PROGRAMMAZIONE, UN LAVORO PER SOLI UOMINI

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Secondo una ricerca americana indipendente, solo il 15% dei lavoratori di un’azienda tecnologica tipo è rappresentato da donne che si occupano di coding e programmazione a tempo pieno. Il dato, già di per sé esiguo, si riduce ancora di più quando si ha a che fare con il settore mobile.

Pare, infatti, stando ai dati di “Q3 2012 Mobile Developer Report” dell’americana Appcelerator, che le programmatrici del settore arriverebbero a circa il 4%.In America le donne rappresentano la metà della forza lavoro globale, tuttavia, la ghiotta fetta del mercato informatico resta privilegio degli uomini. Si, privilegio, se si pensa che mediamente un ingegnere di Google recepisce circa 128mila dollari l’anno.  A distanza di circa 200 anni dalla elaborazione del primo algoritmo ad opera di Ada Lovelace, dunque, la questione sulla partita donne- coding è ancora aperta. Il divario è così evidente da costringere colossi come Google, eBay, Facebook e Twitter a dover pubblicare ogni anno dei report per dichiarare il numero di donne assunte per la funzione di programmatore. 

L’esigua rappresentanza di donne formato 3.0 genera, non di rado, episodi di sessismo e discriminazione sul lavoro. Si pensi ad esempio a quanto raccontato da Kate Losse, ex dipendente di Facebook, nel suo libro “The boy Kings”. La Losse, racconta che ad ogni compleanno di Zuckerberg alle dipendenti veniva chiesto di indossare una T-Shirt con la stampa del coach dei social network. Le testimonianze di coder mobbizzate e discriminate dai tanti colleghi venuti fuori da confraternite collegiali nerd non sono poche.  La questione, tuttavia, non si esaurisce in America. Se negli USA solo il 2% delle donne si diploma in informatica nonostante la percentuale di avvicinamento ai corsi scientifici sia nettamente superiore (51,1%), in Europa, su un tasso di 20% diplomate in studi informatici solo l’1% viene assunto per questi ruoli.

L’Italia non registra un dato migliore, la percentuale di studentesse scientifiche è del 50,3%, su una media Europea che ammonta al 37,5%. Nonostante questi dati, molte delle laureate occupa posizioni che nulla hanno a che fare con la tecnologia. In Europa solo 9 sviluppatori su 100 sono donne e appena il 19% dei manager è di sesso femminile contro il 45 in altri settori e servizi. Dato immaginabile se si scorre, anche velocemente, la lista dei 40 personaggi più influenti a livello tecnologico pubblicata dal Time  La situazione attuale, ovviamente, non è accettabile.

Sembra che le lancette dell’orologio siano tornate indietro di anni, una situazione da generare veri e propri movimenti femministi 3.0. .  E’ inopinabile che il mercato informatico sia uno dei più fiorenti e in costante evoluzione, la tecnologia è parte attiva della quotidianità di tutti e, come afferma Neelie Kroes, commissario europeo per l’agenda digitale: “è troppo importante per essere lasciata solo agli uomini”.  Per realizzare però un quadro in cui l’ago della bilancia del settore tecnologico sia posto al centro è necessario lavorare sulle diversità e ruoli sul posto di lavoro. 

Secondo Pino Mercuri, direttore del personale Microsoft Italia, diversità e competizione vanno di pari passo. L’azienda, in effetti, dichiara voler impiegare, per la fine del 2015, il 50% di presenze femminili contro il 30 attualmente registrato. L’implementazione delle assunzioni di donne per ruoli informatici rappresenta un primo passo importante, tuttavia, per evitare episodi discriminatori è necessario creare il giusto mix sul lavoro per fare in modo che la diversità sia accettata e soprattutto rispettata. I manager Microsoft, infatti, sono obbligati a frequentare corsi annuali di role play, spesso tenuti da società esterne impegnate nel rispetto dei diritti sul posto di lavoro o, addirittura, da persone che si dedicano a particolari progetti di inserimento delle donne nel mondo informatico.

Tutte realtà vicine al movimento femminista.  Assunzioni e corsi a parte, l’asso nella manica per l’inserimento del personale al femminile nel mondo informatico sembrerebbe essere il processo educativo. Secondo Christianne Corbett, co-autrice del rapporto Why So Few Women in Science, Technology, Engineering and Math, infatti, gli stereotipi si creerebbero intorno ai quattro anni d’età. Le bambine, sarebbero portate a pensare che tecnologia e ingegneria siano materie da maschietti.  E’ indubbio, dunque, che i modelli di riferimento vengano costruiti dall’ambiente circostante, non è un caso che la madre di Ada Lovelace le abbia insegnato ad amare e conoscere i numeri. 

Il divario fra donne e uomini impegnati nel settore tecnologico appare ancora più strano se si considera che il numero delle navigatrici è estremamente elevato, in Italia, ad esempio, la differenza è di circa dieci punti. Per l’uso dei social invece il gap si aggira intorno all’8% e, cosa ancor più interessante, il 47% delle donne si dedica ai videogame, tuttavia, solo l’11% di queste ricopre il ruolo di programmatore di settore. Un lavoro, che eroga un salario medio di 72mila dollari all’anno. 

Negli USA, il fenomeno è più evidente, al punto da dare il via a veri e propri movimenti femministi per la parità nel settore, come il geek feminism. Fra le più importanti fondazioni vi è l’Anita Borg Institute, intitolata alla nota informatica americana. Uno dei più famosi ed efficaci programmi è Grace Hopper Celebration of Women in Computing (Ghc); si tratta di una serie di conferenze tenute dalle donne di spicco del settore tecnologico che mirano a promuovere lo studio delle materie informatiche fra le ragazze.
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