ a sorpresa, un po’ no) un’emozionatissima Alicia Vikander, miglior attrice non protagonista in The Danish Girl, che supera quattro concorrenti all’altezza e lascia i fan di Tarantino delusi per la sconfitta di un’immensa Jennifer Jason Leigh. Jenny Beavan (Mad Max), una amabile 66enne, riceve il suo premio per migliori costumi (Mad Max) con compostezza e leggiadria, mentre sfoggia un “sobrio” teschio glitterato – in linea col film a cui ha partecipato - su una giacca di pelle. La vittoria di Colin Gibson e Lisa Thompson, premiati per la migliore scenografia, esaltano il successone di Miller e del suo film. Una dorata Margot Robbie e uno spagnoleggiante Jared Leto (con rosa rossa sul petto) premiano Lesley Vanderwalt, Elka Wardega e Damian Martin per miglior trucco e acconciatura; un serio e oscuro Benicio Del Toro (forse entrato già nel personaggio per Star Wars VIII) e Jennifer Garner consegnano un’indiscutibile statuetta per miglior fotografia ad Emmanuel Lubezki (terzo Oscar di fila dopo Birdman e Gravity) per Revenant. "El Chivo" sbaraglia la concorrenza, fa esultare l'orso-mascotte in sala ed è già pronto per il 2017. Intervallato da un sarcastico e tagliente “Black History Month Minute” (dove viene premiato come “attore black” proprio Jack Black), Mad Max continua a trionfare con miglior montaggio (grazie al «coraggio creativo» di Miller e DUE ANNI e TRE MESI di lavoro), miglior montaggio sonoro e migliore sonoro: abbracci al regista (amato anche dalle sedie del Dolby Theatre), teschi al collo di uno dei premiati, grande esaltazione in sala per il grande successo tecnico di un film divenuto già cult. E’ poi il momento delle galassie lontane lontane: escono dalle quinte i droidi di Star Wars C3PO, BB8 e R2D2 che elogiano la 50esima candidatura di John Williams e, involontariamente, gettano un po’ di sfiga a Morricone. Gli esperti in supercazzole Minions consegnano al cileno Bear Story la statuetta come miglior cortometraggio d’animazione e Buzz Lightyear e Woody (star-giocattoli di Toy Story) premiano come miglior film d’animazione un “ovvio” Inside Out. Pete Docter, uno dei creatori del film, fa una splendida dedica ai bambini rassicurandoli che ci saranno sicuramente «giorni di tristezza e paura» ma che potranno superarli facendo cose come «scrivere» e «fare film». Dopo l’esibizione di The Weeknd e del suo ardito (e improbabile) taglio di capelli, arriva il momento che tutti gli amanti dei film d’azione aspettavano. Il premio al miglior attore non protagonista. Quasi tutti avevano in mente una sola immagine prontamente cancellata dalla dura legge di Hollywood. Sylvester Stallone (Creed) torna a casa a mani vuote, vince un fenomenale (ma inaspettato) Mark Rylance per Il Ponte delle Spie. Rocky, proprio come nel primo film, rimane in piedi ma non trionfa. E, per i fan, è un colpo duro da subire. Dopo il KO di Sly, un brillante e sarcastico Louis C. K. premia quelli che «moriranno poveri» e che, dopo la vittoria della statuetta («l’unica cosa preziosa in un appartamento da quattro soldi») torneranno alla loro «vita normale»: i candidati per miglior corto documentario. Vince il pakistano A girl in the river. Subito dopo migliore documentario va ad Amy (sulla vita privata di Amy Winehouse), realizzato da Asif Kapadia per far conoscere al mondo la vera natura della Winehouse, «una ragazza divertente, spiritosa e intelligente».

Dopo l’intervento della direttrice dell’Academy che parla pubblicamente di inclusione, arriva il momento del memorial. Dave Grohl, leader dei Foo Fighters, suona con la chitarra Black Bird dei Beatles: vengono ricordati tutti gli artisti morti nel 2015, tra cui David Bowie, Alan Rickman, Leonard Nimoy, Ettore Scola e James Horner. Il momento politico-sociale inizia con l’arrivo di Joe Biden, vicepresidente degli USA, applaudito e omaggiato da tutta la sala in piedi, che dice basta alle vittime sessuali nei college, affermando a gran voce «di cambiare cultura», «combattere questo flagello» e «difendere le vittime», e lascia il palco Lady Gaga. L’artista newyorkese si esibisce in una toccante e commovente versione di Til It Happens to You (brano scritto dall’artista contro la violenza sessuale), mentre, attorno a lei, si raccolgono giovani vittime di violenze. E’ una carezza violenta: mentre il Dolby Theatre è scosso dal toccante spettacolo di Lady Gaga, l’artista canta commossa e con una voce rotta dall’emozione. Una versione tamarra di Pharrell Williams (con tanto di risvoltini ai pantaloni e capello ossigenato) e un iconico Quincy Jones presentano i candidati per la migliore colonna sonora. “È il suo momento!”, grida tutta l’Italia, “è il momento di Ennio”. Ed è proprio così: The Hateful Eight vince (anzi, stravince) e un emozionatissimo Morricone si becca (proprio come il vice-presidente) anche la standing ovation. Da tutti. Forse anche da Sergio Leone dall’aldilà. Con voce tremolante ringrazia Harvey Weinstein, Quentin Tarantino e la moglie Maria, la sua vera musa ispiratrice. Un allegro Danny Elfman approva con un sorriso a 32 denti. Dopo il trionfo del compositore italiano, Sam Smith vince con Writing’s on the Wall (di Spectre, l’ultimo 007) il suo Oscar per la migliore canzone originale e Brie Larson viene premiata come miglior attrice protagonista per Room, film ispirato al caso Fritzl. Poco dopo Iñárritu scrive la storia: è il miglior regista dell’anno (Revenant) per la seconda volta consecutiva (dopo Birdman) e dedica il film soprattutto a DiCaprio («Leo, tu sei il redivivo»).

Arriva, quindi, il momento più atteso della cerimonia: vince, non vince, esulta come Grosso ai Mondiali, non esulta come Balotelli, vince Fassbender, vince l’Orso Masha, vince Redmayne, vince Jerry Calà. E, come previsto, in barba a tutti i meme, alle delusioni precedenti, al sorriso soddisfatto di Bryan Cranston, agli orsi che lo odiano e lo pestano, al popolo di internet che lo ha preso in giro per anni, a Titanic, Leonardo DiCaprio vince l’Oscar. Finalmente. E’ andata, Leo, ora puoi anche non essere più candidato. Elogia Iñárritu e la sua «esperienza cinematografica trascendentale», ringrazia Martin Scorsese e suo «fratello» Tom Hardy e parla del surriscaldamento globale, da attivista qual è. Il resto è storia: Il Caso Spotlight vince, come da pronostico, la statuetta per miglior film e Michael Sugar, il produttore, esulta per una vittoria che «dà voce ai sopravvissuti» e chiede pubblicamente a Papa Francesco di «proteggere i bambini».   
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