Poeti in Campania: intervista a Ciro De Novellis

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Il poeta che andiamo ad intervistare è Ciro De Novellis, napoletano del 1948. Poeta e studioso di etnologia, ha sempre alternato l’attività di autore con quella di promotore culturale e in questa veste, tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, è stato conduttore di trasmissioni per Radio e tv libere. Tra le sue iniziative più recenti ricordiamo: nel 2013 “Atelier”, serata organizzata nell’Oasi di Montenuovo e dedicata ai giovani poeti inediti; Ha pubblicato numerose raccolte di poesia in napoletano e in lingua, ultima della quale Deep (Edizione Il Laboratorio, 2018). Ha pubblicato anche diversi saggi di cultura popolare, ultimo: La via dei Canapi (Polidoro Editore, 2015). L’ultimo docu-film prodotto è stato Il pensiero Poetante di Mimmo Grasso. In fase di pubblicazione il racconto Viaggio Nell’anima, documentario tratto dai temi poetici del libro Il Senso Dell’Attesa (Ed. La parola Abitata).

Come ti sei avvicinato alla poesia e in particolare alla poesia dialettale napoletana?

Il modo di parlare, credo, sia il mio stesso sentire, ascoltare, vivere tutte le sonorità molteplici, devo dire, essendo nato in un quartiere popoloso e periferico della città di Napoli. Molto semplicemente, il parlato si relaziona soprattutto con l’ascolto della parola e qui una mia riflessione che riguarda l’architettura del termine parola, prima ancora del suo etimo, che è ed è sempre stato la fabula, la favola, il raccontare, come ci hanno trasmesso i traduttori di testi sacri. Sono i segni che si è sempre inteso rilevare per indicare l’ascolto, soprattutto, del verbo nel suo carattere più diffuso che è la parola di dio. Ecco questo errore da sempre perpetrato, non tiene conto dell’architettura vera della parola che per vivere ha bisogno di nutrirsi dell’altrui sentire ma, soprattutto relazionarsi, costruire, comunicare insomma. Il cum-munire (legare-costruire) insieme in una sorta di segno parabolico, la parabula che ha di proprio il racconto del griot africano, del guewel, del gawlo, dell’arokin, da cui discende tutta la concezione che abbiamo della storia, della narrazione, della linguistica, e per certi versi anche dei metodi di trasmissione culturale, del cantare lode, del poetare, il bardo insomma che si deve necessariamente riconoscere interprete di tante scienze assai complesse.

In un passo della tua biografia si legge: «Non ama la correzione sintattica del dialetto, proprio perché è capace di leggere negli errori gli aspetti più fecondi della poesia, soprattutto dei giovani». Cioè? Puoi spiegarti meglio?

Nel dialetto, dove non è dogma la linea sintattica, perché nasce dalle molteplici sonorità diffuse dei vari vernaculus, dove il domestos è il centro del “focolare” di diffusione delle sonorità più immediate ed espressive che apprendiamo per comunicare, la metafora è insita spesso in ogni raccordo di idee. Quello che nella lingua ufficiale ci viene concesso per differenziare l’espressività e cioè l’uso delle metonimie o dei sinonimi, nel dialetto è appunto la metafora, che sancisce vere e proprie formule idiomatiche, certamente difficili se non impossibile da tradurre, e che sono la vera ideò masia, la bona dicitur tota come si giustificava nel tempo passato. Quando attraverso la poesia italiana si incontra un neologismo noi siamo, giustamente, pronti a plaudirne l’originalità, ebbene nell’uso del dialetto, questa “libertà” è favorita anche dall’idea di percorrenza etimologica che si fa della parola. E se quella parola talvolta si “rischiara” in tutta la sua bellezza fonica, in tutta la sua conflittualità col dire pacato, ebbene allora che, anche nella forma grafemica può cogliere, come da un pentagramma, la nota musicale di tale accezione. In ogni caso, c’è da dire che, un testo poetico viene letto con apprensione e gioia, quando contiene poesia, e sempre si rilegge più volte per coglierne l’essenza che, diciamolo, è rara se non… rarissima. Magari alla fine si potranno pure fare le giuste rilevanze sintattiche, grammaticali e stilistiche. Ma se non trovi niente nel “nuovo raccolto”… quod cernere?

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

Quando decisi di ripercorrere il sentiero, devo dire complicatissimo, della poesia in lingua nazionale che avevo interrotto negli anni settanta, dopo molti tentativi di individuarne almeno la possibile chiave di accesso, senza riuscirci, mi dedicai per un po’ di tempo alla realizzazione di spettacoli e reading di giovani poeti e soprattutto di quelli che non avessero mai avuto la possibilità di essere editati in alcuna pubblicazione. Questo era già stata la mia attività didattica svolta nell’ambito lavorativo per la Scuola degli Infermieri professionali cui insegnavo attività comportamentali e semiotica medica per i fini del Nursing Professionale. Ma un giorno mi sono rivolto, sempre per ingaggiare nuovi giovani poeti, a Enrico Fagnano che considero il doge della Scuola poetica Dante Alighieri, che mi indicava a mano a mano tutti gli allievi poeti più interessati ai miei spettacoli. Ecco quando ho conosciuto Enrico Fagnano credo di aver trovato l’unico interprete del mio poetare, capace cioè di rilevare le mie espressioni più significative e soprattutto entropiche del mio percorso poetico, riducendole nell’essenzialità morfemica quanto meno. Il Fagnano in quanto poeta didatta era il vero linguista, critico, storico della poesia, ma soprattutto colui che sapeva leggerla nella sua espressività stilistica pure mutevole per le linee di influenza caratteriale. Quello che ognuno si aspetta da un “pubblico attento” devo dire. Sono orgoglioso di ricordare il mio lunghissimo cammino con il maestro Enrico Fagnano, per la realizzazione del primo libro di poesie in lingua nazionale “Il Senso Dell’Attesa” che porta finalmente la sua firma sia alla postfazione che alla editoria che è La Parola Abitata. Si è ridotto di almeno un terzo per ogni singolo testo cui amavo esporre tutto il mio catartico e inutile “barocco lessicale”, e quanti interventi di revisione ho dovuto ripetere per arrivare al “finito-stampato”. Ricordo fui invitato per la prima volta a leggere alcune mie poesie a Veduta Leopardi, e Fagnano mi selezionò lui stesso i testi da leggere, sicuro del consenso che avrei avuto dal poeta Eugenio Lucrezi che si sapeva fosse stato lì presente quel giorno; ed ebbi veramente quel consenso.

Cosa cerchi nella poesia? Quali sono gli argomenti alla base?

Si dice che tutti gli uomini nascono originali e alla fine solo una piccola parte di essi morirà tale mentre molti diventano “fotocopie” di quelli originali. Ebbene credo che quella piccola parte privilegiata sia proprio la parte che persegue il bello. La poesia, l’arte, la ricerca sono il mezzo che si utilizza per praticare il poieo e ciascuno racconta il metodo che adotta per trasmettere il proprio pensiero. Secondo il pensiero proustiano non hanno molta importanza allora gli argomenti di base che vogliamo trasmettere, ma il come, il mezzo che si sceglie, e il metodo che si adotta per esternare quegli argomenti. In fondo ciò che diciamo si è sempre detto e il nuovo sta proprio nel “fare”, nel mezzo che si adotta e che deve essere necessariamente aggiornato anche per una questione darwiniana di adattabilità al mondo che progredisce. Per fare un esempio, il metodo della sperimentazione poetica è quanto di più sistemico si possa adottare per la ricerca del nuovo, ma bisogna pure cambiarlo se quel nuovo tarda a presentarsi e/o ad esercitare l’innovazione sperata nel suo utilizzo e in seno a un consenso auspicato.

Sappiamo che la poesia si manifesta anche attraverso i vari dialetti che rappresentano le nostre tante e diverse realtà geografiche. Più che in altri secoli, il Novecento ha “figliato” grandi poeti che si sono dedicati anche al dialetto: mi riferisco al grande Emilio Villa, Cesare Ruffato, Achille Serrao, il primo Pasolini, Tonino Guerra, Biagio Marin, Albino Pierro ed altri. Quale differenza esiste tra la poesia dialettale napoletana (ma in questo caso potremmo anche definirla lingua napoletana) e quella in lingua?

Ecco non hai citato proprio quello che conosco meglio per aver letto tutta la sua critica e biografia, Andrea Zanzotto. Fatta eccezione per Albino Pierro, tra i poeti citati, io credo che la dinamica dialettale sia stata usata quale tentativo di traducibilità da parte dei poeti, che intendevano rinnovare, dopo i tentativi falliti della prima sperimentazione, magari affiancandosi ai concretisti del tempo che iniziavano il cammino del comparativismo, tutta la dinamica popolareggiante della poesia del mondo arcaico. Era l’epoca in cui i contadini lasciavano la terra e si presentavano al nuovo sviluppo tecnico industriale, ciascuno portandosi il proprio bagaglio di tradizioni ancora orali, a quel tempo. Bene hai fatto a non citare l’altro materano Rocco Scotellaro che, infatti, anch’egli lo possiamo annoverare tra i “riformisti dialettale”. Di Albino Pierro, invece, si dovrebbe parlare di un “conservatore”, in senso positivo di tutta un sapere, di tutta una cultura contadina che di lì a poco, con la venuta nel nostro meridione, attraverso i nuovi metodi di studi etnografici, dei grandi antropologi del Nord Europa, sarebbe stata finalmente salvata e trascritta mirabilmente per i fini della nostra conoscenza.

Raffaele De Novellis – spero non sia un tuo parente – nel prefare la tua prima raccolta di poesie in dialetto scrisse: «…ecco il nome nuovo della Poesia Napoletana che sicuramente si affiancherà ai nomi già noti dei poeti napoletani di tutti i tempi». C’è un motivo particolare nel tuo ricorso al dialetto?

L’omonimo amico Raffaele De Novellis, che conobbi per averlo ascoltato in una radio libera e poi frequentato anche assiduamente per un lungo periodo, era un poeta dialettale e conoscitore straordinario della canzone e del teatro napoletano. Fu infatti il mio prefatore per il libro ’E Suonne Mariuole che pubblicai per l’editore Gaeta. Certo Raffaele non si risparmiava a denunciare le incongruenze, le ostilità e i pressapochismi e nemmeno le “mandava a dire” se decideva di dirtele. Ricordo che proprio questa prefazione suscitò tanta polemica, soprattutto quando si volle evidenziare, anziché la poesia, tutte le mie ostinate inottemperanze alle formalità sintattiche. Poi, finalmente fui accolto con favore dalla critica dominante. Ricordo in seguito le rivendicazioni di Raffaele quando anche gli altri sottolineavano il “nuovo” che veniva fuori nei miei versi. Uno dei motivi del mio ricorso al dialetto fu quello di non aver trovato nell’ambiente che frequentavo tra i poeti “italiani” degli anni settanta, l’attenzione degli altri e dunque tutto l’entusiasmo mio per la considerazione cui probabilmente un giovane ama essere circondato. Ma definire uno status cui poggiare tale motivazione è quanto meno blasfemo se si considera il peso culturale che ha il dialetto anche rispetto alla lingua nazionale.

Secondo Alessandra Buschi, in un suo articolo dal titolo Il dialetto nel Novecento come lingua della poesia «nel Novecento, troviamo infatti molti poeti che, o  per uscire dagli schemi della lingua ufficiale e potersi esprimere in modo più ampio e meno legato alle strutture linguistiche dell’italiano nazionale, o per dar espressione ad una determinata zona oppure per senso di appartenenza, riprendono il dialetto». Le stesse motivazioni valgono anche per te o c’è dell’altro?

No, non potrei ritrovarmi in nessuna di queste motivazioni. Nutro un tale rispetto per la scienza della linguistica e più in generale per la comunicazione nel suo complesso, che non saprei scindere, quello che io stesso definisco “organo della parola”, dagli altri organi anatomo funzionali dell’uomo nel suo divenire. La voce, è il respiro che dà la vita e noi siamo esseri comunicanti inconsapevoli del come e del perché comunichiamo. In un momento di distensione filosofica sul cum munire, potrei pure affrontare il discorso storico della lingua italiana, partendo dalle sue origini, non certamente sciorentine, ma anche questo ci condurrebbe inevitabilmente a quel medio Evo che riconobbe Napoli, cuore di tutte gli sviluppi filosofici e commerciali attraverso le grandi scuole della linguistica, da quella sveva a quella meno conosciuta angioina che diede rango regale alla pantagenesi sulla quale almeno tre secoli dopo si costruì col Vico, la prima concezione estetica nella letteratura mondiale.

Oggi il compito della poesia sembra un’autocelebrazione. Sembra che i poeti non abbiano più nemici da contrastare. Troppi poeti della domenica. E tu che poeta sei? Quanto prendi sul serio la poesia?

Prendo troppo sul serio la poesia che mi dispongo sempre al massimo ascolto di chiunque la celebri.

Chi è il tuo nemico nella vita e nella letteratura?

Non penso mai alla competizione se non al confronto, per cui, non ho nemici. C’è tuttavia un motivo di rancore che non posso fare a meno di “indossare”, proprio come un abito che mi va stretto, ed è l’ipocrisia suadente di molti sapientoni che non sanno distinguere il sapere da una summa di conoscenze, molto male azionate se pensano di rinchiudersi come gatti infiocchettati nei loro salotti ammuffiti.

Si sa che molti premi letterari, direi il 90%, sono costituiti ad personam, per amici e con una tassa di lettura per leggere qualche testo. Hai mai partecipato ad uno di essi e che opinione ti sei fatto, quale beneficio può arrecare un siffatto premio?

Una sola volta ho partecipato ad un premio di poesia, e due volte per una silloge voluta dall’editore e mai che abbia avuto un riconoscimento di merito. Credo che, fino ad una certa età, tutti abbiamo attraversato questo desiderio di percorrenza del poieo, e tutto sommato, anche per la ritualità che offre il ritrovarsi tra frequentatori della poesia, vale la pena provarci almeno. Ricordo la gioia che ho visto nei volti di quelli che avevano vinto il primo premio e io pure mi sono felicitato per loro.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato alla politica o a risorse economiche; per di più le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, ti hanno mai chiesto denaro per pubblicare? Puoi farci qualche nome di editori a pagamento che hai incontrato sul tuo percorso?

Sarebbe per me una noia parlare, anche in questo contesto, di editoria, se non la distanza che si rileva della letteratura imposta da quella che percorriamo quotidianamente attraverso le piccole opere d’ingegno cui assistiamo.

Che cosa distingue l’uomo dal poeta?

Il poeta è colui che non potrà mai dare una definizione della poesia, ed è l’uomo stesso che si interroga.

Che cosa ti fa più paura nella vita e nel mondo artistico?

La ragione secondo la quale si potrà conoscere il vero della vita nel momento in cui non lo potremo più raccontare. Tuttavia c’è gente che vive anche dopo aver visto quell’oltre e sa di essere appagato e sereno solo se contribuisce alle nuove nascite per l’altrui felicità. L’artista vive una sua dimensione per cui anche nella fatica estrema di raccoglier tutti gli elementi che dovrà assemblare, non si distacca dall’ice, che è il suo candore di fanciullo che succhia al seno il filo della felicità.

È risaputo che al giorno d’oggi si legge molto poco; gli autori, che siano poeti narratori o saggisti, a giusta ragione si lamentano di questa inedia. Tu quanto tempo dedichi alla lettura, quindi alla formazione e allo studio, e quanto alla scrittura?

Si nemmeno io posso escludermi da questa graduatoria di “digiunanti”, anche se mi piace dirlo, sono molto migliorato rispetto a quando ogni libro dovevo prenotarlo e poi fotografarlo, ingrandirlo per leggerlo fuori dalla biblioteca nazionale o dalla Lucchesi Palli, dalla biblioteca dei Girolamini in cui sono pure conservati i miei libri. Insomma oggi con l’ausilio di internet tutto mi riesce più facile e quindi maggiore presenza do io sia nella lettura che nella scrittura.

Qual è l’ultimo volume che hai letto?

I libri non li leggo mai singolarmente, questo mi succede quando per le mie ricerche, ma anche per la narrativa, la poesia, ecco adesso ho in corso di lettura due libri contemporaneamente: Aldo Ferraris: Parola a me vicino, Francesco Chieco: Antonio Ranieri: Saggio Biografico. Sembra un modo disordinato di leggere, ma vi assicuro che è assai stimolante.

Quando ti sei accorto che potevi fare il poeta?

Credo di aver avuto quattro o cinque anni, quando da mia nonna veniva un uomo altissimo con un trench chiaro e ci leggeva a tutti la mano prevedendo il futuro, alla fine concludeva sempre dicendo: ”di quello che dico ne sono certissimo: buono per lei”. Nonostante fossi piccolo mi dava del lei e poi diceva sempre che ero una personcina fine e con le mani lunghe che mi ritrovavo lui prevedeva una carriera musicale. Beh stiamo lì insomma.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Magari si riuscisse finalmente a cogliere l’occasione che il progresso ci offre, ma io credo che si farà di tutto per continuare quest’assurda mercificazione dell’informazione e del sapere. Tra l’altro i lodatori del vecchio non cesseranno mai di convincersi che quell’odore che sentono nel libro non ha niente a che vedere col pioppo.

Qual è il tuo rapporto con la politica, con l’ambiente, con i problemi di tutti i giorni? Insomma, come vivi la quotidianità?

Le poche volte che si è presentata l’occasione di una politica sana e per tutti, tutti quelli che l’anno proposta sono stati uccisi o annientati economicamente. Vedi il caso Mattei, Olivetti, adesso questo Movimento 5 stelle che il solito “sistema” sta delegittimando giorno per giorno, vedi l’occasione della formulazione della Costituzione che vorrebbero cambiare, dello statuto dei lavoratori, che hanno già mortificato. Tutto questo ricordo a proposito pure delle Editorie testé citate. Avete fatto caso che l’unica istituzione che non è mai cambiata dall’unità d’Italia è l’Editoria?

Trovi difficoltà con l’ambiente letterario in cui vivi e che rapporto hai con i tuoi colleghi campani?

Ho vissuto molte esperienze letterarie con amici poeti italiani ma anche di altri paesi. Temo sempre di trovare forme di resistenza all’apertura di altre culture, o quanto meno, individuo concezioni complesse dietro la semplicità della traduzione. Ecco non credo sia solo una mia vaga impressione, spesso mi rendo conto che un pensiero articolato non potrebbe essere risolto attraverso la semplice formula della traduzione. Le culture si devono abitare.

Quando non ti occupi di poesia, di cosa ti occupi?

La poesia è un ramo dell’albero genealogico e quindi è la mia famiglia di sangue, poi c’è la famiglia di lavoro e infine la famiglia delle relazioni e della crescita.

Hai una ricetta per far uscire la poesia dallo stato comatoso in cui versa?

La poesia non langue mai ed è sempre presente sia per l’incombere delle incertezze sociali, che nell’ideale che ciascuno vuole intendere della sua “parusia”

In conclusione: quali programmi hai in cantiere?

Ho molti lavori conservati incompleti nel solito cassetto, ma prima di riaprirlo dovrei ripercorrere alcuni viaggi in Africa sperando di ritrovare gli stessi elementi che raccolsi quarant’anni fa. Lo studio dell’etnologia e delle religioni non riconosce altri metodi che quello della ricerca sul campo, diceva il mio maestro Bruno Pianta, bisogna sentirsi “topici”.

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