Sky Arte Festival 2017, la giornata di chiusura

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Gli eventi del Festival Sky Arte nella sede di Villa Pignatelli si sono chiusi ieri, domenica 7 maggio, e sono riusciti ancora una volta ad attirare una notevole presenza di pubblico.



Uno degli incontri più stimolanti era, senza alcun dubbio, quello con il Maestro della fotografia Oliviero Toscani (“Più di 50 anni di magnifici fallimenti”) che tra provocazioni, battute e aneddoti sulla sua storia, ha specificato inizialmente come i giovani siano “una risorsa incredibile” e di come sia “frustrato di non vedere un’energia applicata” per una “rivoluzione”, una “sovversione seria” del nostro Paese, un sconvolgimento lontano dalla filosofia di alcuni “vecchi” che vogliono “aiutare i giovani”. Durante l’incontro, Toscani ha raccontato di suo padre (“era un reporter del Corriere della Sera che documentava gli eventi di questo paese”), della sua formazione di cinque anni alla Scuola d’Arte Applicata di Zurigo, della “fortuna e il privilegio” di lavorare con maestri Bauhaus e della sua visione dell’arte, in particolare della fotografia. “L’artista deve affrontare il problema del mercato perché il potere ha avuto un rapporto molto stretto con l’arte”: non a caso, come ricordato da Toscani, “senza grandi committenti non si sarebbero potuti esprimere grandi artisti”. Per il fotografo milanese “non si può essere sicuri ed essere creativi” perché, per essere inventivi, ci si deve fidare della propria’”insicurezza” (il suo appello è: “Fottetevene di ciò che richiede il mercato”).

Basando la sua carriera su un semplice “situazionismo” (che lo ha spinto ad iniziare con le foto di moda), Toscani ha dichiarato di non avere idee, di non cercarle, di non perdere tempo a cercarle, specificando come una fotografia sia un “servizio pubblico”, debba essere “gratuita” (come tutta la grande arte) e che l’arte del fotografare sia “più facile anche del dipingere” e rappresenti un “mezzo per poter esprimere la propria visione agli altri” (“Uno scrittore è autore. Essere fotografo vuol dire la stessa cosa”). L’artista lombardo ha manifestato a gran voce la sua scelta di essere libero anche dalla tecnologia, dalla quale non si fa condizionare, perché, pur conoscendo “tutto del passato fino ad oggi”, “siamo ciechi e non immaginiamo il futuro”, trascurando le attività dell’”immaginare, pensare fantasticare e sognare” e dimenticando di godere di ciò che siamo. “Abbiamo delegato le nostre vite a quei subumani che studiano alla Bocconi. Quelli della finanza, dell’economia, vestiti di blu con cravatte Hermès regalate dalla moglie che hanno un gran gusto e capelli come un abat jour”, ha ironicamente dichiarato Toscani. Perché non abbiamo affidato la nostra vita a musicisti, allora? “Con il ritmo e la musica ci muoveremmo diversamente”, ha dichiarato il Maestro, “Credete che Monti sarebbe riuscito a tenere assieme i Rolling Stones?”, ha chiesto sarcasticamente. Secondo l'artista milanese “la ricerca del consenso è dei mediocri” perché “l’identità creativa” che si conforma alle tendenze “è noiosa”: l’obiettivo è quello di abbandonare la nostra condizione di “teleidiotizzati”, dimenticare la “condizione umana che i media ci propagano” e ritrovare “lo spirito, l’immaginazione, l’energia, il sogno”, staccando il cerotto che ci hanno messo “sul cuore, sullo stomaco e anche sull’uccello”.

L’arte, dopotutto, “non ha a che fare con la morale, col bene o col male”, è un’azione “umana”: la natura, infatti, “non ha bisogno di fare arte”. 



Il panel seguente ha visto la presentazione del progetto dell'artista Mimmo Paladino, “Ho perso il cunto”. Nonostante l’assenza del regista e di Sergio Rubini, erano presenti all’incontro gli attori Alessandro Haber e Tonino Taiuti. Il primo, che ha visto per la prima volta su uno schermo alcune scene montate, si è detto “felice e orgoglioso di essere dentro” il progetto, ha elogiato pubblicamente il lavoro di Paladino, esaltandone quel “qualcosa di magico”, la “potenza dell’idea” e, a grazie alla natura multiforme (e in fieri) del film, la possibilità di pensare ciò che si vuole e capire ciò che si desidera. “Il tipo di linguaggio” artistico utilizzato da Paladino, grandissimo “direttore d’orchestra” ammirabile - secondo Haber - anche sul piano umano, “può andare ovunque”, “è illegibile”, “sperimentale” e permette ai “numeri nell’arte” di andare in libertà. Il regista/artista, secondo l’attore genovese, grazie ai numeri “infiniti”, riesce “attraverso le sue immagini, le sue idee, a evocare qualcosa che diventa personale”, che “dipende dallo stato d’animo” di chi lo guarda e che permette allo spettatore di rievocare “qualsiasi cosa”, come una “nota o una nascita”. Anche Taiuti ha espresso grande soddisfazione nel partecipare al progetto di Paladino, lodandone le “suggestioni” e gli “spunti” che gli hanno permesso di avere grande libertà sul set: non a caso, Aldo nove “ha costruito una sceneggiatura che gli attori hanno considerato come una traccia sulla quale improvvisare”. Il film, nato nei quartieri spagnoli grazie alla Fondazione Foqus (già committente di un obelisco-albero di numeri realizzato circa un anno fa dall'artista e presente nel film), è infatti ancora un work in progress: nonostante la momentanea incompletezza del lungometraggio, la volontà di Paladino sembra chiara: portare lo spettatore nel fantastico mondo dei numeri, astratti ma simili alla realtà, elementi magici nel quale possiamo proiettare la nostra visione delle cose.



A chiudere la manifestazione a Villa Pignatelli è stato l’incontro, moderato da Piera Detassis, giornalista e critica cinematografica, con Cristina Donadio e Geppi Cucciari. L’attrice napoletana ha parlato al pubblico del suo excursus lavorativo, della sua scelta da giovane di “tradire tutto il peso di avere una tradizione così pesante per uscire dalla convenzione”, dell’emozione della prima lettura di un testo teatrale e della “pericolosità” del mestiere dell’attrice: secondo la Donadio “fare l’attrice non è solo leggere il copione e quello che c’è” ma è “connettere con la parte più nascosta di te”, essere “borderline”, “in bilico”, provare una condizione di disequilibrio che ti permette di “guardare dentro te stesso”, abbandonarti al tuo personaggio e alla tua “parte con cui non vuoi avere a che fare”. Per la 56enne napoletana all’interno del suo essere vi è un “guardaroba” pieno di cassetti e grucce dove sono raccolti gli abiti dei personaggi, un mobile mentale dove “trovi qualcosa che hai usato anni prima e si può adattare” al film che stai girando. L’interprete de “La Parrucchiera” ha parlato, come prevedibile, anche del futuro del personaggio che l’ha resa popolare: Scianel, il tremendo boss di Gomorra, “espressione dell’orrore” e della "cattiveria". “Un personaggio come Scianel rischia di diventare una trappola”, ha aggiunto la Donadio, che ha definito il suo personaggio "compiuto”, “archetipo del male che ognuno di noi ha dentro” nel quale potrebbe rischiare di identificarsi per il resto della sua carriera. Proprio per questo, contemporaneamente alle riprese della serie TV prodotta da Cattleya, sta preparando due spettacoli teatrali: “Meno male che c’è il teatro che dà una percezione diversa da quello che fai. Tornare al teatro è sano: sono felice di tornarci così come sono felice che siano esistiti Gomorra e Scianel nella mia vita”. L’aneddoto più interessante è stato indubbiamente quello relativo a Federico Fellini, che l’aveva scelta per “La città delle donne”, lasciato a malincuore dopo un mese di immobilismo di riprese mai iniziate, per girare un film con Aurelio Chiesa, “Bim Bum Bam”.

Geppi Cucciari ha raccontato il suo sogno di quando era piccola, diventare una comica, e la volontà di provocare “un alleggerimento da qualche sensazione” a chi la ascoltasse, provando ad intrattenere come facevano i suoi idoli della televisione (tra gli altri, Bud Spencer, Terence Hill, Dean Martin e Jerry Lewis). Dopo aver rivelato qualche particolare sulla sua infanzia, come la nascita del suo nome (Maria Giuseppa) o la recita di fine anno all’asilo (nella quale interpretava Bernadette), la comica sarda ha dichiarato ironicamente come all’interno della sua testa ci sia un “condominio di persone” abitato da “chi vota, chi non vota o chi vuole trasferirsi a Calcutta”. Condominio che le permette di essere diversa dai personaggi che interpreta e da come era inizialmente percepita dal pubblico: un’insicura femminista odiatrice di uomini, il simbolo nazionale del bifidus ActiRegularis o una donna avvezza ad un lamento continuo (“Non sono quello che faccio”, ci ha tenuto a specificare la Cucciari, sempre pronta alla battuta e ad elogiare Napoli in molti suoi aspetti). Nel suo futuro, come ha raccontato, spera le affidino dei ruoli cinematografici diversi dal suo modo d’essere e continuerà a lavorare in teatro, dove tornerà con un monologo tutto suo.

Noi di Cinque Colonne abbiamo posto due domande alle attrici presenti all’incontro.

(A Cristina Donadio) 

Conosciamo da anni le solite polemiche e accuse che vengono fatte a Gomorra. Hai mai pensato, almeno per un attimo, di rifiutare il ruolo di Scianel per paura di “buttare fango” sulla tua città?

Assolutamente no. Credo che sia un finto problema, nel senso che sicuramente non è un’opera cinematografica che può indirizzare al male alle persone, perché sarebbe veramente stupido pensarlo, e poi credo che Gomorra rappresenti una periferia del Sud del mondo: potrebbe essere Napoli ma potrebbe essere il Venezuela, il Messico o la Sicilia. Credo che chi ha detto questa cosa soffra di falsa coscienza, perché è troppo facile dire: “Si porta fuori l’immagine peggiore di Napoli”. Molte volte l’immagine peggiore di Napoli la creiamo noi napoletani col nostro comportamento sbagliato.

(A Geppi Cucciari)

Hai detto che in America i comici sono molto influenti. Noto come gli stand-up comedians americani abbiano più importanza rispetto ai nostri comici o che, perlomeno, facciano qualcosa di diverso. Come mai credi che qui non ci sia una cultura simile a quella americana?

In America la cultura degli stand-up comedians innanzitutto prende più comici, in America presentano il Late Night Show: David Letterman, Jay Leno, Jon Stewart sono tutti comici che iniziano il programma con un piccolo stand-up con delle battute e poi hanno gli ospiti. Ci va Obama. Cioè, ci va Obama. Obama andava da Letterman, poi da Fallon. E’ sicuramente un altro modo di vedere il linguaggio, usato per parlare di qualsiasi cosa. Questo è un paese dove tante cose non riesci a dirle usando il linguaggio: poi in realtà l’unica persona che è partita come comico, e sai che strada ha fatto, non fa più il comico. Non so, non credo non ci sia la cultura del comico: a Napoli qualsiasi persona con cui parli è pià simpatica di me, con chiunque parli per strada fa più ridere di me. Io sono venuta qua per uno spettacolo di 20 anni fa al Tunnel (che era ancora il Tam Teatro, in uno scantinato): chiunque fosse di fronte a me era molto più divertente di me, molto più simpatico di me. Voi aiutate le persone a capire cos’è il vero umorismo, voi che ormai sapete che quello che fa ridere è soltanto la verità che trovate ogni giorno per strada, nelle vostre vite. Ed è difficile che un comico napoletano non parli di cose vere. Che poi sono quelle che piacciono a me, per quello adoro i comici napoletani. Da Totò in poi.

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Sky Arte Festival 2017, la giornata di chiusura