Shakespeare tradotto in napoletano

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L’occhio mio s’è ‘nventat’ pittore e po’ ha pittato,
‘e bellezze toje ‘ncopp’e tele ‘do core mio.
Stù cuorpo è ‘a cornice che ci aggio dat’
e, fatt’in prospettiva, è nu lavoro ‘e Ddio

Uno Shakespeare così non si era davvero mai letto. Trasformare la lingua del Bardo nel napoletano nobile è operazione delicata. Specie se non si vuole scivolare nel folklore ma conservare, dei sonetti scespiriani, l’impianto metrico mirabile e l’intensità poetica. Dario Iacobelli si impadronisce del classico e gli dà una veste nuova, a volte sanguigna, altre eversiva, rispettosa dell’originale proprio quando sembra più tradirlo. D’altra parte ogni buona traduzione è, prima di tutto, un tradimento consumato a colpi di genio ed equilibrio: e se tradire, alla lettera, sta per tramandare, ecco che le liriche arrivano a noi rigenerate, dimostrando che l’arte si fa beffe di secoli, latitudini e idiomi.

Sabato 12 marzo 2016 a iocisto, la libreria di tutti a Napoli un appuntamento da non perdere: sarà presentato per la prima volta il libro: "30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti in napoletano da Dario Iacobelli" appena pubblicato dalla casa editrice ad est dell’equatore.

Dario Iacobelli (Napoli, 1957-2013) ha lasciato un patrimonio letterario notevole che sta venendo progressivamente alla luce, una produzione segnata da un’ironia dissacrante e profonda. paroliere per musicisti come i Bisca, i 99Posse, gli Almamegretta, Peppe Barra, Nino D’Angelo e Daniele Sepe. La sua carriera spazia dall’ideazione e la realizzazione di percorsi multimediali e di video mapping, alla regia e la sceneggiatura del pluripremiato Fuori dal Giro e di altri cortometraggi alla sceneggiatura del lungometraggio Nauta. Gli scritti di Dario Iacobelli mostrano uno sguardo sul mondo acuto e appassionato, privo di pregiudizi e di retorica. Lo sguardo di un uomo vissuto al limite tra genio e nichilismo che si è lasciato alle spalle un’eredità di illuminante cinismo e insospettabile speranza. L’autore ha letto alcuni dei sonetti contenuti in questa raccolta allo Shakespeare Festival di Viareggio, nell’agosto del 2010.

Un ricordo di Peppe Barra
“Ho incontrato Dario una quindicina di anni fa, fu Rocco Pasquariello a presentarci, nel periodo in cui si lavorava al mio disco Guerra. Lo sguardo beffardo che scompariva dopo un sorriso franco e contagioso sono il primo ricordo che ho di lui, fu subito grande simpatia.

Un incontro importante, dai suoi versi nacque il titolo del disco e da quel momento“Tammurriata nera” si trasformò per sempre in “Guerra”:  “A’ guerra song’ io/io song o’ cannon, o’ missile e a’nave/ Io songe’criature/, a’ terra che brucia…./Io l’aggio voluta/ io l’aggio pensata, m’è nata into o’ core”.  Grande tagliente sensibilità quella di Dario, ispirandoci a vicenda, è nato quel pezzo cult del mio repertorio che ha filmato anche John Turturro in Passione.

Anni dopo, eravamo al Teatro Trianon per la messa in scena della “Cantata dei Pastori” e Dario, al quale Rocco aveva affidato la regia della registrazione video dello spettacolo, davanti a un caffè senza zucchero, mi disse: “Peppe, ho tradotto in napoletano alcuni sonetti di Shakespeare”.  “I sonetti?” Lo guardai stupito. “Eccoti una copia, ne parliamo domani o quando vuoi”. Ne parlammo eccome.  La traduzione in napoletano di quei sonetti, che per la verità in italiano ricordavo un po’ monotoni, mi piacque moltissimo, erano diventati brillanti, musicalmente perfetti. Nun songo o cuorpo, ma chello ca ‘n cuorpo nun se vede e ce sta/  jo songo ’sta poesia e l’annema mia co ‘sta poesia te restarrà.

La lingua di Dario era riuscita a dargli un altro vigore. Ne scaturì il desiderio di farne uno spettacolo ma poi il tempo ci è sfuggito di mano, ora la pubblicazione mi consente di condividere con i lettori il piacere di questi versi”.
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