Poeti in Campania: intervista a Prisco De Vivo

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Il poeta campano che andiamo ad intervistare è Prisco De Vivo, nato a San Giuseppe Vesuviano (NA) nel 1971. Vive ad Avellino; è pittore, scultore e poeta. Dal 1990 ad oggi ha partecipato a varie attività artistiche sul territorio nazionale. Si è interessato di filosofia, teatro e cinema. Ha collaborato a diversi periodici e riviste d’Arte e Letteratura, cartacee ed on-line, è stato presente a mostre di poesia visuale e recitals poetici, con noti personaggi della cultura e dello spettacolo italiano. Ha tenuto numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero: Bruxelles, Lugano, Nizza, Postdam, Praga, New York, Buenos Aires, Barcellona.

Ha pubblicato le raccolte poetiche: Dell’amore del sangue e del ricordo (2004 - selezionato al Premio Pascoli 2005, Il Laboratorio/le edizioni); Segni e parole, con Raffaele Piazza (id., 2006); L’oscuro fiore dell’arte (id., 2007); Dalla penultima soglia (Marcus Edizioni, 2008); Ad Auschwitz (Il Laboratorio/le edizioni, 2009). Ultimamente sta lavorando alla raccolta di poesia ed immagini dal titolo Ritratti dall’Anima.

Come ti sei avvicinato alla poesia?

Avevo 12 anni circa e già amavo la poesia, mi ricordo che mio padre mi portava con lui in auto ed io leggevo vecchie antologie scolastiche di letteratura  ammuffite, procurate da vecchie stive…. È da lì che ho scoperto Juan Ramón Jiménez, Federico Garcia Lorca, Emily Dickinson, John Keats, Charles Baudelaire; ero rapito dalle loro biografie e dai loro volti (chiazzati di umidità). I miei primi versi li avrò scritti qualche anno dopo. Nel 1990/’91 ho realizzato, invece, la mia prima raccolta di poesie completata nel 1994 aveva il titolo Il Gelo nel Cuore.

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

Per la “poesia”, credo che devo molto a Felice Carmine Simonetti, un vero maestro della poesia visiva, un pioniere insieme a quei pochi del sud, uno sperimentatore del verso inequivocabile; viveva a Nola e non si è voluto mai allontanare dal suo luogo nativo (poeta completamente dimenticato ed isolato). Fu il fondatore della rivista «Mito», rivista artigianale, fotocopiata a mano, aveva le collaborazioni dei maggiori scrittori e poeti italiani. Con lui ebbi anche modo di conoscere Benito La Mantia. Ricordo, anche, che era estremamente severo ed esigente nei miei confronti, ma mi ha insegnato davvero tanto; devo molto anche ai suoi silenzi ed anche ai suoi picchi di follia, mi ha tramandato l’amore per Dostoevskij ed i poeti russi come l’Achmatova e Pasternak. Inoltre, devo anche a Nino Velotti, poeta e scrittore a me caro, mi è stato sempre vicino con i suoi consigli in questa mia combattuta avventura letteraria. Per le arti visive, devo tanto a Pietro Annigoni, che è stato il primo a credere nel mio talento; fin dagli inizi ha apprezzato tanto il mio disegno e le mie tecniche miste, tanto che voleva organizzarmi un mostra personale a soli 17 anni; con lui ho avuto anche un bel rapporto epistolare.

Che cosa è per te la poesia? Cosa cerchi in essa? C’è una poesia tra quelle che hai scritto che più di altre traccia la tua poetica? Ce la puoi far leggere?

La poesia per me è come diceva Ceronetti: «un falso eremita, un asceta del deserto che sdoppiandosi vaga per le città in cerca di seguaci». Quello che cerco in essa ancora non l’ho capito, però so che è quasi lei a cercare me. Sì, ci sono diverse poesie che possono tracciare il mio percorso poetico, ma se vuoi una che maggiormente segna il mio lavoro è sull’amore ed è tratta dalla raccolta Dalla penultima soglia, ha per titolo Ho paura di te: «Ho paura di te / della tua bellezza / ho paura della morte / e della tua assenza / ho paura / di ogni calma eternità. / In un battito / le ciglia del silenzio».

Qual è la tua ultima fatica editoriale? Puoi parlarcene brevemente?

Sto definendo un lavoro di poesia dal provvisorio titolo Nel corpo della sofferenza, una raccolta di poesie iniziata nel 1995 e finita nel 2016; lavoro che a breve sarà edito. Inoltre, è in definizione anche la dolorosa raccolta sperimentale Il lume della follia, premio Minturnae come raccolta inedita (corredata anche da disegni e tecniche miste lo stesso inedite).

In generale, qual è oggi il compito della poesia?

Quello di portare l’uomo alla verità, lontano dalla menzogna, l’uomo ormai assoggettato ad un sistema di vita malato e perverso, estremamente falso, che non apre la propria anima alla vita; ruota solo intorno ad un materialismo illusorio che annulla e disumanizza giorno dopo giorno: «è come un’ape che muore nel suo stesso miele senza accorgersene».

La tua  scrittura segue delle linee o delle correnti culturali specifiche?

Credo che la mia scrittura non segua delle correnti culturali vere e proprie, è spinta da una condizione prevalentemente spirituale ed esistenziale e da alcuni anni si è concentrata sulla deriva del verso e sulla sua frammentazione; attualmente gioca sulla metafora e sull’ambivalenza del simbolico rimanendo lirico.

Hai mai partecipato a premi letterari? Che opinione hai di essi?

Sì, ho partecipato a diversi premi fra i quali: Il Viareggio Repaci, il Premio Pascoli ed anche il Premio Minturnae per l’inedito; in quest’ultimo mi sono aggiudicato il 2° posto. Credo che i premi non porteranno mai giustizia agli autori ed alla loro poesia. Il premio diventa lo scheletro del poeta che si consuma alla sua esistenza. In vita i premi rimangono la “tentazione” quella di vincere, come lo è il “giocatore” anche quello di dostoevskiana memoria.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato politicamente o a risorse economiche, e le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Per non parlare poi della poesia che, seppur prolificante, è rinchiusa in “cripte” elitarie. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, e se sì, per quali motivi?

Sono sicuro che queste difficoltà con l’editoria le abbiamo avute un po’ tutti, i poeti ma anche i filosofi, quelli autentici, ci sono casi eclatanti nella poesia come: Dino Campana oppure Eugenio Montale, la stessa Alda Merini. Per quanto mi riguarda, riconosco che sono difficoltà che si riscontrano da un bel po’ e non mi soffermo a questo ostacolo; credo che si possa superare con la qualità della propria ricerca poetica e di pensiero. In quanto agli editori, nel nostro attuale tempo sono anche loro in difficoltà economiche. Debbo anche dire che in Italia, specie per la poesia, abbiamo avuto degli editori coraggiosi e geniali come Vanni Scheiwilleroppure Arnaldo Mosca Mondadori con la Frassinelli Edizioni, per non parlare di quelle piccole ed indipendenti, ma preziosi edizioni come quelle di Pulcinoelefante Edizioni di Alberto Casiraghi oppure quelle con poeti ed artisti de Il Laboratorio/le edizioni di Vittorio Avella; di loro ricordo anche un prezioso libretto di Aldo Masullo dal titolo Tu Murata nel Carcere del Nulla con copertina di Pietro Lista. Credo che vada anche annoverato Francesco G. Forte con la sua Oèdipus Edizioni, attento alle novità artistiche e stilistiche della ricerca poetica non a caso abbiamo anche un progetto insieme per una mia raccolta.

Se dovessi paragonare la tua poesia ad un poeta famoso, a chi la paragoneresti? Quale affinità elettive ci trovi con la tua poesia?

Vorrei citare il sommo Michelangelo Buonarroti (genio del Rinascimento), soltanto per affinità elettive. È stato il mio faro, quello che mi ha dato il coraggio di proseguire nel mestiere dell’arte e mi ha spinto a proseguire anche nella ricerca poetica attraverso il gesto. Tutto quello che non riesco ad esprimere in pittura o scultura diventa scrittura; le mie liriche escono dal segno e dalla materia come Michelangelo mi ha insegnato. Tanti abbozzi conservati in taccuini o quaderni erano quasi sempre accompagnati da versi. Invece, per quanto riguarda la mia poetica sono rimasto molto influenzato dalla poesia di Dino Campana e Paul Celan ma anche di Guido Ceronetti e Mario Luzi.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Non amo affatto i libri digitali, mi diventa difficile anche leggerli, credo che non possono competere con l’editoria tradizionale, perché il libro, quello cartaceo, pone all’osservatore di reagire con tutti i suoi sensi; l’olfatto, il tatto, la vista e talvolta perfino l’udito per soddisfare ed appagare lo spirito e la mente. Il mezzo digitale è freddo ed impersonale, non arriverà mai a sostituire il libro.

Qual è il tuo rapporto con la politica?

Mi interesso relativamente, non sono certamente apolitico e nemmeno un anarchico, certo la seguo come un appartato intellettuale cerca di capire certi mali sociali, da dove provengono, se sono anche il frutto di una cattiva politica. E che dirti della politica? «un male necessario che non può non esistere».

Come vivi la quotidianità e che rapporto hai con i tuoi colleghi campani, con l’ambiente letterario in cui vivi? Trovi difficoltà e quali?

La mia quotidianità è come quella degli altri, mi ritiro di solito nella mia famiglia, fatta di una moglie e di un cane che ti aspettano sempre a casa anche dopo terribili tempeste e tu metti fuori dalla finestra quelli che sono i tuoi tormenti e le tue problematiche solo per il loro amore; l’amore vince sempre su tutto.

Con i miei colleghi poeti o pittori non ho mai avuto difficoltà di confronto, c’è stato sempre dialogo, specie quelli campani. C’è anche da dire che, in particolar modo, Napoli è stata la capitale del sud anche con la poesia; è stata la patria di certe avanguardie che da più di 50 anni, purtroppo, si sono consumate ai loro conflitti e nel dissenso tutto è stato poco consolidato. Nel tempo. Per la poca coesione fra artisti ed artisti, poeti e poeti. Si è ingigantito un forte individualismo che ha troncato grandi emergenze espressive; facendo talvolta arrestare la crescita di fenomeni davvero notevoli. Un tale caos che ha portato solo alla noncuranza degli storici e talvolta degli studiosi d’oltralpe.

Oltre alla poesia, di cosa ti occupi?

Sono un pittore, uno scultore ed un designer, per vivere mi occupo di ritratti, di pitture e sculture per arredo, oggetti di design, illustrazioni, gioielli e tant’altro. La poesia, come puoi ben immaginare, non ti fa vivere e talvolta nemmeno sopravvivere; ho visto casi davvero disperati e drammatici; molti poeti sono riusciti ad avere una vita “modestamente dignitosa”, grazie solo all’insegnamento.

A proposito: qual è lo stato di salute delle arti visive?

Negli ultimi dieci anni lo stato di salute è abbastanza disperato per l’arte contemporanea, c’è una crisi in termini di valori e di idee, si rischia la sterilità e l’asfissia, l’omologazione totale; la cosa più terribile è che molto è dovuto alla gratuità di certe operazioni artistiche legate alle più insidiose e subdole dinamiche di mercato; molto è completamente svuotato dalla poesia e da qualsiasi necessità dell’autore. Il termometro a tutto questo sono le Biennali, basta visitarne qualcuna in Italia e all’estero.

La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che hai raccolto nel mondo letterario e/o artistico?

Credo di aver avuto diverse soddisfazioni. Intanto, voglio mettere in evidenza che grazie alle mie frequentazioni nell’ambito letterario, nel tempo, ho incontrato: Plinio Perilli, Adriano Spatola, Lamberto Pignotti, Giacomo Scotti, Ciro Vitiello, Giorgio Barberi Squarotti, Luca (Luigi Castellano), Franco Capasso, Wanda Marasco, Antonio Spagnuolo, Edoardo Sanguineti, Franco Cavallo, Maria Luisa Spaziani, Milo De Angelis, Giampiero Neri, Elio Pecora, Maurizio Cucchi, solo per citarne qualcuno; non con tutti, ma con una buona parte di quelli che ho citato, è nato un rapporto di amicizia e collaborazione. Ho un solo rammarico, quello di non aver incontrato Guido Ceronetti ed Emilio Villa; due intelligenze davvero superlative che ho sempre apprezzato. Nell’arte contemporanea ho avuto il privilegio di visitare e conoscere eccelsi studi di artisti. Così ho incontrato anche storici e filosofi come: Enrico Crispolti, Gillo Dorfles e Manlio Sgalambro (il filosofo paroliere di Battiato). Ebbene anche costoro hanno mostrato abbastanza interesse per la mia opera.

Se potessi cambiare lo stato comatoso in cui vive oggi la nostra società, quali sarebbero le tue soluzioni, le proposte?

Quello di avere maggiore solidarietà verso gli altri, liberarsi da tutto il superfluo che ci circonda, sentire la nostra coscienza e non i like di instagram o di facebook. Un po’ meno social ed essere meno egoisti, guardare gli altri allontanarsi dalle illusioni del nostro tempo.

Ha ancora un ruolo il poeta nella società di oggi dove rispetto al passato, si legge molto poco? Colpa della politica culturale attuale, della globalizzazione o cosa?

Il poeta, anche se non sembra, ha un ruolo davvero determinante nel nostro attuale momento storico. È davvero l’unico e vero riscatto dal materialismo opprimente, è la voce ed il corpo della metamorfosi.

In conclusione: quanto tempo della tua giornata dedichi alla poesia e/o alla pittura, e quali programmi hai in cantiere?

Non dedico molto tempo alla poesia, talvolta, succede di sera, di notte oppure mentre lavoro ad un’opera di pittura e di scultura, in pullman, in treno; vedi non ci sono dei veri e propri orari della giornata di cui mi dedico, certo c’è da dire, anche, che quando sento la forte esigenza di scrivere lascio tutto il resto per giorni per dedicarmi ad essa. Dedico, invece, molto più tempo alla pittura, ma solo per esigenze tecniche.

Di programmi in cantiere ne ho di diversi, tra questi sicuramente quello di una mostra personale dedicata alle “Stanze dei Poeti”; dove nelle installazioni interagiscono i poeti e la loro poesia, a livello visivo, sonoro ed olfattivo. Inoltre, ho anche in cantiere un’edizione limitata di poesie e disegni; lavori dimenticati e poi rinvenuti al poeta, un numero di 150/200 copie numerate e firmate dall’autore e dal disegnatore con il marchio “Lucis” il mio Studio/Atelier. Grazie ad un’intuizione di Mario Fresa siamo partiti con il primo volumetto qualche anno fa dal titolo Catullo Vestito di Nuovo con 4 miei disegni inediti. Il prossimo di questi volumetti è di Annibale Rainone ed ha per titolo Musica Leggera. I successivi, se tutto va bene, quasi sicuramente, saranno di Floriana Coppola, Mariano Baino, Nino Velotti, Enzo Rega e Raffaele Piazza.

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