Poeti in Campania: intervista a Salvatore Violante

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Il poeta che andiamo ad intervistare è Salvatore Violante, nato a Boscotrecase (NA) nel 1943, vive a Terzigno (NA). Titoli di studio: Maturità Classica e Abilitazione Magistrale. Da universitario, non completa gli studi (Giurisprudenza a Napoli, Lettere a Salerno) preso dalla lotta politica e sindacale nelle fila della C.G.I.L. in quegli anni  ’60 che sembravano farsi carico di un cambiamento epocale. Frequenta il corso di economia con Gino Giugni, nelle fila del P.C.I., alle Frattocchie. Di poesia ha pubblicato: Moti e Terremoti (L’Arzanà-Il Piombino, 1984); Punto e a capo (Marcus ed., 2007); Sulle tracce dell’uomo (id., 2009); La casa, questa terra il suo profumo, con Antonio Baglivo (Ibridilibri, 2008); Su questo altare (2008). È presente in varie riviste: «La luna e i falò»; «La Recherche»; «Secondo Tempo»; «Capoverso» «Talento»; «L’Area di Broca»; «Gradiva»; «La nuova Tribuna Letteraria». Suoi testi sono presenti in antologie letterarie: Selected Passages from internationals authors (Ed. Andreozzi, 1971); Alchimie poetiche (Ed. Pagine, 2008); In linea con la poesia (id., 2011); L’impoetico Mafioso (Edizioni CFR, 2010); La Giusta Collera (id., 2011); Le Strade della Poesia (Delta 3 Edizioni, 2011); A che punto è la notte (Ed. CFR, 2012); Oltre le Nazioni (id., 2012). È presente nel volume primo dell’Enciclopedia degli autori di poesia dell’anno 2000 (Ed. CFR, 2012). Ha collaborato con: «Il giornale di Napoli»; «La Voce della Campania»; «Dossier Sud». Attualmente collabora con articoli, racconti e saggi con «Il Gazzettino Vesuviano» «Secondo Tempo»; «Il Vesuviano».

Come ti sei avvicinato alla poesia?

Non ricordo. Credo alle elementari. Scrissi pochi versi per mia madre. Alla quinta classe i ragazzi hanno gli occhi innamorati e l’amore è esclusivo.

Credo di non sbagliare se dico che la tua poesia si basi sulla classicità, più umana che letteraria però, anche se ricorri ad esametri, a figure retoriche. Quindi, che considerazione hai della ricerca poetica, della sperimentazione di nuove forme poetiche?

Io credo che la mia poesia trovi tracce di sé nello spettacolo straordinario del vivere, nel suo farsi e disfarsi, nel suo sapore, nel suo colore, persino nel suo odore: per questo la sua lingua ha bisogno di suoni e risuoni, di un impasto composito di senso e visione. Se per classicità intendi il mondo greco-latino, posso onestamente dirti, che esso è dentro di me dagli anni del Ginnasio- Liceo (Classico). Sai, in quei tempi, si traducevano una infinità di testi classici e si studiava a fondo la metrica e la prosodia latina e greca. Si dovevano leggere tenendo conto di essa.. Questo, forse, ha provocato in me, naturalmente, il canto, anche in prosa. La ricerca poetica cresce e si realizza nel poeta, mano a mano che si scopre tale. Si libera “a posteriori” per sua necessità. Non si fanno poeti partendo dall’esperimento formale, tuttalpiù artigiani di boschi parrasi. La poesia quando è tale, nasce vestita. Il poeta cresce prendendone coscienza, e, solo allora si accorge di possedere un’officina, di essere “faber”, cioè di poter rendere più adatto quel vestito.

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

C’è sempre da ringraziare qualcuno o tanti. Il più importante per me, anche affettivamente, è stato Sebastiano Vassalli, che mi ha mostrato la necessità di mettere distanza tra “la foglia e il vento che la muove”.

Come dice Mimmo Grasso in un saggio dedicato alla tua poesia, «I registri di Violante sono molteplici e si ha spesso l’impressione che il poeta si sia anche divertito». Cosa cerchi nella poesia e quali sono gli argomenti alla base?

Ha ragione Mimmo Grasso, i miei registri sono molteplici, la voce è comunque unica e sempre riconoscibile. Posso cantare raccontando, recriminare ridendo, stuzzicare esaltando; presento quadri diversi che hanno bisogno di una diversa messa in scena. Il filone unico è sempre quel farsi e disfarsi del vivere. E, potrei aggiungere che la mia grammatica è il Vesuvio e la sua meccanica. Io non cerco niente dalla poesia, è Lei che cerca me dandomi tutto quello di cui necessito.

La tua prima raccolta di testi poetici, Moti e terremoti, risale al 1984. Poesie nate all’indomani del terribile terremoto del 1980 che abbiamo vissuto noi campani o sottintende altro?

In “Moti e terremoti” c’è un solo breve testo che accenna al terremoto dell’80. Il titolo prende spunto dalla drammaticità dei moti interiori e dalle migrazioni in massa della gente del Sud.

Oggi il compito della poesia sembra un’autocelebrazione. Sembra che i poeti non abbiano più nemici da contrastare. Troppi poeti della domenica. E tu che poeta sei? Quanto prendi sul serio la poesia?

Già, troppi poeti della domenica! Anche troppi pittori della domenica! Oggi ci sono persino ”le merde d’artista” ed hanno persino mercato! C’è un certo Mario Perniola, ormai morto, che ha scritto dell’Arte fringe. Ne spiega molto bene le dinamiche. Ecco, gli sperimentalismi, credo che siano stati complici. Dietro l’informale, la destrutturazione, i determinativi degli indeterminativi e via dicendo, non c’era da aspettarsi questa deriva? Non so se io sia poeta della domenica, del venerdì o del servizio notturno. So di provare una infinita pena davanti all’insistenza ad imporre la propria logorroica lettura in quelle rare serate (fra poeti?) in cui, per avventura, sono presente. Eppure basterebbe guardare un attimo le facce stremate di chi ascolta!

Chi è il tuo nemico nella vita e nella letteratura?

I poeti hanno come nemici innanzitutto se stessi. Una volta che hanno recuperato la loro parola avranno come nemici tutti quelli che vogliono ghettizzarli nelle poetiche del non dire e significare.Il mio nemico nella vita è questo “Vas damnationis” che è il popolo. Ha dimenticato d’essere tale e si comporta da plebe. In letteratura non esistono nemici. Solo studiosi che talvolta usano il loro impegno per masturbarsi.

Si sa che molti premi letterari, direi il 90%, sono costituiti ad personam, per amici e con una tassa di lettura per leggere qualche testo. Hai mai partecipato ad uno di essi e che opinione ti sei fatto, quale beneficio può arrecare un siffatto premio?

I premi? Certo, possono mai differenziarsi dal resto del Paese? Non tutti però. Ho partecipato anch’io ad una diecina d’essi. Una volta ho persino vinto e ti giuro che non conoscevo né il luogo né le persone. Un’altra volta, gli “Autori italiani” a sorpresa, premiarono il mio “Enchanted Anguish” (Gradiva Publications, NY, 2017). I benefici? Per economia, risponderò nella domanda successiva.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato alla politica o a risorse economiche; per di più le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, ti hanno mai chiesto denaro per pubblicare? Puoi farci qualche nome di editori a pagamento che hai incontrato sul tuo percorso?

Pubblicare un volume di poesia è pressoché impossibile. Potresti farlo con le grandi case editrici. Dovresti essere giovane e fortunato oltre che paziente o avere un compare nei paraggi. I piccoli editori, in genere, si assicurano, quando sono onesti, le spese tipografiche. Nel mio itinerario ho incontrato un grande personaggio, editore, filosofo e poeta, Gianmario Lucini, che mi ha pubblicato pressoché gratis “La meccanica delle pietre nere” (CFR, Sondrio, 2013) e “Pour une île à venir di Benoît Conort (un autore Gallimard) da me tradotto e introdotto sempre per CFR nel 2015. Purtroppo è scomparso troppo presto! Per il resto ho pubblicato grazie a contratti avuti a seguito di premi. Mi davano un numero limitato di copie omaggio e un prezzo scontato per l’acquisto di altre copie. Vedi Aletti, Premio Quasimodo e Cumani-Quasimodo. Ma nella piccola editoria c’è anche un luogo dove non è facile entrare ma che assolutamente non chiede danari (vedi Interlinea “I racconti del mattino” di Sebastiano Vassalli da me curati e introdotti).

Che cosa distingue l’uomo dal poeta?

Non credo che possa esserci differenza tra essere uomini e farsi poeta. Il poeta è un diverso è vero, ma la sua diversità non si differenzia dalla sua umanità. La poesia di François Villon, ad esempio, è ambigua come lo è l’uomo che l’ha scritta, quella di Campana meravigliosamente intensa e percettiva, diversa come l’uomo, così tanto, da essere internato coatto.

Che cosa ti fa più paura nella vita e nel mondo artistico?

Dovrei aver paura della morte, una cosa davvero cretina, ma che accetto come inevitabile e naturale. Il mondo artistico lo vivo a piccole dosi perché ho la mia compagna impedita dal 2000 con grave spasticità. Mi aiuta una ragazza tre giorni a settimana per complessive 8 ore. Questo mi tiene lontano da frequentazioni costanti.

È risaputo che al giorno d’oggi si legge molto poco; gli autori, che siano poeti narratori o saggisti, a giusta ragione si lamentano di questa inedia. Tu quanto tempo dedichi alla lettura, quindi alla formazione e allo studio, e quanto alla scrittura?

Al giorno d’oggi si legge poco? Ma è tutta colpa dei lettori? Ricordo un dialogo con Sebastiano Vassalli in auto sulla Napoli-Salerno. Si lamentava di avere estimatori importanti tra critici e scrittori famosi ma pochi lettori. Veniva dalla esperienza di “Pianura” e dalla sua scrittura sperimentale destabilizzata dalla necessità di esistere in quei tempi. Per la verità aveva già superato il varco con “Abitare il vento” prima e “Mare Blu” dopo. Il pubblico però non se n’era accorto. Io continuai ad incoraggiarlo. ‒ Come vuoi farti leggere da tutti se non parli a tutti? ‒ Qualche anno dopo arrivò lo Strega e il suo trionfo. Oggi ho pochissimo tempo per me. Faccio lo sguattero, il badante, il cuoco e spesso, quando penso di potermi finalmente godere un libro, quasi sempre regalato, dopo venti pagine mi incazzo, e con il libro e con il suo autore: è così poco il mio tempo! Fino agli anni ’90 ho letto di tutto. Vivevo di libri. Mi appassionavano, me li bevevo. Quando conobbi Martine entrai in un vortice di vita. Tutto mi sembrava di seconda mano. Correvo incontro al bello e lo respiravo a pieni polmoni. Durò una diecina d’anni. Dopo la disgrazia di Martine, Alessandro Carandente mi ha aiutato a riprendere libri e scrittura, incoraggiandomi con «Secondo tempo».

Qual è l’ultimo volume che hai letto?

L’ultimo libro? Sto rileggendo “Che farò senza il mio ben?” Cervello, filosofia, mistica (Ripostes, 2011). Rubina Giorgi merita una rilettura accurata.

Quando ti sei accorto che potevi fare il poeta?

Lo sapevo da sempre. Ebbi la conferma quando Pierino Sgueo, grande pittore e mio straordinario professore di lettere al Liceo, entrò in classe con il giornalino della scuola in cui c’erano alcuni miei versi. Li lesse alla scolaresca esaltandone la qualità. Fu il più bel premio che io abbia mai ricevuto!

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Non mi piacciono i libri digitali. Come lettore ho bisogno di respirare carta e polvere. Mi rendo però conto che un file può contenere una intera opera, quindi… Alla fine i libri cartacei diventeranno preziosi cimeli di pochi appassionati collezionisti.

In anni ormai lontani hai dedicato molto del tuo tempo al sindacato (C.G.I.L.) e al defunto P.C.I. Oggi qual è il tuo rapporto con la politica, con l’ambiente, con i problemi di tutti i giorni?

Ancora oggi, resto profondamente marxiano. Non ho più contatti di partito. Mi resta qualche amico salernitano come Salvatore Forte, un grande valoroso compagno di quei tempi. Mi occupo di politica con il mio canto civile. E questo vale anche nel rapporto con l’ambiente in cui vivo. Lo nebulizzo per farlo leggere come casa di tutti.

Trovi difficoltà con l’ambiente letterario in cui vivi e che rapporto hai con i tuoi colleghi campani?

Trovo difficoltà, come tutti. Mi soccorre l’inevitabilità del mio isolamento. Forse, da noi, per insoddisfazione incubata, si può cogliere dai sorrisi stiracchiati, una rabbia repressa pronta a sfiammare in arco voltaico.

Quando non ti occupi di poesia, di cosa ti occupi?

Ripeto, io non scelgo mai di occuparmi di poesia. Purtroppo o meno male, è la poesia che si occupa di me. Qualche volta per il primo verso che mi pizzica la carne altre volte perché qualche editore mi chiede un testo critico su versi d’altri. Sono un pensionato ex dirigente centrale operativo delle F.S. ed occupo la maggior parte del mio tempo a cercare di rendere la vita di mia moglie il più accettabile possibile.

Hai una ricetta per far uscire la poesia dallo stato comatoso in cui versa?

Il coma è profondo. Dopo mezzo secolo in cui neppure il poeta ha preso sul serio se stesso e la sua lingua, dopo che si è certificata la morte della storia, della letteratura, della parola, dopo che l’uomo poeta ha annichilito le sue abilità espressive in minimali tartagliamenti arkadici, il risveglio è complicato e non per colpa della società mercantile. Nessuno è mai vissuto di poesia. Anche Dante Alighieri non si è arricchito con “La Divina Commedia” né Leopardi sotto l’ombra della ginestra. La poesia era un gioiello prezioso che lo studioso si regalava guadagnandosi da vivere con attività diverse. Non aveva mercato ma aveva la dignità dell’espressione massima dell’arte. Credo che bisogna recuperare questa credibilità recuperando la parola poetica, cercando gli esempi più moderni della poesia antica. Se io leggo i tentativi sperimentali di poesia scientifica contemporanea corro da Lucrezio e mi rendo conto di quanto sia più efficace e moderno pur ignorando i passi progressivi delle scienze moderne. Il problema è che il Poeta come diceva Sebastiano Vassalli, è un Unicorno non un faber.

In conclusione: quali programmi hai in cantiere?

Alla mia età non si fanno programmi a lunga scadenza. Ho un progetto a breve con Luigi Franzese pittore. Credo che diventerà operativo verso la fine dell’anno. Ho un po’ di inediti che non sono ancora un libro. Infine dovrei trovare tempo e modo per riordinare una miriade di interventi critici lasciati nel caos del mio computer.

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