Poeti in Campania: intervista ad Alfonsina Caterino

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Il poeta che andiamo ad intervistare è Alfonsina Caterino, nata in provincia di Caserta. Ha fatto studi linguistici ed è specializzata nell’insegnamento ai soggetti portatori del disturbo dello spettro autistico. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Come una farfalla (Ed. Il Filo, Roma, 2007); Nel tempo della guardia (Ed. Società Dante Alighieri, Napoli, 2011);e i racconti: La casa di zucchero, (sulla rivista «Narrazioni», 2009); La luce sovversiva (Ed. Puntoacapo 2014). Il suo ultimo lavoro, in attesa di essere pubblicato è Ad un passo dalle lucciole.

Come ti sei avvicinata alla poesia?

È stato un colpo di fulmine che è scoppiato all’improvviso, in un momento grave della mia vita. Ho sempre amato la letteratura; finire di leggere un libro ed iniziarne un altro, è stato il desiderio predominante del mio tempo di fanciulla, adolescente, giovane donna e continua ad essere l’aspetto fondamentale della mia vita. Ho sempre pensato che finché c’erano i libri da leggere, potevo attraverso di loro, conquistare una misteriosa felicità. La poesia non mi piaceva, non mi attraeva, la percepivo noiosa fino ad infastidirmi e talora, tanto indecifrabile che, se avessi avuto la possibilità di parlare con l’autore, gli avrei “intimato” di spiegarmene, verso per verso il significato chiaro, visto che da sola non riuscivo a coglierlo. La lettura dei testi poetici mi lasciava stordita, come sotto l’effetto “d’un colpo di sole”. Non riuscivo ad entrare in contatto con la struttura interna della poesia e, non sentirla mia, mi creava un malessere doppio nel senso che l’incapacità di capirla, diventava rigetto. Di scriverne io, non se ne parlava proprio. Il desiderio di trovare le risposte al “nonsense” dell’esistenza che dessero tregua alla mia inquietudine congenita, l’ho sempre riposto nella ricerca, studio e condivisione dei grandi pensatori della narrazione. Presso di loro mi ricoveravo nel tentativo di dissetarmi e formarmi. Fonte di grande curiosità, quasi un palpito a volte, era scoprire, leggendo recensioni e biografie di alcuni grandi scrittori, che essi erano anche poeti, come ad esempio Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Boris Pasternak ed altri. 

C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

Non ho avuto consigli. Ho raccolto dei flashes che un’amica mi ha inviato con nobile generosità. Solo ai geni è concesso di irradiarne, perché lungo il viale della conoscenza, essi sono così avanti che basta la loro presenza, a donare informazioni affascinanti e indispensabili alla ricerca. D’altro canto, la dimensione dell’Arte è una strada predestinata a persone in grado di annusare nell’aria i messaggi-onda, esclusivamente a loro diretti! Trattasi di una sorta di congiunzione magica e misterica la quale mette in corrispondenza l’artista con gli elementi visibili ed invisibili contenuti nella realtà. Solo la persona in viaggio è in grado di catturarli, perché in comunione con le essenze che l’aria disperde mentre le sta deragliando su altri risvolti ed orizzonti. L’Arte dunque è viva in sé e il mandato di compiersi, ne realizza mutazioni infinite per mano delle creature appartenenti alla sua infinità.    

Che cosa cerchi attraverso la poesia? Qual è il tuo intento?

Questa è una domanda difficilissima a cui provo a rispondere. Come già detto, io la poesia l’ho incontrata per caso. Ho scritto una sera, su un pezzettino di carta, un pensiero che mi perseguitava da giorni. Rileggendolo ho provato una grande commozione, perché il suo significato aveva dipinto il malessere che non riuscivo a decifrare anche avendone intuito i sintomi oscuri. La poesia mi è nata in mano, mi ha preso per mano e mi ha comandato di seguirla. Oggi siamo in viaggio. Al suo volere, non si riesce ad opporsi. Si è prede della poesia, privilegiate, perché mentre le divora, essa opera su di loro una metamorfosi il cui compimento si realizza con strati impensabili della meraviglia. Controvertere l’immagine della vita con visioni e pronunce sintetizzate da un linguaggio che ne reinventa la materia, ripaga con una moneta il cui valore non ha prezzo. Io non ho intenti precisi rispetto ad essa, ma sento naturale, l’esigenza di rimuovere ogni cosa dal suo posto, folgorata dall’immediatezza della visione. Ai versi chiedo la complicità di scardinare le convenzioni all’ordinario, in quanto gli unici possessori del contraddittorio naturale. La poesia deve essere azione mai paga delle sue proposte. La sua parola, come “proiettili a disposizione”, Peppe Pappa deve raffinarsi nel fuoco della terra per rimpastare audacia, coraggio e l’inarrendevolezza dell’uomo che sempre lo spingano verso il mai visto o regno della rivelazione.    

La tua scrittura segue delle linee o delle correnti culturali specifiche?

La mia scrittura risente delle influenze di molti autori e correnti culturali il cui studio e ricerca mi hanno formato. Nello specifico, riferendomi al ’900, sono molto legata alla poetica ermetica di Eugenio Montale. Il sentimento doloroso dell’inappartenenza dell’uomo rispetto alla vita che egli ha trattato e cantato, io lo condivido e ritengo vivo e insuperato. Altro grande autore a cui sono legata è Mario Luzi. Trovo il suo pensiero, carico dell’esigenza di ricercare i fattori lenitivi ad una ferita congenita che il tempo conferma insanabile.        

Quali programmi hai in cantiere?        

Un poemetto – Un libro a cui tengo molto perché la sua gestazione e nascita mi ha consentito di comprendere che la poesia è lo strumento eccezionale per rinnovare la vita e sdoganarla dalle limitatezze da cui è perpetuamente accerchiata. Il titolo provvisorio è “Blu”. Non so se lascerò questo. “Blu ” è un viaggio che tocca gli angoli più cruenti e delicati della vita, fra consapevolezza e immaginario. Esso avvince per la tenacia con cui sussurra agli uomini di non smettere mai lo scavo profondo, quello da cui si estraggono i diamanti la cui chiarità splende il nuovo – È un viaggio costituito dai fatti che ritornano in memoria sfarinati, come il castello costruito nel tempo dell’ignavia. Fa tappa ovunque la necessità lo spinge, soprattutto dentro l’uomo robot il quale, eviscerato dai sentimenti, omologato nei desideri, si lascia programmare dalle potenti strumentalità digitali. È una prova impari tenere testa alle macchine le quali non possedendo il dubbio, dovranno sempre essere dominate dall’uomo che rischia, delegando tutto a loro, di essere rovinosamente sfigurato.

Come vivi la cultura, la poesia, nella tua città, nella tua vita? Trovi difficoltà e quali?

Per me la cultura rappresenta il valore primario attraverso cui l’umanità addiviene a stadi superiori di sapere e civiltà. L’odierna società complessa, fra le innumerevoli contraddizioni che la caratterizzano, evidenzia sempre più la volontà distorta di non far risaltare la cultura al suo centro. Le problematiche che incontro nella mia città e fuori, sono attinenti a contesti diversi. Per esempio la Scuola. Sarebbe opportuno che essa promuovesse maggiormente la cultura progettando iniziative laboratoriali extra curriculari per ogni ordine e grado, incentrate sul tema della creazione e sue molteplici forme che offre l’universo Arte. La multimedialità e le sue applicazioni connettono in tempo reale il mondo, ma esagerarne l’utilizzo, divine modello di una sottocultura i cui linguaggi segnici e iconici, spengono nelle persone il desiderio e la volontà di interessarsi d’altro. Far diventare leggenda metropolitana il fatto che non è importante conoscere la storia, la filosofia, la narrazione del divenire, per me è una proiezione oscena che si sta prospettando. D’altro canto anche gli addetti alla cultura dovrebbero fare di più. Oggigiorno si scrive e pubblica un libro come processo concatenato. È prassi parlarne in alcuni luoghi a cui, poi, segue il silenzio. In questo modo credo che si sterilizzi la sacralità del libro. Bisognerebbe dare più visibilità ad un testo pubblicato, sia esso di poesia, narrativa ecc. e sollecitare maggiormente l’uomo della strada, a leggere. Vedere sia nel mio paese che fuori, le persone stare insieme che dialogano dell’ultimo super-mercato visitato, delle sue categorie di prodotti, di istituti di bellezza, sport, fitness, di passatempi, servizi, offerte last minute, di prezzi, sconti e convenienze, ma rarissimamente sentirle scambiarsi pareri sull’ultimo libro letto, è cosa triste assai. La risposta che frequentemente ascolto in merito alla domanda: «qual è l’ultimo libro che hai letto?», è: «vorrei tanto leggere, ma non ho il tempo!».  

Hai mai partecipato a premi letterari? Che opinione hai di essi?

Sono vent’anni che scrivo poesia. Ho partecipato ad alcuni premi letterari e, risultare qualche volta fra i primi classificati, mi gratificava. Quando la mia ricerca sulla parola poetica è proseguita ed il linguaggio si è evoluto, mi sono sentita assorbire da una pasta misterica che ha modificato il mio pensiero e le mie aspirazioni. Creare testi, dipingere le realtà che mi bruciavano dentro, vedere la percezione dell’indecifrabile svelarsi nei versi, mi faceva sentire premiata dalla parola. La poesia mi ha investita come un vento le cui raffiche mi hanno frastornato e trasformata in persona esigente di esistere in un futuro perenne. Da quel momento prendere parte ai concorsi non mi ha interessato come prima. Ho iniziato ad avvertire il disagio di gareggiare la poesia, tanto affine all’autore, quanto straniera a lui stesso. Pensarmi fra i partecipanti a presentare il mio “elaborato” ed attendere l’esito che mi giudicava brava o no, mi ha catapultata nel tempo della scuola elementare e all’amarezza che ancora conservo intatta nel cuore, perché secondo i maestri ero incapace e “mai brava”. Oggi penso che la Poesia è la Cosa massima consentita di fare agli uomini, per essere liberi. Spero che cambi nel futuro il modo di istituire i concorsi poetico-letterari; ben vengano quelli presieduti da figure eccellenti della Cultura che premino la qualità delle opere e si abolisca la consuetudine, ormai radicata negli ambiti letterari, di scambiarsi cortesie e premi, ad ogni stagione. Coppe, targhe, quadri ed altre suppellettili, nulla hanno da spartire con la poesia che, a dirla tutto d’un fiato, è una pistola in punta di penna da tenere sempre caricata per lottare ed attuare il cambiamento. Essa va tutelata, curata, assistita in quanto formula perfetta consegnata dagli dei agli uomini, affinché veglino sul sogno e lo fecondino incessantemente fino ad incarnarne una materia che lungo il viaggio fuoriesca dalla gabbia.

Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, e se sì, per quali motivi?

Sino ad oggi ho pubblicato due sillogi poetiche, entrambe a mie spese. Pubblicare un volume non è cosa semplice. Le grandi case editrici non ti filano se non sei legato politicamente a qualcuno o non hai altri requisiti. Aggiungo che quando ero lontana dal mondo della scrittura, la mia aspirazione di farne parte, lo innalzava a galassia luminosa, incandescente in cui gli uomini mettevano al centro le loro idee e, dai grandi dibattiti, traevano un magma incandescente che loro plasmavano per il bene di tutti. Guardavo all’universo degli intellettuali come ad un “Eldorado” in cui fare e agire era cosa nettamente opposta alla quotidianità dei non dediti alla scrittura. Arrivata alla pubblicazione del primo libretto poetico, approcciata la segreteria della casa editrice presso cui dovevo pubblicarlo, fui da questa trattata come un prodotto di filiera da avviare sul mercato. Più che porre domande, ascoltai dettami e regolamenti del contratto contenente clausole e comma su come saldare il prezzo dovuto e da sottoscrivere. Dopo poco capii che gli uomini addetti alle Aziende sono tutti uguali, compresi quelli dell’Azienda Arte. Tutti hanno per finalità, lucrare sul prodotto che si tratta. Per quanto attiene la cosa libro, capii che il più delle volte, una volta stampato, esso vaga abbandonato a sé stesso.  

Se dovessi paragonare la tua poesia ad un poeta famoso, a chi la paragoneresti? Quale affinità elettive ci trovi con la tua poesia?

Eugenio Montale ha detto che il semenzaio della poesia lo contiene la narrazione. Abilitarsi lettori e inseguitori delle infinite storie che gli uomini possono vivere, facilita la strada a chi è predestinato a scrivere e ricercare la poesia. A me è successo così. È stata la letteratura ad iniziarmi alla poesia. L’autore a cui sono legata da un vincolo spirituale fortissimo, è Dino Buzzati e l’opera che maggiormente rappresenta il mio credo poetico, è “Il deserto dei tartari”. L’affinità che trovo in questo romanzo, è la trasposizione pietistica del sentimento dell’attesa che l’uomo affronta quotidianamente con l’eroico auto-convincimento che, al di là delle mancanze, disillusioni e della circolarità “del tempo inutile”, l’attimo seguente rivelerà l’inimmaginabile.

La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che hai raccolto nel mondo letterario?

La più grande soddisfazione che ho raccolto dalla mia frequentazione con il mondo letterario, è stato il mio progressivo cambiamento sulla visione del mondo. Far parte di un gruppo che vive l’ attitudine alla cultura, mi ha iniziata a considerarmi embrione in cui, attraverso la ricerca, potevo impiantare nuove idee ed ideali. La frequentazione con il mondo letterario mi ha trasfuso una tensione magica, mai sospettata potesse rivelarsi, invadermi e rendere capace di vedere le sensazionalità che stavano sotto ai miei occhi, fino ad allora bendati. Interagire con artisti, letterati, scrittori e poeti, dialogare con loro sul ruolo che la Parola poetica e letteraria svolge nella storia degli uomini e nella contemporaneità, del suo valore nella lotta per la conquista “dell’esistente altrove”, ha fluidificato la condensa in cui ero rappresa. Sentire queste persone parlare di poesia, declamarla e spiegarne i significati inimmaginabili, custoditi dalla sua struttura interna che cominciavo a comprendere, mi ha letteralmente fatto sentire la pelle aperta con una chiave d’oro. Ho capito che si nasce dentro una forma, la quale rimane silente fino al giorno in cui comanda ai lavoratori di passaggio di essere liberata dal materiale grezzo, per incastonare l’identità che la scuote.                                              

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Dei libri digitali penso che sono i benvenuti nella post-contemporaneità. Il tempo scorre e cambia tutto: assetti, cose, modalità di vivere e le persone. È bene, secondo me, avvicinarsi a loro, conoscerli, capirne i meccanismi e le potenzialità che certamente arricchiscono. Ben venga il nuovo, sempre, senza mai escludere il modello classico, cartaceo e storico a cui fino ad oggi l’umanità si è riferita per cantare la sua narrazione. Penso che una sana competizione può fare il bene della trasmissione della cultura, soprattutto fra i giovani i quali sono i maggiori fruitori delle tecnologie multimediali e digitali.  

Qual è il tuo rapporto con la politica?

La politica è parte integrante della quotidianità dell’uomo, anche quando egli sceglie si starle “alla larga”. Questo è un dato che io stessa ho acquisito nel tempo. Ogni frase scritta, ogni postulato, testo, ogni poesia è portatrice di una collocazione politica. La politica è l’attività indispensabile a dirigere la collettività e ad amministrare la cosa pubblica. Avere i propri diritti riconosciuti, implica una lotta e parteciparla è un dovere di tutti i cittadini. Taluni statisti fanno della politica il proprio modo di vivere e di essere, condividendo privilegi e benefici con la casta a cui appartengono e, governances faziose, tutelano le classi sociali abbienti e i potentati. Penso che la mancanza dell’attuazione dei principi costituzionali di un paese democratico, vada perseguita e debellata. Una società equa fondata sulla giustizia, è il sommo bene a cui l’uomo aspira. Sembra una chimera, ma può avverarsi se nessuno si tira indietro dall’apportare il proprio contributo per la nascita di una coscienza che rinneghi gli abusi di potere e si batta per attuare, definitive forme di società in cui ogni cittadino è riconosciuto portatore di valori e diritti, in quanto nato.  

Come vivi la quotidianità?

Vivo la vita quotidiana con tensione, curiosità, ma anche malinconia e noia. Osservo i miei simili, il mondo che mi circonda, leggo, studio e ricerco il materiale su cui scrivere. Guardare gli altri negli occhi, per me rimane ancora la fonte privilegiata e necessaria per tentare di capire chi siamo. La domanda che mi pongo ogni giorno è: «perché il grande affanno di vivere?». Nessuna risposta è convincente, dunque il viaggio continua… Essere uomo reca in sé un limite che dai primordi si prova a superare; rimane angosciante l’inadeguatezza che si percepisce rispetto al mistero infinito dell’esistenza. Vivere per me è un mandato indecifrabile che mi agita lo spirito. Solo la poesia, a cui guardo come sede della libertà, attenua, quando mi assale, il sentimento dell’irrequietezza…  

Quando non ti occupi di poesia, di cosa ti occupi?

Sono specializzata per insegnare ai bambini autistici. Quest’attività mi ripaga dei tristi esiti che spesso scaturiscono dalla comunicazione con gli adulti. I bambini sono l’unica verità che la vita possiede. Stare a loro contatto, vuol dire credere alle fate, alle sirene, a gnomi e folletti. Vuol dire che pur rimanendo in classe a studiare, si va contemporaneamente per i boschi incantati e si ritorna con le mani piene delle fragoline raccolte! I bambini non sanno che esistono le patologie e il non sapere, è la forza miracolistica che li cura e sana.  

Se potessi cambiare lo stato comatoso in cui vive oggi la nostra società, quali sarebbero le tue soluzioni, le proposte?

Proporrei di incentivare, promuovere e coltivare maggiormente la cultura la quale rimane la premessa indispensabile per conoscere sé stessi, gli altri, il mondo a cui si appartiene. Cercherei di rendere più incisiva la condivisione delle responsabilità che sono all’ordine del giorno delle varie agenzie educativo-culturali esistenti in ogni territorio. Questo allo scopo di ottimizzare l’interazione e formazione affettivo-relazionale, culturale, etica e politica, dei giovani in evoluzione. Farei partecipare maggiormente la famiglia, alla gestione della Scuola ed anche sarebbe auspicabile al suo interno, introdurre la presenza quotidiana di specialisti psicologi e neuropsichiatri dell’età evolutiva a cui inviare i ragazzi quando presentano malesseri che pur sembrando in un primo momento indecifrabili, si rivelano talora portatori di tragedie. Anche ripristinare lo studio della storia, sarebbe una grande conquista in quanto materia essenziale per formare l’identità dei cittadini. Senza sapere da dove si viene, si rischia di impantanarsi nelle sabbie mobili e la nostra, è una società che sta collassando in sé stessa.                                                                                                                 

Qual è la tua ultima fatica editoriale? Puoi parlarcene brevemente?

Ho scritto un racconto intitolato “Ad un passo dalle lucciole” per il concorso “Elogio alla follia” curato da Ivano Mugnaini. È la storia di una donna che attraverso l’esperienza del negativo, si ritrova a compensare il vuoto che sente ingigantirsi nell’animo, trasformando ogni cosa vissuta, in cosa sognata. Aspetto fondamentale del racconto è che la donna, ad un certo punto, si lascia vivere in una mimesi sogno-veglia. La dimensione assurda della vita, ella, infine, la domina ponendosi verso la realtà concreta, al pari delle visioni surreali. E questo lo fa con un atteggiamento di estraneità che ne delinea al contempo, una figura forte e inafferrabile la quale entra ed esce da una porta speciale, quale lei stessa è divenuta…

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Poeti in Campania: intervista ad Alfonsina Caterino