QUANDO I MOSTRI CI FANNO PERDERE

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Sollecito e Knox, Scazzi e Misseri, Gambirasio e Bossetti, Schettino che scende da una nave, Genny a carogna che sale in balaustra. Dei processi mediatici cambiano solo gli addendi, i luoghi, le accuse. Restano fissi chi racconta, giornali e tv, e chi ascolta, le persone. La cronaca nera è la più romanzabile, la preferita da quella parte dell'informazione che ricama e intreccia, suppone e confonde. Per un pugno di dollari ci si sfidava sotto al sole con le colt, per uno di click bastano i titoli. 

Succede così: da un lato una vicenda, dall’altro quella fetta di italiani sazia solo se ottiene colpevoli dai quali prendere le distanze. Non importa cosa, non importa se in ballo ci sono, ancora, solo indagati, e forse non importa neanche se ci sono realmente dei colpevoli. Conta la pastura per gli squali. Conta che televisioni e giornali, per due mesi, battano il tamburo, per poi sfarinare il caso al vento.

Già, due mesi. Google ci offre i trend delle chiavi di ricerca utilizzate dagli italiani in merito ad alcuni casi di cronaca. Gli andamenti sono molto simili. “Scazzi”, “Gambirasio”, “Schettino”, presentano lo stesso trend di ricerca: impennata, apice, e declino fino a sparire. Tempo di interesse, 60 giorni.

Quanto c’entra l’informazione in tutto questo? Abbastanza. Marc Bloch, un importante storico francese, in un suo libro scrisse che lo storico al giudicare avrebbe dovuto preferire il comprendere. Umberto Eco ha definito la figura del giornalista uno storico del presente. I due concetti, intrecciati e applicati a buona parte dell’arco mediatico italiano, non esaltano.

La distanza tra la narrazione nostrana di un fatto di cronaca nera e quella di lidi giornalistici stranieri è stata già brillantemente messa in evidenza. Meno aggettivi (che costano), più dubbi (che aiutano), pochi giudizi (che spettano ad altri organi). Il voyeurismo macabro lo abbiamo inventato noi? Macché. L'infelice stagione dei tabloid è nata proprio all’estero. Ma altrove un’altra parte dell’informazione non ha dimenticato che i giornali hanno il dovere di raccontare un fatto, e nessuno chiede loro di sostituirsi ad organi di giudizio.

Un tale vizio non riguarda solo la cronaca nera. Tanta informazione italiana non resiste alla tentazione generale di innalzare trame sulla base di poco, come ci ricorda Michele Serra. Cos’è più determinante, a fine giornata, ciò che è accaduto o la sua percezione? Sembrano cose simili: non lo sono. Se sono innocente, ma a passare è il messaggio contrario, è un bel problema. Di tutti.

Non sarebbe male se i giornali ricordassero con sobrietà alcuni principi sacrosanti del nostro sistema giuridico, come la presunzione di innocenza fino a prova contraria. Se educassero all’attesa, alla comprensione, alle sfumature che fanno la differenza, a non sparare nel mucchio perché così si beccano anche gli innocenti. Se attingessero in buona fede dalle fonti, se evitassero di generare una notizia (viziata) da un’altra notizia (sbagliata). Perché ogni volta che si parla per una settimana solo di un Genny in balaustra, rifiutando la complessità di una vicenda, noi lettori, noi cittadini, noi persone, alla fine di quella giornata, perdiamo.


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