Quando e perché il dubbio diventa patologico

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All’inizio erano i segni del tempo e i fattori ambientali a indicare all’uomo come agire poi, con la scoperta e l’implementazione delle proprie abilità, l’individuo si è convinto, in maniera arbitraria, di poter controllare ogni cosa, caso compreso. Questo, inevitabilmente, genera frustrazione.

Il bisogno di sicurezza che da sempre contraddistingue la natura umana, porta a cercare verità rassicuranti, al riparo di ogni dubbio, questo processo, ovviamente, si estrinseca attraverso il ragionamento che, se estremizzato, può trasformarsi un una limitazione che porta con sé il senso frustrante di impossibilità. Ciò accade quando il ragionamento ha la pretesa di adattarsi a cose incontrollabili, come la fobie, le relazioni amorose, le paure irrazionali, il dubbio e tutti quei casi che non possono essere dalla logica controllati, così facendo, l’uomo diventa prigioniero del suo stesso razionalizzare.

E’ questo che si intende per dubbio patologico, quel processo mentale volto a discernere faccende inscindibili per natura, quel processo che cerca di trovare una risposta razionale a ciò che non lo è. Risulta illuminante, a tal proposito, il monito di Kant che affermava “Prima di valutare se una risposta è esatta si deve valutare se la domanda è corretta”. Cadere in questa trappola del ragionamento si può rivelare veramente pericoloso per la salute, infatti, si distinguono tre diverse tipologie di paradossi cui il paziente va incontro:

· La “trappola delle risposte corrette alle domande scorrette” ossia il cercare risposte rassicuranti a dilemmi irrisolvibili
· Il “ paradosso del controllo che fa perdere il controllo” che consiste nel tentare di controllare la propria reazione emotiva
· Il “paradosso di pensare di non pensare” ossia il cercare di annullare i pensieri ritenuti scomodi

Volendo figurare questo procedimento mentale, il tentativo di sciogliere un dubbio razionalmente equivale ad aprire una porta e trovarsi davanti altre due porte, scegliere una delle due e trovarsene davanti quattro e via dicendo, questo, poiché il dubbio non può essere sciolto e qualsiasi risposta che possiamo dare genera altre domande e perplessità. Anche quando si cerca di non ragionare su quei pensieri intrusivi stiamo comunque facendo un errore, il conflitto in questo caso è fra pensiero e pensare. Attraverso il pensare ragionevole si tenta di annullare un pensiero irragionevole e scomodo, il che ci porta all’antico paradosso “pensare di non pensarti è già pensarti.

E’ evidente che una volta entrati in questo meccanismo ci si ritrova inevitabilmente in legacci mentali. Questo tipo di paradosso può riguardare avvenimenti passati, presenti, o futuri, situazioni per le quali si sarebbe voluto agire diversamente, sensi di colpa per cose dette o fatte ma, pensare di eliminare dalla mente il fatto non genera altro che il rimuginare su quell’accadimento. Questo disagio della coscienza condiziona inevitabilmente le emozioni e la stessa percezione della realtà, può configurarsi come lieve e gestibile ma anche generare enormi frustrazioni e diventare una forma di psicopatologia.

Le psicopatologie, come nel caso del dubbio patologico, non possono essere definite come delle problematiche statiche e cristallizzate, bensì, si tratta di modelli relazionali che possono o meno diventare disfunzionali. Inutile aggiungere che, in questi casi, anche la tecnologia gioca la sua parte, il modo di percepire la realità circostante in modo disfunzionale è sicuramente condizionato dal contesto culturale, sociale e dalle acquisizioni scientifiche / tecnologiche e, dunque, dall’acquisita capacità umana di gestire la realtà. Di fronte al dubbio patologico, la terapia da intraprendere è quella che, introducendosi nel meccanismo vizioso, cerchi di mettere un punto alle domande, è necessario entrare nella logica del sistema e dirottarne il funzionamento usando gli stessi criteri.

Il lavoro del terapeuta in questo caso è tutt’altro che facile poiché rischia di incappare nel circolo vizioso e restarne imbrigliato, dunque, in primis, si dovrà evitare di voler fornire al paziente risposte certe o qualsiasi altra spiegazione che questi possa interpretare come risposta ai propri dubbi. Bisogna, diversamente, arginare le domande per inibire le risposte, questa è la tecnica chiave della psicoterapia breve strategica messa a punto grazie a una ricerca del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Il metodo elaborato consiste in una vera e propria ristrutturazione terapeutica che si estrinseca attraverso il dialogo ben strutturato. Bisogna far comprendere al paziente che non esistono risposte corrette per le domande scorrette, cosicché, questi, imparando a comprendere che non esistono risposte alle sue domande inizi, automaticamente ad arginare il dubbio.
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