Seraphine Louis, l'alienata pittrice di una natura carnale e trasfigurata

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Il mondo dell’arte dalla fine dell’Ottocento per tutto il Novecento è popolato di donne artiste, in parte misconosciute al grande pubblico, anche se a volte stimate dagli specialisti, che hanno lasciato una potente eredità di creatività e che spesso hanno pagato il loro talento con immani sofferenze, tra le quali il ricovero in manicomi e cliniche psichiatriche.

Séraphine Louise è una di queste. Nata a Arsy, in Francia, nel 1864, e morta nel 1942 a Clermont, ebbe una vita durissima. Di origini umilissime, la madre era impiegata domestica e il padre orologiaio, a un anno dalla sua nascita perse la madre e sei anni dopo restò orfana di padre a causa di una malattia. Non aveva fatto studi regolari se non pochi anni della scuola elementare né mai studiato pittura. Nel suo nome, i serafini sono gli angeli più devoti a Dio, vide sempre un destino e per questo sviluppò fin da bambina un’intensa religiosità e per tutta la vita fu un’assidua frequentatrice della messa. Il racconto di quegli anni a Arsy Seraphine lo elaborò nelle numerose lettere che scrisse durante il suo ricovero in manicomio. In queste pagine non si citano nomi, né amicizie, né aneddoti familiari, ma solo le forti sensazioni che la natura le trasmetteva, il dialogo che la sua anima semplice intesseva con la bellezza che la circondava e che era in grado di percepire in ogni sua sfumatura: il colore e il profumo dei fiori, le forme degli alberi, il verde intenso dei boschi, le piume variopinte degli uccelli, tutto lo straordinario materiale che poi avrebbe messo in moto il suo talento di pittrice esplodendo in quadri di forme e colori fuori del comune. Costretta a guadagnarsi la vita molto presto, in lavori umilissimi come la pastora o la serva di famiglie abbienti, la nascita del suo talento resta segreta per tutti e la bellezza della sua opera sarebbe sepolta nelle ingiustizie della storia se, per un caso fortunato, nel 1912 il critico d’arte e collezionista tedesco Wilhem Uhde non si fosse trasferito a Senlis, una piccola città vicina a Parigi, per poter lavorare in pace.

Ammiratore dalle immagini di Rousseau, interessato all’arte dei moderni primitivi, scoprì che quella piccola, modesta, introversa, silenziosa donna, in apparenza insignificante, aveva un mondo d’immagini dentro e l’abilità innata di trasferirle sulla tela. Un giorno vide per caso in casa di conoscenti un quadro che rappresentava delle mele. Ne restò impressionato e chiese chi fosse il pittore, le risposero che era la sua domestica. Giorni dopo Uhde ottenne che Séraphine lo invitasse nella sua stanza atelier e lì scopri un tesoro. Ammassati contro le pareti della piccola stanza giacevano decine di quadri sorprendenti per la passione, il fervore sacro che si era incarnato in quelle nature morte, che in nulla assomigliavano alle banali nature morte o alle stereotipate scene di caccia che Séraphine aveva tante volte spolverato in casa dei suoi padroni.

Nei quadri di Séraphine non ci sono figure umane né si raccontano storie. Scrisse André Malraux che risultava chiaro che a Séraphine sevissero i fiori per dipingere i suoi quadri ma che quei quadri non riproducevano fiori, ma ben altro emanava da essi, da quei rossi e azzurri che erano immagini di un sacro erotismo che esaltava la vita attraverso le forme più semplici della natura vegetale. 

Per opera di Uhde di colpo veniva rivelato il segreto di quella pittura che Séraphine aveva sempre nascosto e nessuno conosceva. Dopo aver assolto ai suoi doveri, si rinchiudeva nella sua stanza dove a lume di candele, improvvisava le sue tinte con la cera che sottraeva in chiesa o il sangue che le regalava il macellaio, o con le piante e fiori che raccoglieva nei campi, non potendo certo permettersi di comprare colori.

L’abitudine al silenzio Séraphine l’aveva coltivata, in línea comunque con la sua natura, da quando a tredici anni, quindi all’inizio di una adolescenza dove si consolida la propia identità di persona, la contrattarono per pulire e cucinare nel Convento della Carità della Provvidenza, nella città di Clermont. Per venti anni chiusa tra le mura del Convento, pur non avendo mai presi i voti, Séraphine visse come una monaca, pregando, lavorando, osservando quasi sempre il silenzio. Uhde si rese conto che nessuno prima di lui aveva posato gli occhi su quelle pitture né tantomeno aveva visto Séraphine dipingere, preparare i colori e le tele artigianalmente in un raccoglimento monacale, in quello spazio ristretto dove un piccolo camino scaldava e illuminava e sulla cui mensola sempre ardeva una luce per la Vergine. Mistica e appassionata, Séraphine ci ha lasciato un’opera che il suo mecenate definì come il frutto di un cuore sacro, di un’autodidatta assoluta che mai entrò in un museo o conobbe le opere di altri pittori, e in questa ingenuità culturale con animo primitivo seppe calare una strabordante sensualità umana dentro le forme della natura che dipinse come esplosioni di vita. Le sue piante carnali, i suoi frutti si popolano di ciglia, le sue foglie sono manifestazioni sontuose e colorate in cui si aprono occhi, una rete di sussurranti e erotici rami ci portano dentro un Eden di piaceri che i colori e le forme potenziano.

La piccola pittrice dal volto pallido e gli occhi ardenti, dipingendo quasi in trance, crea un universo di spazi dove il sensuale e il sacro convivono, senza presenze umane, né corpi, né volti, né mani, solo foglie, fiori, rami che parlano il linguaggio antico di una creazione indivisa. Per Séraphine l’arte era una rivelazione divina, un atto affettivo come per Van Gogh e insieme il mezzo per redimere la pochezza, l’insignificanza della sua vita attraverso l’atto della creazione.Séraphine stessa ci racconta che una domenica mentre pregava in Chiesa, sentí le parole della Vergine “ Devi dedicarti alla pittura” e nonostante avesse 42 anni e da tre decadi lavorasse pulendo case estranee, seppe che aveva scoperto la sua missione sulla terra e che le parole divine erano rivelazione e mandato.

Uhde, sicuro di aver scoperto un altro grande talento, dopo quelli di Picasso, Braque, Rouseau e altri, sostenne Séraphine anche economicamente ma quando cominciò la prima guerra mondiale dovette fuggire dalla Francia e perse i contatti con lei. Solo alla fine degli anni ’20 si rincontrarono e il critico fu capace di costruire la sua reputazione come pittrice. Ma Séraphine non era più in grado di godere di quel successo, dal momento che la sua salute mentale, già fragile, cominciò a mostrare segni di forte deterioramento, con deliri religiosi e manie di persecuzione, affermava che gli angeli le parlavano continuamente, che la gente la invidiava e desiderava il suo male. Spendeva in cose inutili tutto quello che ricavava dalle sue opere, smise di mangiare e cominciò a bere troppo. In preda a stato confusionale per le strade del paese fu internata nell’ospedale psichiatrico di Clermont. La diagnosi fu di psicosi cronica con manie di grandezza, poiché nessuno poteva credere che quella donna così ridotta fosse una grande pittrice che aveva esposto le sue opere in varie mostre e ottenuto grandi consensi nella comunità artistica. Séraphine fu una ricoverata obbediente e rassegnata che non dipinse mai più tra le pareti del manicomio, rifiutando qualsiasi consiglio e sostegno a farlo, adducendo di essere troppo vecchia per la pittura, soprattutto in un luogo come quello. Volle però penne e fogli si cui scrivere i suoi ricordi, le sue emozioni, i suoi pensieri, i suoi deliri.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale le precarie condizioni di vita nell’ospedale si aggravarono; la maggior parte del personale partì per il fronte, restarono solo tre medici ad occuparsi di più di quattromila pazienti. Mancavano medicine e cibo: gli ammalati soffrivano fame e freddo, dormivano seminudi nei corridoi, invasi dai pidocchi e dalle zecche. Séraphine mangiava l’erba del prato che circondava l’edificio e la spazzatura che trovava in giro. Nell’ottobre del 1942, cadde in bagno e si ruppe un braccio. Le diagnosticarono un cancro al seno e morì l’11 dicembre di quello stesso anno.

Lasciò istruzioni per il suo funerale: ne voleva uno di prima clase, con música, ad Arsy dov’era nata. Scrisse anche il suo epitaffio: "Qui giace Séraphine Louis Maillard, quella senza rivali, in attesa della sua benvenuta Resurrezione". Nessuno, neppure sua sorella, ne reclamò il corpo e fu interrata in una fossa comune.

Nel 2008 le fu dedicato un film “Séraphine” che ne seppe mostrare con sensibilità la personalità, la tragica vita e il talento,diretto da  Martin Provost e interpretato da Yolande Moreau, che vinse il premio César per l’interpretazione.

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