Osvaldo Bayer, il ribelle della speranza

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Lo scorso 24 dicembre, all’età di 91 anni, è morto a Buenos Aires Osvaldo Bayer e migliaia di persone nel quartiere di Belgrano dove viveva gli hanno reso omaggio.

Nel 2018 è stata pubblicata dalla casa Editrice Sudamericana una sua biografia scritta da Germán Ferrari dal titolo El rebelde esperanzado (Il ribelle con speranza) dove si percorre la vita di questo straordinario intellettuale, giornalista, scrittore, strenuo difensore dei Diritti Umani, storico, militante anarchista, pacifista e tanto altro, mostrandone la estrema coerenza di pensiero e di azione attraverso il suo itinerario umano e artistico. L’obiettivo infatti di tutto il suo lavoro, portato avanti con studi approfonditi delle realtà di cui si occupava, è la denuncia delle ingiustizie e degli errori delle classi egemoniche nella gestione del paese, l’oppressione e il dolore degli “ultimi della terra” e il destino drammatico dei popoli originari oppressi e cancellati dalla storia.

 

La voce di Bayer attenta, appassionata e critica ha segnato tutti gli eventi fondamentali del suo paese, il suo sguardo e la sua scrittura hanno agito come un bisturi nella società argentina, mostrandone le piaghe ma alimentandone anche le speranze di riscatto nella ricerca di una società più giusta e libera. Nella sua ultima intervista nell’agosto del 2016 al giornale Página/12, uno dei più auterevoli del paese, sosteneva:

“Bisogna continuare a lottare per più democrazia, denunciando gli errori e i passi indietro che il governo sta dando rispetto alla vera democrazia. Lotterò per non perdere nessuno dei vantaggi democratici che abbiamo ottenuto durante tanti anni di lotta. Ho 89 anni e non ho mai pensato che avrei visto di nuovo un governo di destra. Non abbiamo imparato assolutamente niente, abbiamo avuto governi di destra fino alla sazietà. Ora siamo tornati alla decade del ’30 con un candidato ( si riferisce a Macri, attuale Presidente della Nazione) della chiamata aristocrazia di Recoleta (quartiere dell’alta borghesia di Buenos Aires), come lo avevamo prima del ’45.”

Da osservatore attento e rigoroso dell’attualità nazionale coraggiosamente segnalava le disuguaglianze sociali. “C’è democrazia in un paese dove ci sono quartieri miserabili e quartieri di lusso?” chiedeva provocatoriamente a chi lo interrogava sulle ragioni della sua lotta persistente e mai doma. E aggiungeva che la vera democrazia era quella dove nessun bambino ha fame e c’è lavoro per tutti.

 Osvaldo Jorge Bayer nasce il 18 febbraio del 1927 a Santa Fe in Argentina; il suo cognome originale era “Payr”. I suoi nonni emigrarono da Schwaz, un piccolo paese del Tirolo austriaco dove si parlava tedesco. Quando suo nonno sbarcò nel paese, stanco che scrivessero male il suo cognome, “Bayer, come le aspirine”, dichiarò nel Registro Civile della Città di Buenos Aires.

Nella sua opera più importante, la saga storica Los vengadores de la Patagonia trágica(I vendicatori della Patagonia tragica)in quattro imponenti volumi, pubblicati tra il 1972 e il 1974, sono raccolti gli episodi salienti di un fatto storico messo sotto silenzio dalla storiografia ufficiale: una tragica repressione portata avanti dall’Esercito argentino che causò la fucilazione di molti contadini e operai che parteciparono in Patagonia agli scioperi del 1921, contro le difficili condizioni del loro lavoro e le molte vessazioni subite dai padroni latifondisti.

 L’opera non è solo potente testimonianza e cronaca documentata di quei giorni terribili ma anche un inno alla sete di libertà e giustizia di uomini coraggiosi e consapevoli dei nefasti meccanismi di sopraffazione e violenza che il potere esercita sui popoli. La scrittura di Bayer si offre come una radiografia cruda di un sistema perverso con il quale i grandi latifondisti della Patagonia, istigatori feroci della repressione e decisi ad annientare gli scioperanti, esercitarono pressione sul governo di Hipólito Yrigoyen perché l’esercito si trasformasse nella mano armata in difesa dei loro interessi economici e politici. Bayer fa parlare gli emarginati della Storia mentre ci mostra come agiscono i boia di sempre che allo stesso tempo uccidono e mistificano la realtà.

La storia degli scioperi patagonici e della conseguente feroce repressione, scoperta e raccontata da Bayer, fu portata al cinema col titolo La Patagonia rebelde nel 1974 con la direzione di Héctor Olivera, la sceneggiatura dello stesso Bayer; il film vinse L’Orso d’argento nel Festival di Berlino dello stesso anno. Questo diede modo ad un ampio pubblico di venire a conoscenza di un episodio nefasto della storia nazionale che era sconosciuto ai più prima della ricerche storiografiche di Bayer.

 La publicazione di quest’opera provocò la persecuzione di Bayer da parte della cosiddetta Triple A di José López Vega. La tristemente famosa AAA, Alleanza Anticomunista Argentina, era un gruppo paramilitare terrorista di estrema destra che assassinò artisti, intellettuali, politici di sinistra, studenti, storici e sindacalisti, facendosi responsabile di esecuzioni sommarie e della sparizione forzata e morte di quasi 700 persone nella decade del ’70, durante la presidenza di María Estela Martínez de Perón.) Osvaldo Bayer fu obbligato all’esilio, si recò a Berlino e vi restò fino al 1983, anno di recupero della democrazia in Argentina, senza mai smettere di denunciare le atrocità dell’ultima dittatura.

 Nel 1984, al rientro dall’esilio, scrisse il prologo per il libro Exilio del suo amico poeta Juan Gelman e per il quale ricevette il premio Konek. In quest’opera la poesia di Gelman e la prosa di Bayer concorrono a indagare il significato e il peso dell’esilio sull’anima umana. Successivamente gli vennero attribuiti titoli di Doctor Honoris causa in varie università: Cordoba nel 2009, Quilmes sempre nel 2009, San Luis nel 2006, Del Sur nel 2007, Del Comahue nel 1999, San Juan nel 2011. Era inoltre Professore Onorario della facoltà di Lettere e filosofía dell’Università di Buenos Aires.

 Bayer lavorò come giornalista in due importanti giornali argentini: Clarín e Página/12, dopo aver diretto il giornale Esquel in Patagonia. Nel Clarín, il 3 giugno del 1971, uscí l’articolo Una supplica nella notte, che Bayer considerava il suo miglior pezzo giornalistico. Vi si racconta della brutale aggressione che alcuni bambini tra i 4 e i 6 anni subirono da parte di un impiegato della metropolitana, nella stazione di Constitución, a Buenos Aires. Il tema fu poi ripreso da tutta la stampa nazionale aprendo un acceso dibattito sui temi della violenza e della sicurezza.

A partire dal 1986 ebbe inizio la sua collaborazione con Página/12 e con il giornale della Madri di Piazza di maggio, alle quali resterà sempre vicino nella lotta per recuperare i figli dei “desaparecidos” della dittatura.

 Altre opere costruiscono il pantheon del suo impegno di uomo e di scrittore, come:

-Los anarquistas expropiadores

-Severino de Giovanni, el idealista de la violencia

- Fútbol argentino, rebeldía y esperanza

 Nel 2008, con il libro-sceneggiatura per il documentario Awka Liwen sulla iniqua distribuzione delle terre e la spoliazione dei popoli originari e dei gauchos, di nuovo fu preso di mira e denunciato, ma come sempre affrontò i suoi oppositori con la sicurezza del ricercatore e storiografo certo dei documenti a sua disposizione e con la forza del militante che crede fermamente nella causa che difende.

 

I popoli originari in Argentina sono le comunità indigene e autoctone che abitano i territori del paese, presenti e in gran numero in differenti zone geografiche, ognuno con le sue cartteristiche culturali. Essi hanno subito per 200 anni atti di violenza fisica e simbolica tesa a distruggerne l’identità, i costumi e gli stili di vita, da parte delle classi dominanti che volevano imporre al paese il modello europeo in cui si identificavano. Furono esiliati dalle loro terre, sottomessi e obbligati ad adottare religione e norme sociali completamente estranee al loro vissuto. Ugualmente alcune tribù ancora sopravvivono. Alla difesa della loro cultura e dei loro diritti Bayer ha dedicato la vita.

 Lo Stato argentino, nei governi precedenti di Nestor e Cristina Kirchner, ne ha riconosciuto giuridicamente il contributo e il valore nella storia nazionale.

Si considera che i popoli indigeni rappresentano il 5% della popolazione mondiale, stiamo parlando di circa 370 milioni di persone distribuite in 90 paesi. Nonostante rappresentino una ricchezza culturale, anche per il rispetto e la preservazione dell’ambito naturale, sono tra le popolazioni più sfavorite del pianeta. Tra i loro più gravi problemi troviamo la migrazione e gli spostamenti forzati.

La ONU, per fare acquisire coscienza all’opinione pubblica e ai governi del problema inerente a queste comunità, ha dichiarato il 9 agosto Giorno Internazionale dei popoli indigeni

Per Bayer la difesa dei popoli originari si accompagnò costantemente a quella dei Diritti umani e a quella per la democrazia reale del suo paese.

 La sua scomparsa lascia un vuoto significativo nella società e nella cultura argentine.

Con Rodolfo Walsh e Rogelio García Lupo, Osvaldo Bayer ha formato la triade di giornalisti, scrittori e intellettuali che, ognuno a suo modo, ma con incisiva efficacia, hanno costruito una forma nuova di esercitare il giornalismo per rivisitare la storia, scoprirne i buchi neri e le menzogne, additando all’attenzione del pubblico, attraverso precise ricerche, i meccanismi del potere e le dinamiche della lotta per i propri diritti e per la creazione di una società dove lo sfruttamento e l’oppressione in tutte le forme siano banditi.

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