Quando si dice promuovere la cultura, l'arte con mezzi alternativi

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Quando si dice “promuovere la cultura, l’arte” con mezzi alternativi. Dalle parole ai fatti non è poi così difficile. Girando su Facebook, o meglio navigando (pare che si dica così) ci siamo imbattuti nella bacheca di Daniela Ferrari, una giovane donna (è nata nel 1985), una delle tante iscritte ai social. Cosa avremmo visto di così importante in quelle pagine al punto da scrivere un articolo per i nostri lettori? In primis l’argomento, che è la poesia, e quando l’argomento è la poesia è sempre un argomento da proporre ai lettori, specie in questa realtà invasa da un potere economico in condiviso e da meccanismi artificiali e artefatti.

In Russia, nel maggio scorso, nell’ambito del “Salone Internazionale del Libro” di San Pietroburgo gli organizzatori del Salone hanno pensato bene, per invogliare la gente ad avvicinarsi alla poesia o semplicemente per riviverla, di allestire in via Malaya Sadovaya, alcune cabine telefoniche, quelle del tipo che avevamo anche noi in Italia: insomma, telefoni della poesia. Come funziona la cosa? Si digita un numero, si alza la cornetta come per fare una semplice telefonata e, anziché di ascoltare dall’altro capo la voce di chi avete chiamato, si ascoltano i versi dei poeti russi del XX secolo. “Pronto”? “Risponde Majakovskij”. O Anna Akhmatova, Esenin e tanti altri.

Alzare la cornetta e ascoltare una poesia di Majakovskij, Anna Akhmatova, Esenin non è una cosa di tutti i giorni. Ora, immaginiamo che l’iniziativa russa venga proposta anche a Napoli o in qualche altra città, installando le famose cabine telefoniche in diversi luoghi. Pensate che avrebbe lo stesso successo? Pensate che una poesia di Giuseppe Ungaretti («Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro // Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto // Ma nel cuore /nessuna croce manca / È il mio cuore / il paese più straziato», San Martino del Carso), di Aldo Palazzeschi («Chi sono? / Son forse un poeta? / No certo. / Non scrive che una parola, ben strana, / la penna dell’anima mia: / follìa. / Son dunque un pittore? / Neanche. / Non à che un colore / la tavolozza dell’anima mia: / malinconia. / Un musico allora? / Nemmeno. / Non c’è che una nota / nella tastiera dell’anima mia: / nostalgìa. / Son dunque... che cosa? / Io metto una lente / dinanzi al mio core, / per farlo vedere alla gente. / Chi sono? / Il saltimbanco dell’anima mia», Chi sono?), di Eugenio Montale («Forse un mattino andando in un’aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di me, con un terrore di ubriaco. // Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di getto / alberi case colli per l’inganno consueto. / Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto / tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto», Forse un mattino andando in un’aria di vetro) o di Amelia Rosselli («Una tua faccia ha sì contorni umani / un tuo gesto è davvero primaverile e / un tuo guardarmi è la prima delle cose // a cui penso quando − nel vivido primeggiare / dei nuvoli pomeridiani − io con molta / lentezza cerco te. // E se il morire è cosa di ogni giorno / anche il tuo sguardo ha luci maligne / e un tuo cenno di timidezza o d’amore // non fa altro che ritardare l’orrore
di un giorno») risolleverebbero le sorti della poesia, la voglia di comprendere una poesia, la sete di conoscenza attraverso buone letture?

La risposta ce la dà l’insegnamento scolastico (forse oggi meno che ieri): ci siamo mai domandati perché a scuola si studiano i poeti e le loro poesie anche quando la società è ammalata dalla cupidigia e dall’arrivismo economico, dal cinismo e dall’indifferenza verso gli altri? Ci viene da pensare che l’uomo senza poesia è un uomo che vive a metà. Allora ben vengano queste iniziative che dovrebbero, se non altro, aiutarci a comprendere noi stessi.

Nel frattempo, molte cabine telefoniche, in avanzato stato di pensionamento, sono state rigenerate di nuova vita: sono diventate piccole biblioteche autogestite dai cittadini messe a disposizione di tutta la collettività. Ovviamente, lo scopo è la diffusione della lettura e della cultura. È la nuova frontiera del booksharing (l’arte di scambiare i propri libri con amici ma anche con sconosciuti, un po’ diverso dal bookcrossing che prevede di tracciare il percorso di libri che vengono lasciati dai loro proprietari – nei luoghi più vari – in modo da essere trovati da qualche sconosciuto, letti, e poi nuovamente abbandonati) che ha riscosso numerosi consensi all’estero: sono quasi una istituzione a Berlino, a Westbury (Inghilterra) e a New York.

L’iniziativa è giunta anche in Italia. È del 2014 la prima bibliocabina in Italia, realizzata ad Arona (NO) dai creativi Cami&Juan, a Medicina (BO) le bibliocabine sono state promosse e realizzate da alcune associazioni (“Gruppo di lettura libri gabbiani”, “Gli Aquiloni”) che hanno recuperato una cabina in disuso e l’hanno chiamata “La casa dei libri volanti”. Anche la Capitale ha inaugurato la sua bibliocabina installandola nel quartiere Torresina, Municipio XIV, nell’ottobre 2014. «Nell’era della condivisione online il bookcrossing è una forma di diffusione concreta della cultura: entri nellacabina, prendi il libro che ti piace, lo leggi e poilo riporti, e, se hai libri che vuoi donare, puoiliberamente farlo… Insomma, un po’ comequando ci si prestava le schede telefoniche pertelefonare» (Nuova vita per le cabine telefoniche: dentro si trovano i libri…, in «Il Libraio», 30 marzo 2015).

Convincere le persone a leggere un romanzo o un volume di poesia è il secondo, e forse più arduo, passo. Su una cabina di Genova ha pensato di apporre una citazione di Daniel Pennac: «Se un libro non vi è piaciuto, abbandonatelo. Se vi è piaciuto, abbandonatelo per farlo leggere a qualcun altro. Se vi è piaciuto così tanto, ricompratelo». Ovviamente siamo in Italia, leggere non è il nostro forte; qualche furto, qualche incendio doloso e qualche atto vandalico, si sono pure consumati nel frattempo, non al punto da scoraggiare gran parte dei sostenitori di questo nuovo mezzo di diffusione culturale, dacché le bibliocabine della vecchia SIP-Telecom sono sorte un po’ in tutta la penisola.

Sembra che solo a Napoli questo metodo di divulgazione della lettura e della cultura non abbia attecchito. Una grossa occasione persa in una città che vuole fare della cultura il proprio vanto. Dopo il bookcrossing, il bookmobe, a quanto una bibliocabina?
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