Poeti in Campania: intervista a Mimmo Grasso

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Il poeta campano che andiamo ad intervistare è Mimmo Grasso, nato a Catanzaro nel 1948 ma vive da molti anni a Monte di Procida (NA). Si è occupato di management e formazione delle risorse umane in varie aziende. Poeta e saggista, ha editato lavori nel settore letterario e delle arti visive, con impianto cognitivo-funzionalista. Cura i quaderni aperiodici «Calibano», distribuiti presso amici e dedicati al fantastico. È tradotto in varie lingue, antologicamente, e da varie lingue traduce. Edita, con Mario Persico, le riviste in-folio «Patapart» e «Tie’». Cura la collana di poesia “I poeti di vico freddo” (Il laboratorio/ le edizioni). Ha pubblicato i seguenti volumi di poesia: Cerchi Mobili (Quinta Generazione/Forum, 1973); L’amorosa visione (collages verbovisivi, Altri Termini, 1980); Mercurio (Altri Termini, 1981); Liber fulguralis (libro-oggetto, autoprodotto, 1984); Preliminari (Altri Termini, Napoli, 1995); Ad uso interno (Manni, 1998); Quarta Corda (id., 2000); n. 10 “pezzi” col Pulcinoelefante (2000-2005); Camera ardente (I Quaderni di Orfeo, 2005); Volturnio (La Città del Sole, 2006 – edizione arabo-italiana); La lunga Zip (Il laboratorio/ le edizioni, 2006, con incisioni di Hella Berent); Come la pioggia dopo la pioggia (id., 2007, con incisioni di Manuel Cargaleiro, edizione italo-portoghese); Sebeto (id., in lingua napoletana, “rifondata”, con interventi di artisti visivi, tradotto in spagnolo. Letto questo testo, il regista Giuseppe Ferrara iniziò un docufiction su Napoli, “Mater Mediterranea”, vista cogli occhi di un poeta. Il lavoro rimase incompiuto per la scomparsa di Ferrara); Taraterra (id., 2009); Già e non ancora (EOS, 2012, con lavori visivi di Rosella Restante); Lallagè (Il laboratorio/ le edizioni, 2014, con incisioni di Vittorio Avella); Al Dreyt Rien (id., 2014); LPRGCM98H29H211C (id., 2017, cartella d’arte con testi in italiano e napoletano “illustrati” da Mario Persico); La città dei sangui (id., 2017, con incisioni di Hella Berent, edizione italo-tedesca). Alcuni suoi testi sono stati musicati da Carlo Faiello.

Come ti sei avvicinato alla poesia?

È l’esprimersi in versi che mi ha avvicinato, in modo efficace, alla soluzione di dissonanze cognitive ed esistenziali.

Nel tuo essere poeta cosa metti al primo posto?

Aver cose da dire, un vissuto. Wittgenstein: «di ciò, di cui nulla può dirsi, occorre tacere». Proverbio napoletano. «Si nun tiene niente ’a dicere, statte zitto».

Il filosofo Zygmunt Bauman ha descritto la contemporaneità una società “liquida”. Quali riflessioni filosofiche, invece, racchiude il tuo “pensiero poetante” che da un po’ porti in giro oltre che racchiuderlo nelle tue opere?

Poesia, filosofia, scienza sono gemelle quanto ad obiettivi e metodo. Un teorema di matematica ha altrettanta “passione” di un testo di poesia, che è anch’essa una scienza esatta, un sistema di sistemi, alla Bateson o Maturana. Il “pensiero poetante”, di cui è stato prodotto un video (https://www.youtube.com/watch?v=331bTTqSO_I), si rifà all’origine del modo di pensare, che avviene poeticamente, sottoponenendo a critica la sua dialettiea per poi inciampare nel nulla. Il pensiero, poetando e indagando sul suo processo interno, si accorge che il “nulla” non è un concetto, che, in quanto nulla, è inesistente, ma una procedura standard della mente, un bivio “indecidibile” tra “doxa” e “dike”, col placet degli analisti. Scrissi un testo, in merito, sullo schema dell’antica canzone italiana, dedicato ad Aldo Masullo.

Spesso, nelle tue declamazioni poetiche – che sono dei veri e propri recital ‒ ti accompagni con la tammorra. Ma che cos’è per te la poesia orale e quale differenza ci trovi con quella scritta?

Mi avvicinai alla tammorra dopo un viaggio in Aspromonte per conoscere i poeti-cantori di lingua greca. Cercavo – sul campo e non più nei libri – l’origine del poetare. Poi ho frequentato i tammurrari vesuviani, studiandoli a lungo e intercettando nelle loro danze e ritmi forme metriche arcaiche. Poesia orale e scritta hanno i loro codici, ovvio. L’una fa parte di un rituale, è un evento liturgico e, se poesia “popolare”, non ha bisogno di conoscere la scrittura; l’altra è generata da una mente tipografica, si identifica con il processo scritturale storico e coi suoi apparati logici e semantici.

Qual è l’incontro poetico che ti ha formato o che ti sia rimasto più impresso nella memoria?

Un uomo che pochissimi conoscono, Franco Mogni. Fu lui, italo-argentino e viaggiatore instancabile, a farmi conoscere fisicamente Borges, Matta, Paz, Matilde Herrera. Mi liberò da molti pregiudizi e dalle camicie di forza delle “scuole”. In quel tempo frequentavo «Altri Termini».

Cosa cerchi nella poesia? Quali sono gli argomenti alla base?

Ho una visione olistica. Non ho tematiche prevalenti ma sto attento alla costruzione di relazioni interne di un testo, anche se dovessi scrivere una poesia sulla mamma. Da anni il mio lavoro si basa su studi e ricerche sul campo, di carattere antropologico.

Oggi il compito della poesia sembra un’autocelebrazione. Sembra che i poeti non abbiano più nemici da contrastare. Troppi poeti della domenica. E tu che poeta sei? Quanto prendi sul serio la poesia?

La domanda implica gli aspetti sociali della poesia che si autocelebra (ma è sempre stato così) quando, paradossalmente, non rimane appartata nell’appartato, nella Lichtung (radura) di Heidegger o sotto il fico di Budda. Per me è una questione, per vari aspetti, di metodo junghiano (sì: quello del “Libro rosso”). Il quondam impegno sociale lo ritengo ormai ingenuo. Sono altri, per la poesia occidentale, gli orizzonti, anche epistemologici. La tua domanda mi fa ricordare un testo ‒ non ricordo l’autore ‒ che lessi su «Pace & Guerra», la rivista di Rossanda e Castellina che in incipit proponeva poesie. Un tizio dice a un altro ciò che sa fare: cucire, saldare, sturare lavandini, fare il meccanico e il falegname, scalare montagne, zappare, usare il mitra, ecc. Chiede, poi, all’altro: «E tu, che sai fare?». L’altro: «So scrivere poesie». «Ah, ‒ replica il primo ‒ anch’io, ma solo di domenica». Il testo si chiamava “Il trasformatore”. Mi sta bene essere un poeta domenicale ma che sappia fare bene questo lavoro, uno dei tanti che ci impegnano tutti i giorni. Vivo la poesia come un gioco, il far finta di far finta ma «l’uomo è serio solo quando gioca» (Huizinga).

Chi è il tuo nemico nella vita?

Ubù. È un rivale col quale mi mimetizzo spesso. Tra me e lui, un fiume.

Si sa che molti premi letterari, direi il 90%, sono costituiti ad personam, per amici e con una tassa di lettura per leggere qualche testo. Hai mai partecipato ad uno di essi e che opinione ti sei fatto, quale beneficio può arrecare un siffatto premio?

Non ho mai partecipato a un premio letterario. Da osservatore, valuto che i premi funzionano come i “voti di scambio”. Ah, Ah: rido come Bosse de Nage (la scimmia di Faustroll) quando ci si dichiara “contro” i premi al solo scopo di entrare nel loro apparato. L’unico premio che vorrei vincere è il Fra’ Cazzo da Velletri.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato alla politica o a risorse economiche; per di più le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, ti hanno mai chiesto denaro per pubblicare? Puoi farci qualche nome di editori a pagamento che hai incontrato sul tuo percorso?

Penso a Emilio Villa, forse il più importante poeta del secondo ’900, che fu costretto a tagliare un suo albero e venderne il legno per pubblicare un libro. Di solito, per la poesia, tutti gli editori, anche ‒ mi dicono ‒ quelli “grandi”, pubblicano dietro copertura dei costi a meno che non programmino un paio di pubblicazioni di poesia all’anno, ma solo perché noblesse oblige. L’editoria a pagamento è un grande business. La poesia non vende ma tutti hanno versi nel cassetto, compreso Eugenio Scalfari. Se tutti scrivono poesia, perché non ne comprano? Occorrerebbe una latent class analyss da parte di esperti di comunicazione. C’è, comunque, differenza tra un “grande editore” e un “editore importante”. Da molti anni pubblico a tiratura limitata, con edizioni di pregio, in tandem con artisti visivi e solo con editori di nicchia (o cripta). Il mio ex-libris è “meglio essere letti cento volte da uno solo che una sola volta da cento” (Valèry).

Che cosa distingue l’uomo dal poeta?

Riprendo un concetto da “Homo sacer” di Agamben: poeta è l’uomo che documenta la dinamica tra “zoè” (la vita animale-naturale) e il “bìos” (la vita intellettiva”). Non è facile: occorre essere addestrati, nel tempo, a governare gli istinti affinché trovino la loro autorappresentazione. È la poesia che porta l’uomo alla sua umanità.

È risaputo che al giorno d’oggi si legge molto poco; gli autori, che siano poeti narratori o saggisti, a giusta ragione si lamentano di questa inedia. Tu quanto tempo dedichi alla lettura, quindi alla formazione e allo studio, e quanto alla scrittura?

Sono 60.000 i titoli pubblicati ogni anno nel nostro paese,compresi i testi scolastici. Perché gli autori si lamentano dell’inedia dei lettori se sono loro che la iniettano? La qualità delle proposte di lettura è,dopo le concentrazioni editoriali, abbastanza bassa. Un libro è per la grande distribuzione merce che deve ruotare in magazzino (diciamo un tre mesi di giacenza e, poi, macero). Occorre scegliere le case editrici “buone”, di cui siamo ben dotati. L’editore è la prima informazione che cerco quando vedo un libro, poi valuto chi dirige la collana. Leggo molto, raramente poesia, e prendo sempre appunti, riscrivo interiormente ciò che leggo e, pertanto, ho bisogno di molto tempo.

Qual è l’ultimo volume che hai letto?

“Il sacro”, di Rudolf Otto e, come poeta, Tommaso Di Francesco, il condirettore de “Il Manifesto”.

Quando ti sei accorto che potevi fare il poeta?

È una procedura direi quasi socratica. Non mi sono accorto che “potevo” ma che “dovevo” fare il poeta.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Viviamo, grazie a internet, gli stessi problemi che agitavano gli scribi dopo l’invenzione della stampa, quando un libro costava come una Ferrari e lo si leggeva ad alta voce per condividerlo. Ma già San Girolamo contestava S. Agostino e la sua bizzarria della lettura silenziosa,”virtuale”. Un libro buono rimane tale a prescindere dalle modalità dell’offerta (cartaceo, digitale).

Qual è il tuo rapporto con la politica, con l’ambiente, con i problemi di tutti i giorni? Insomma, come vivi la quotidianità?

Da giovane ero un militante in vari settori. Continuo ad esserlo. La vita ora sente l’entropia e stabilisco priorità, ma, come l’Ulisse di Saba, «me sospinge al largo / il non domato spirito / e della vita il doloroso amore». Sto attento a che il quotidiano non mi prevarichi col suo quot.

Trovi difficoltà con l’ambiente letterario in cui vivi e che rapporto hai con i tuoi colleghi campani?

Non ho particolari difficoltà perché rispetto molto il lavoro degli altri. In Campania sono un po’ defilato. I poeti che più frequento, ai quali mando gli inediti per un loro giudizio, dunque i poeti amici, non sono campani. Il mio “ambiente” è vario: ho stretti rapporti col Medio Oriente e la Germania. Allo scopo di far conoscere una selezione dei poeti campani, che ritengo molto dotati, sto curando una rubrica di saggi per la rivista bimestrale “Infiniti Mondi”. Tali lavori saranno poi editati come libro a sé.

Oltre alla poesia, di cosa ti occupi?

Poiché sono “socio occulto” della casa di libri d’arte e d’artista “IL LABORATORIO/ le edizioni”, che ha ormai quarant’anni di attività, mi occupo anche di arti visive e, con annessi-connessi-sconnessi-dismessi, di Patafisica, disciplina che mi fa sentite totalmente libero. Devo a Mario Persico, che mi cooptò come segretario dell’Istituto Partenopeo, il mio alto grado e il mio ruolo. Mi occupo di teatro scrivendo per una compagnia di giovani operativa nel quartiere Sanità, riproponendo il “Carro di Tespi”. Questi giovani sono stati selezionati quasi tutti da Luca De Filippo per l’Accademia Teatrale di Napoli. Per qualche tempo ho lavorato intensamente come soggettista di cinema con Giuseppe Ferrara.

Hai una ricetta per far uscire la poesia dallo stato comatoso in cui versa?

No. Ma penso che, per uscire dal coma, incontrare poeti di altre nazioni è fondamentale, quantomeno per uscire dal proprio coma. Mi interessano i poeti-progetto. Ad esempio, sto per editare un’antologia di Nidaa Khoury, israeliana-palestinese, personalità fortissima. Quanto più un mondo culturale è estraneo al mio, tanto più mi intriga, mi tiene sveglio (in stato di stupor più che di coma). Penso inoltre che molti autori italiani confondono il metodo critico con la poesia per cui l’ascoltatore, pur pazientoso, non capisce e si allontana. Ma è giusto: perché dovrebbe andare a un reading dove gli sembra che tutti dicano le stesse cose? Proviamo a copiaincollare le poesie pubblicate su Facebook: sembrano scritte da un solo autore che, col retino, mostra quante paturnie ha catturato.

In conclusione: quali programmi hai in cantiere?

Festina lente: di solito pubblico poesia ogni cinque anni e, ogni anno, un dieci saggi. Ho prodotto q.b. e ne salvo un 30%. Quest’anno uscirà Hortus conclusus, edizione preziosa (IL LABORATORIO/le edizioni) con disegni straordinari di Quintino Scolavino. Sempre quest’anno, una nuova edizione, rivista, di Sebeto, in lingua napoletana, accompagnata con la tammorra di un mito vivente: Tonino ’o Stocco, di Pomigliano d’Arco. Un’edizione “veloce” di La città dei sangui, già concepita come libro d’arte in italiano e tedesco con Hella Berent; tre nuove canzoni (con Carlo Faiello). Ho varie raccolte inedite, che usciranno quando avranno schiuso i pidocchi. Intanto mi sto saggiamente documentando per il mio lavoro conclusivo, quello della vita, poetico-filosofico, e che uscirà per il mio centesimo compleanno. Se mantengo la media, tengo nu sacco ’e cose ’a fa’.

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