PARLIAMO DI PRESIDENTI: IL DIVO DI PAOLO SORRENTINO

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E’ il mistero, quello Andreottiano, che si è prestato opportunamente al lirismo di Paolo SorrentinoIl Divo non è minimamente un racconto ridotto a cronaca lineare dei fatti politici durante la carriera del senatore democristiano, fatti mai del tutto decifrati e legati  ad un contesto storico che fu il tripudio dell’etorogeneità  di effetti socio-economici  tragici, locali e internazionali, collegati alla Guerra Fredda in atto dopo la seconda guerra mondiale e alla inestinguibile spada di Damocle sul capo dell’Italia: la mafia.   

Il Divo è un’opera cinematografica che si esprime attraverso un’ipotesi di introspezione all’interno di un arco di tempo che va dal 1991 al 1995, ovvero dall’insediamento del  VII governo Andreotti fino  ai processi di Perugia e di Palermo che lo vedono imputato, il primo per essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il secondo per  associazione mafiosa, il primo fatto risultò non sussistere, l’associazione a delinquere invece fu confermata rispetto agli anni antecedenti al 1980 e non per il periodo successivo, i reati avvenuti prima di quella data nel 2003 erano caduti in prescrizione dunque Andreotti  non finì mai in galera. 

L’interpretazione di Toni Servillo è il risultato ottimale di uno studio del ‘personaggio’ che ha condotto ad una riproduzione mimica e vocale fedele: punto di partenza per  arrivare a quella suggestione cupa che il film rende benissimo.  I passaggi che Sorrentino coglie sono da un lato il contesto storico degli anni di piombo passando in rassegna gli omicidi di esponenti  politici,membri delle forze dell’ordine e imprenditori influenti negli anni Settanta, Ottanta e Novanta per mano del terrorismo rosso e della mafia, dopo di che una rappresentazione grottesca  dei componenti della corrente Andreottiana comunica il torbido che l’immaginario collettivo (coadiuvato dai fatti riportati e ragionati sui giornali dell’epoca) vede gozzovigliare all’interno del palazzo del potere, palazzo in cui è radicato l’altalenante equilibrio tra forze che si soppesano e reggono a vicenda per la sopravvivenza della moderazione e del compromesso, elementi che si son voluti identificativi del Paese a partire dal dopoguerra. Il collante che oltre all’aspetto formale sofisticato ed esibito, offre al racconto il valore supremo, è il tentativo di ricerca che il film attua nel proporci un’idea di umanità del personaggio Andreotti:  il suo rapporto con la moglie, con Dio, gli elettori, l’enigma che sempre si rivelò in pubblico nelle interviste, nelle interrogazioni ai processi, e poi le emicranie, che per tutta la vita lo perseguitarono come traghettatrici di una misteriosa espiazione. 

Il monologo di Servillo-Andreotti che ipotizza una risposta alle domande che ci si è posti  durante quei decenni e ci si porrà nella storia avvenire,  su come e quanto  un’ anima sostenga  tutto il male intorno e attraverso di lei, è quello che a metà del film fa da spartiacque tra la prima e la seconda parte in cui si racconta il processo di Palermo.

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.” 

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