Poeti in Campania: intervista a Carlo Di Legge

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Il poeta campano che andiamo ad intervistare è Carlo Di Legge, nato a Salerno nel 1948. Ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza a Trani in Puglia, poi a Salerno, a Roma, a Milano. Vive a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Ha pubblicato importanti volumi di filosofia: Il signore delle due vie (Salerno-Roma, 1999); Ontologia (Napoli, 2014); Eros e paradosso (Napoli, 2007, 2014). Mentre quelli di poesia sono: Momenti d’amore (Angri, 2002); Il candore e il vento (Napoli, 2008); Multiverso. Di quel colore che soccorre, a volte (Alessandria, 2018). Una scelta rappresentativa si trova nel volume Poeti e pittori di Secondo tempo (Napoli, 2013). Ha lavorato nel privato ‒ come artigiano ‒ e nella scuola, da maestro elementare, direttore didattico, insegnante di storia e filosofia nei licei. Ha concluso la carriera da dirigente scolastico dello storico liceo “Parmenide” di Vallo della Lucania. Sue poesie sono apparse nel sito web della rivista «Levania» o in riviste online come «Atelier». È uno studioso del tango argentino. Sull’esperienza del tango ha pubblicato il libro, a carattere letterario-epistolare, Sentire il tango argentino. 10 lettere e una poesia (Napoli, 2011). Secondo Di Legge «Il tango argentino è un momento eccezionale di comunicazione e, se ballato a un certo livello, di creatività. Non un modo ma tanti modi di ballare un “giro”, perché ognuno, in ogni momento, è diverso. Imprevedibile ballo. Se informo una donna sulla prossima figura, lei mi risponde: non devo saperlo, devo capirlo al momento. Si comunica la propria personalità. Praticando il tango argentino sappiamo come l’altro ragiona col corpo: dunque sappiamo come l’altro è. Difficile fingere».

Come ti sei avvicinato alla poesia?

A scuola, leggendo i poeti: così divenne una mia esigenza.

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

Certo. Tra gli altri, soprattutto Francesco Lazzari, che si è cimentato in editing, mi ha sempre incoraggiato, ha cercato di entrare in quel che intendevo, o talvolta mi ha mostrato come lui intendeva la mia scrittura (credo sia stato inevitabile e utile). Ha insistito su qualcosa di molto semplice, anche senza dirlo: lo scritto dev’essere in qualche modo comprensibile a chi legge; e ogni poesia ha una propria “logica”, logica dell’immaginario se si vuole, dalla prima linea all’ultima.

Che cosa cerchi attraverso la poesia? Qual è il tuo intento?

Salvare la mia modalità d’esperienza e di vita nella mia modalità di scrittura. Anche, come ha scritto un mio amico, rigirare il carro sui binari: in qualche modo, catturare e arrestare per un po’ (qualcuno dice: l’eternità è della scrittura. Questo è attraente, ma come esserne certi?) quell’istante di tempo, che diversamente si perderebbe nell’infinito.

La tua scrittura segue delle linee o delle correnti culturali specifiche?

La parola è sempre sperimentale. In passato ho seguito alcuni autori, oggi non mi pare. Cerco di scrivere con sobrietà: non enfasi, mai, né originalità ad ogni costo. L’impatto della scrittura lo si avvertirà, se tutto va bene, nella dignità e nella sincerità di parole che tendono alla soglia del silenzio. Così la parola scritta può diventare (ma non è detto, e comunque non è affatto solo questo) anche un buon lavoro su sé stessi e sulle proprie emozioni. Ciò neanche vuol dire che la scrittura debba ossequiare il senso comune, tutt’altro, credo che essa possa portare a una condivisione possibile su squarci e aperture sull’inconsueto, a diversi e forse spiazzanti modi di vedere il mondo, e forse qualcuno, leggendo, si dirà: “è evidente, ma non ci avevo pensato”, oppure: “mi aveva solo sfiorato, e adesso vedo”. Che io sappia, non seguo specifiche direzioni culturali, ma ho letto e leggo molto attentamente soprattutto filosofia e poesia. Amo i classici e i poeti di tutte le tradizioni, ma bisogna dimenticarli, quando si scrive.

Quali programmi hai in cantiere?

Primum vivere, se la vita è con me. Scrivere, se è vita, se ho esigenza di scrivere. Pubblicare grazie ad amici come voi, che lo consentano. 

Come vivi la cultura, la poesia, nella tua città, nella tua vita? Trovi difficoltà e quali?

Nocera Inferiore è fisicamente insieme alla grande città, Napoli, che considero centro culturale di livello mondiale (anche per quanto riguarda la poesia, perché no!), e zona vesuviana, il che mi regala qualche amico anche nei dintorni, con cui confrontarmi. Ma non si vive in un cenobio della poesia, dove i monaci si raccolgano ogni giorno.

Hai mai partecipato a premi letterari? Che opinione hai di essi?

Bene che ve ne siano, è come una specie di luce che resta accesa, o parte di questa luce. Ho partecipato pochissime volte, con qualche insignificante risultato, o anche senza risultato. Spesso, anche se invitato, non ho partecipato. Bene che si partecipi, se si cerca questo tipo di riconoscimento. Credo che ai premi talora prevalgano i buoni libri, o anche qualche volta i meno buoni, perché così va il mondo, o forse l’Italia; ma, infine, le cose tornano sempre al loro posto!

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato politicamente o a risorse economiche, e le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Per non parlare poi della poesia che, seppur prolificante, è rinchiusa in “cripte” elitarie. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, e se sì, per quali motivi?

Pubblicare non è mai stato semplice, per nessuno. Che la poesia possa diffondersi, è magnifico, siamo tutti d’accordo, purché sia buona o eccellente e non una specie di inutile fiera delle vanità, o altro, che non fa poesia. Allo stesso modo, è esperienza importante scriverla, quando si è toccati (so che qualcuno non condivide ma per me è così: avviene d’essere toccati dalla parola, il lavoro sulla parola può essere dopo e fa comunque parte del percorso; comunque non è l’unica fonte della poesia). Se vi siano gruppi di poeti esclusivi? Può voler dire molte cose, e non so se sia un mio problema, ma tutti possono leggerli, almeno in linea di principio, come possono leggere me o chiunque, e farsi un’idea; invece non credo che qualcuno possa dire a un altro come la poesia debba essere, anche se questo può accadere da alcune riviste o nell’ambito di alcuni gruppi o premi di poesia. Invece, basta leggere la poesia, la poesia forte, al di sopra delle “cripte elitarie”, italiana o no! Vi si respira un’aria buona, d’aperto... Difficoltà editoriali? Solo, essere molto attenti all’editore e all’intenzione che questi ha realmente di “investire” sul libro; purtroppo, comunque, occorre darsi da fare in prima persona, e ci sono anche modi seri di promuovere i propri scritti.

Se dovessi paragonare la tua poesia ad un poeta famoso, a chi la paragoneresti? Quale affinità elettive ci trovi con la tua poesia?

Non so, credo che gli autori letti davvero possano influire “segretamente” sulla propria scrittura. Qualcuno ha paragonato singoli momenti della mia poesia a grandi autori, è un onore per me che abbiano pensato qualcosa del genere, magari allora non li avevo letti, ciò che invece avvenne dopo, la cosa m’incuriosì, e furono spesso esperienze intense.

La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che hai raccolto nel mondo letterario?

Avere amici sinceri che scrivono, e che mi leggono, che stimo, e che mi stimano.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Possono competere sul piano economico, lo fanno, questo avviene, perché la rivoluzione digitale è ancora in atto, e molti, anche amanti delle forma-libro, leggono l’e-book. È più economico, è più facile da portare con sé… Personalmente, uso molto Internet. Che poi la forma digitale possa soppiantare il libro, è come dire che la scrittura possa sostituire la parola. Non è successo, non credo proprio, sono cose molto diverse.

Qual è il tuo rapporto con la politica?

La politica è nata come un’arte e una professione intellettuale, ne ho molta considerazione. Ho le mie idee sui politici. Qualcuno ha detto che dovrebb’essere chiamato a governare proprio chi non ne ha affatto intenzione; nonostante ciò, non ne ho affatto intenzione, non lo spero, non ho esperienze di militanza politica e i miei coinvolgimenti nel governo di qualcosa sono sempre stati pre-politici. La poesia politica è a sua volta un esser chiamati, non sta nelle mie corde, almeno finora.

Come vivi la quotidianità?

Bene, mi sembra. Mi occupo delle mie figlie, governo la casa (quella sì! Non è male…), vedo amici, soprattutto leggo, e studio in modo non disperatissimo, ma studio; con parsimonia, scrivo.

Oltre alla poesia, di cosa ti occupi?

Di filosofia; poi, il tango: lo ballo e lo studio da molto tempo, ne ho scritto e credo che ne scriverò ancora, il ballo è filosofia e poesia, il ballo è simbolo, perciò è vita, e nel tango argentino questo si avverte assolutamente, fraintendimenti a parte.

Se potessi cambiare lo stato comatoso in cui vive oggi la nostra società, quali sarebbero le tue soluzioni, le proposte?

Sarebbe un coma reversibile, perché lo spirito soffia, è sempre vivo. Proposte, una: ognuno faccia quel che si trova a fare, nella miglior maniera che sa. Se no, cambi. Non è affatto poco.

Ha ancora un ruolo il poeta nella società di oggi?

Il poeta ha sempre avuto vita difficile e considerazione scarsa, o comunque nessuno ha detto che i poeti debbono governare o gestire il potere. Intanto ciò, di fatto a volte, è avvenuto. Certo: anche se andiamo a ritroso ai poemi omerici, e ai Veda, e all’I Ching (non è anche grande poesia?) e a ciò che vi si accompagnava, prima sul piano dell’oralità poi nella scrittura – ma quella era una sapienza, età vichiana delle origini; e domando: la poesia, oggi, cosa ne conserva? Guardo. Certo, le cose mutano, ma qualcosa resta, e a mio parere dev’essere così, nonostante quel che vogliono farci credere. Poi, ognuno legittima il proprio progetto di poesia, se può, e siamo diversi. La poesia è davvero democratica, o dovrebbe.

Oggi, rispetto al passato, si legge molto poco. Colpa della politica culturale attuale o cosa?

A mio parere si tratta, ancora, della diffusione dei mezzi elettronici e digitali: consentono cose mai viste, chi non sarebbe attratto? Ma è stato detto di tutto in proposito. Si legge poco? I libri, certo, si leggono di meno; e la lettura in forma digitale?

Qual è la tua ultima fatica editoriale? Puoi parlarcene brevemente?

Preferisco dire che ho in preparazione un saggio breve, tra filosofia e poetica, poi almeno un nuovo libro di poesia, infine un nuovo libro sul tango. Se quel che risulta convincerà me e qualche amico, cercherò con attenzione l’editore. Ma non sarà domani.

In conclusione: che cos’è per te la poesia?

Hanno scritto e detto che nella parola risiedono gli dèi: si sente qui, nella poesia, l’effetto del tremendo che abita il mistero del mondo, lo si avverte. E la parola poetica si presenta con la concretezza dei pellegrini che vennero ad Abramo: occorre rendersi disponibili, è vita, salvezza dell’attimo, come ho detto, sottrazione alla rapina del tempo. 

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