Poeti in Campania: intervista a Francesco Filia

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Il poeta che andiamo ad intervistare è Francesco Filia. Vive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Insegna filosofia e storia in un liceo cittadino. Si interessa prevalentemente di filosofia, poesia e critica letteraria. Sue poesie e note critiche sono presenti in numerose riviste e antologie. Ha pubblicato i poemi Il margine di una città (Il Laboratorio 2008); La neve (Fara 2012, vincitore e finalista di diversi premi nazionali); La zona rossa (Il Laboratorio 2015, con prefazione di Aldo Masullo); la plaquette L’inizio rimasto (Il laboratorio, 2017) e la raccolta Parole per la resa (Carta Canta, 2017). È redattore del «LITblog Poetarumsilva».

Come ti sei avvicinato alla poesia?

Attraverso la lettura dei classici e della poesia del Novecento. A casa mia, tra gli altri, c’erano molti libri di poesie e da ragazzo ho iniziato a leggerli. Solo dopo, oltre i vent’anni, ho iniziato a scrivere.

Che considerazione hai della ricerca poetica, della sperimentazione di nuove forme poetiche?

Della poesia guardo prima il “cosa” e poi il “come”, e giudico il “come” in funzione del “cosa”. Se c’è da dire la ricerca di nuove forme poetiche è positiva e salutare perché, di rimando, può incidere e allargare gli orizzonti dell’ispirazione. Viceversa se è un modo per coprire il vuoto del “cosa” allora risulta sterile e la sua proposta asfittica. La vera poesia, secondo me, è quella in cui ‒ partendo da un nucleo d’ispirazione radicale, dopo un lungo processo di lavoro e sedimentazione ‒ il “cosa” e il “come” sono indistinguibili e si mostra solo il respiro necessario della parola.

A proposito: il tuo ultimo volume, L’ora stabilita, opera poetica prima classificata al concorso Faraexcelsior, pubblicato con Fara Editore, su quali forme poetiche si basa?

Sul verso libero, ma su un dettato che tende alla concentrazione della parola, all’essenzialità, in alcuni casi alla scarnificazione. Ma il mio dettato poetico non sempre è stato così, in me è come se agisse un doppio pedale versificatorio. In libri precedenti ho sentito l’esigenza di dilatare il verso, in alcuni casi sino a sfiorare la prosa. Anche qui in funzione della “cosa” da dire, o, meglio, la “cosa” si è presentata con quel dettato, con quel respiro.

Si sa che molti premi letterari, direi il 90%, sono costituiti ad personam, per amici e con una tassa di lettura per leggere qualche testo. Ma visto che hai vinto di recente un premio che ti ha permesso di pubblicare un volume, credo che ne parlerai bene. Credi che gli organizzatori di premi si rifanno ad una programmazione che scelga i partecipanti in base ad una poetica o è tutto lasciato al caso?

Ad essere sincero, con il mondo dei premi letterari ho un rapporto molto distaccato, a volte partecipo, il più delle volte no, ma sempre con la consapevolezza che le variabili sono tantissime. Li considero uno strumento di visibilità, o come nel caso del Faraexcelsior – un concorso serio e consolidato negli anni – un modo per poter pubblicare inediti, che come nel mio caso, si hanno da molto tempo nel cassetto, senza dover fare la questua tra gli editori. Il contributo, quando non è esoso, mi sembra necessario, fisiologico, anche perché non vedo code di mecenati che finanziano la poesia in Italia.

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

I primi riscontri mi sono venuti da persone geograficamente distanti. In particolare da due poeti milanesi a cui avevo sottoposto i miei testi, quando i miei versi erano ancora balbettanti, senza che mi conoscessero di persona: Milo De Angelis e Giancarlo Pontiggia. Sono loro che mi hanno incoraggiato, consigliato con generosità e grande apertura mentale e umana e per questo sarò loro sempre riconoscente.

Cosa cerchi nella poesia?

La verità, niente di più niente di meno. Quel po’ di verità che una poesia, un verso o una parola può sostenere, ma, per quanto possa essere tremenda e angosciosa, nient’altro che la bellezza spietata della verità.

Un tuo volume, Il margine di una città, è dedicato a Napoli? A proposito: come si vive nella tua città culturalmente e socialmente?

A Napoli ho dedicato una trilogia, composta da Il margine di una città, La neve e La zona rossa. Tre poemi per frammenti, in cui cerco d’ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo con la città, da prospettive diverse. Dalla mia posizione volutamente defilata, marginale, non ho molti elementi per giudicare la vita culturale in generale della mia città, l’ambiente poetico mi sembra attivo e propositivo, anche se parcellizzato, l’eco che questo però ha sul tessuto cittadino non saprei giudicarlo. Napoli è una città così contraddittoria che sfugge a qualsiasi presa, anche quella culturale, che spesso arriva solo dopo o non coglie nel segno, attardata spesso in vecchi schemi o in semplificazioni compiaciute.

Credo che, come tutti noi che abbiamo una vita sociale, anche tu hai degli amici. Noti differenza tra gli amici, diciamo di sempre, e gli amici nel campo della letteratura?

Nel mio caso alcune volte i due campi si sono incrociati con esiti alterni. Sia tra gli amici storici che tra quelli letterari ho alcuni rapporti consolidati e autentici. Certo quando c’è un oggetto del contendere o una competizione nello stesso ambito d’interessi le relazioni sono sempre più complesse e possono sorgere incomprensioni, se non addirittura rotture. Ma tutto questo fa parte della vita. Anche le amicizie di sempre possono venir meno, senza che sia chiaro il perché. I rapporti umani sono sempre complicati e si mantengono su un delicato equilibrio tra opposte forze in campo, basta poco perché si spezzino.

Ci si può fidare dei “colleghi” o il poeta lo scrittore sono destinati ad affrontare le problematiche in perenne solitudine? Qual è in merito la tua esperienza?

La solitudine è la ratio essendi della poesia, almeno per come la viviamo nella tarda modernità, il confronto, se c’è, o è avvenuto prima o viene dopo dell’atto poetico. Un minimo di fiducia all’“altro”, però, la si deve concedere, altrimenti si corre il rischio di vivere in una perenne paranoia, che a lungo andare diventa autodistruttiva.

Oggi il compito della poesia sembra un’autocelebrazione. Sembra che i poeti non abbiano più nemici da contrastare. Troppi poeti della domenica, o sempre le stesse facce (poche) alle presentazioni di libri o letture poetiche. Insomma: sembra esplosa in piccoli clan, e non sempre collegati tra loro, neanche nella stessa città. Qual è la tua opinione in merito?

La verità è che la poesia non ha più un ruolo sociale. Quello che tu dici è la conseguenza di ciò. I motivi per cui questo è avvenuto sono molteplici, uno fra gli altri, la forza della parola poetica non può più reggere il confronto con la forza della retorica propagandistica e pubblicitaria supportata dallo strapotere delle immagini che, in principio e di fatto, riducono lo spazio dell’immaginario, unica fonte per poter produrre, creare, nel senso greco del termine, nel senso del pôiein.

Oggi la poesia sembra un “passatempo”, non si prende sul serio. Che ne pensi?

Se è così, come dici tu, stiamo vivendo il perfetto rovesciamento della sua essenza. La poesia è una radicale esperienza del tempo, nella parola poetica affiorano i poli opposti, del finito e dell’infinito, del transeunte e del permanente, dell’attimo e dell’eterno. In essa si scontrano, prendendo corpo in maniera tragica e inaggirabile. Nell’autentica parola poetica il tempo non “passa” ma sprofonda nella sua dilaniante enigmaticità.

Parliamo un po’ di editoria. Hai trovato difficoltà a pubblicare i tuoi volumi, a pagamento o sei stato fortunato nel trovare editori che hanno investito su di te?

Molte difficoltà. Ho la fortuna di essere amico di un artista napoletano, Vittorio Avella, punto di riferimento per molti, che è titolare di una casa editrice specializzata in libri d’artista e con la quale ho pubblicato tre libri. In due casi ho pubblicato grazie alla vittoria di concorsi nazionali per inediti e una volta su richiesta di Davide Rondoni che mi ha invitato a pubblicare presso una collana di poesia da lui curata. Come si può vedere un percorso frastagliato e tutt’altro che facile.

Cosa pensi delle case editrici che chiedono contributi economici, spesso esosi, per pubblicare un volume?

Penso che vadano evitate, perché lucrano sull’inesperienza o sulla vanagloria di chi scrive. Pubblicare un libro è una cosa che deve avere i suoi tempi, che sono necessariamente lunghi e richiede molta pazienza, anche perché non tutto quel che si scrive è degno di accedere alla forma libro. Nel mio caso sono passati quasi quindici anni da quando ho cominciato a scrivere a quando ho pubblicato il mio primo libro. Soprattutto in un mondo asfittico come quello della poesia, pubblicare una raccolta senza prima aver dissodato e arato il terreno, senza esser passati per il vaglio di riviste, litblog, antologie e pareri di addetti ai lavori non ha senso, si rischia, nel migliore dei casi, di pubblicare per i familiari e gli amici.

Puoi farci qualche nome di editori non a pagamento e a pagamento che hai incontrato sul tuo percorso, anche per mettere in guarda i giovani autori, spesso ignari?

Il problema, secondo me, non è il singolo editore, più o meno onesto, ma il sistema che esaurisce la responsabilità dell’editore nella pubblicazione. Non mi sembra che ci sia un lavoro serio sulla distribuzione e sulla pubblicità mirata dei libri. I casi di editori che, al contrario, si adoperano in questo senso sono molto rari, e per questo sono ancor più meritevoli di elogio.

Che cosa distingue l’uomo dal poeta?

Non lo so, ho difficoltà a definirmi poeta, mi sento uno che scrive poesie, tutto qui. Per me il poetare è una funzione della vita e non viceversa.

È risaputo che al giorno d’oggi si legge molto poco; gli autori, che siano poeti narratori o saggisti, a giusta ragione si lamentano di questa inedia. Hai mai cercato di dare una spiegazione a questo fenomeno?

La lettura, prima che si riveli nella sua bellezza e necessità, richiede attenzione, fatica e anche l’attraversamento dello stato d’animo della noia, che è fondamentale per la crescita e la maturazione del desiderio. Le relazioni sociali, l’apparato tecnologico vanno in tutt’altra direzione e marginalizzano l’unica agenzia culturale che potrebbe operare positivamente per una riscoperta della lentezza e della profondità della lettura: la scuola. Tutto quello a cui assistiamo a me sembra una conseguenza di questo stato di cose.

Quando ti sei accorto che potevi fare il poeta?

Mai, nel senso di poeta come ruolo letterario e sociale. Che potevo continuare a scrivere poesie che fossero leggibili e pubblicabili, quando, dopo aver riletto e rimaneggiato per l’ennesima volta un mio testo, sono riuscito a guardarmi allo specchio senza ridere di me.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Non penso che debba esserci per forza una competizione, ritengo che si vada verso una complementarietà e, nel caso della poesia, i libri digitali possono favorirne sensibilmente la distribuzione. Che poi le poesie in formato digitale vengano effettivamente lette, è un’altra questione, ma questo vale anche per il cartaceo.

Qual è il tuo rapporto con la politica, con l’ambiente letterario della tua città, con i problemi di tutti i giorni?

Ormai da anni ho fatto mio il motto epicureo lathe biosas (vivi nascosto) e da qui tutta la differenza è venuta. Adempio ai miei doveri di cittadino della repubblica ed esercito i miei diritti, quando necessario cerco di farli valere, ma non ho nessun trasporto per la politica attiva, al giorno d’oggi mi appare come una passione triste, che attira, salvo rarissime eccezioni, le forze peggiori della società, perché è ridotta a mero esercizio di potere, senza nessuna consapevolezza dell’etica del servizio che essa comporta, e, ciò che è peggio, rispecchia, senza mediarli ed elaborarli, le pulsioni più basse, il risentimento, le paure, le meschinità, gli odi più profondi della stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Per quel che riguarda l’ambiente letterario, mi relaziono con le persone di cui ho stima. Cerco di essere disponibile al dialogo poetico con tutti, soprattutto con i più giovani, compatibilmente con i miei gusti, le mie forze e il tempo che ho a disposizione.

In ultimo, i problemi di tutti i giorni li affronto con pazienza, cercando di non farmi travolgere e, se possibile, con un minimo di leggerezza, nessuna ricetta speciale dunque.

Quando non ti occupi di poesia, di cosa ti occupi?

Io invertirei la domanda. Quando non ti occupi d’altro perché ti occupi di poesia? E la risposta sarebbe: «Non lo so». In ogni caso la risposta alla tua domanda è: insegno in un liceo di Napoli Storia e Filosofia, che sono, insieme all’insegnamento, gli altri miei interessi. Poi ho qualche hobby, come tutti del resto.

Hai una ricetta per far uscire la poesia dallo stato comatoso in cui versa?

Ovviamente no. Forse una causa del coma è l’assenza di un vero pubblico della poesia. Ormai chi legge la poesia senza la pretesa di scriverla è merce rarissima. Io ritengo che la poesia la debbano scrivere in pochi e leggere in tanti, invece oggi siamo in tantissimi a scriverla e pochissimi a leggerla. Bisogna riconquistare i lettori puri, come non so, ma mi sembra l’unica strada.

In conclusione: quali programmi hai in cantiere?

Vivere, leggere e, se possibile, scrivere.

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