• Magazine
  • Sport
  • Storia del calcio: il calcio minore al sud durante il primo decennio fascista

Storia del calcio: il calcio minore al sud durante il primo decennio fascista

Stampa/PDF

È risaputo che il regime fascista avesse a cuore le sorti dello sport come propaganda politica per impressionare gli stati stranieri che prevedeva, per ogni buon fascista, l’insegnamento dello sport per un fisico allenato e pronto al combattimento. Il governo fascista comprese subito, più di altri sport, la popolarità e il potenziale del gioco del calcio, ma solo dopo la prima guerra mondiale il calcio conobbe il suo massimo successo. A tal proposito, lo storico Simon Martin ebbe a dire: «E' scontato che alcune tra le prime squadre nacquero tra il 1880-90, ma il gioco esplose soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Ed è una delle ragioni per cui i fascisti vollero assumerne il controllo. Una volta introdotto, il calcio ebbe un successo travolgente, piu? che altrove. Fu soprattutto dovuto all’avanzare dell’industrializzazione. Non e? un caso infatti che il gioco esplose nel Nord, nel triangolo industriale dove le imprese cominciavano a pubblicizzare lo sport, sia per moventi filantropici, che per ragioni di controllo sociale. Non era in realta? uno sport molto importante nel Sud, a causa della grande estensione delle aree rurali, infatti la mancanza di grandi citta? non permetteva la presenza della folla di cui si aveva bisogno. L’evoluzione del gioco era strettamente connessa alla crescente industrializzazione, che avvenne abbastanza tardi in Italia».

In effetti, a sud, si contavano soltanto squadre minori, ad eccezione del Savoia di Torre Annunziata (vice-campione d’Italia nel 1922), ma anch’esse contribuirono alla popolarità di questo sport che attirò l’attenzione del regime, almeno fino alla Lega di Serie A unica, come ci dice Alessio Cristino: «I fascisti furono abbastanza astuti in questo periodo in quanto riconobbero nel calcio la sua vera natura: uno sport amato dalle masse. Era quindi davvero l’unico mezzo di cui disponevano per raggiungere la societa? di massa. Poco importa se accadeva tramite coloro che guardavano gli incontri, o tramite coloro che leggevano i giornali, o che ascoltavano altri leggere i giornali. Erano entusiasti all’idea di attaccarsi ad uno sport nazionale, ed il calcio aveva questo ruolo. Non ebbe nessuna imposizione nel divenire uno sport fascista. Queste squadre dovevano essere capeggiate da fascisti. In un certo senso accadde automaticamente, con la creazione di una lega nazionale. Con la Serie A, vollero creare un senso d’identita? nazionale. Quindi, piuttosto che avere diverse leghe, come la Lega Campania, la Lega Lazio, vollero una lega nazionale unica, che dicesse ‘questa e? un’unica nazione’, cosi? il Napoli si sarebbe spostato fino a Torino per incontrare la Juventus. Nel contempo capirono che per avere una lega nazionale non potevano esserci troppe mini squadre. Arpinati era il Presidente della federazione calcio nel mentre, e fu proprio lui a rendersi conto di tutto cio?. Disse alle squadre che se volevano far parte della lega dovevano mettere insieme le proprie forze».

Sotto la pressione (ma direi il ricatto) del fascismo, molte società di calcio dovettero cambiare denominazione. Nel 1920 nacquero così i GUF (Giovani Universitari Fascisti) che si riconoscevano nel Partito Nazionale Fascista. I calciatori rappresentavano per il fascismo l’ideale dell’uomo nuovo, sul quale si basava la sua propaganda politica. Ogni nucleo, presente in ogni città, era formato da 25 unità che, oltre a fare politica per il regime, organizzavano attività sportive. Vi fecero parte molti intellettuali e politici che dopo la caduta del regime ebbero un ruolo primario nella politica di sinistra: Mario Alicata, Giorgio Almirante, Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Testori e altri. Molte squadre di calcio furono costrette a trasformarsi in GUF o ad apporre alla denominazione originaria l’aggettivo “fascista”. Addirittura  La Dominante di Genova, nata nel 1928 dalla fusione dell’Andrea Doria con la Sampierdarenese, giocava con una divisa completamente nera, dove si evidenziava lo stemma classico del grifone genovese unitamente ad un fascio littorio, simbolo fascista ripreso dall’antica Roma.

I grandi capoluoghi, come Napoli, furono “esentati” dall’apporre il sostantivo Fascista al nome della più importante squadra di calcio della città. Di conseguenza, quest’aggiunta “politica” avvenne solo nelle province e in particolare per le squadre che partecipavano ai campionati ULIC (Unione Libera Italiana del Calcio, fondata a Milano nel 1917 da Luigi Maranelli) di propaganda politica. In quella di Napoli, a Pomigliano d’Arco, per citarne qualcuna, il Gruppo Sportivo Pomiglianese, fondato nel 1920, divenne Gruppo Sportivo Fascista Pomiglianese nel campionato 1929-30. Ai suddetti campionati, ma della sezione Aversa, sin dalla sua fondazione (1928) partecipò anche l’Unione Sportiva Fascista Giuglianese, del presidente Giuseppe Camerlingo. A Pozzuoli, la locale squadra fu costretta a cambiare denominazione in Fascio Giovanile Pozzuoli.

Nelle altre province campane, a Salerno, l’Unione Sportiva Salernitana, fondata nel 1919 dal presidente Adalgiso Onesti e dai soci Vincenzo Giordano e Matteo Schiavone, dopo essere stata rifondata con la fusione tra due squadre, il Campania Foot-Ball Club (nota anche come Campania Fascista) e la Libertas Salerno, alla fine del 1926, prese il nome sociale di Unione Sportiva Fascista Salernitana, incominciando dal campionato di Seconda Divisione 1927-28. Il fascismo s’introdusse anche nel calcio beneventano, con il Gruppo Universitario Fascista Benevento.

Sul territorio casertano, che divenne una estensione di quello napoletano con Caserta che si rassegnò a diventare un quartiere di Napoli, dopo che fu soppressa da Mussolini durante il suo discorso del 26 maggio 1927 alla Camera dei Deputati, sotto forti spinte espansionistiche di Roma, Frosinone e Napoli, l’Unione Sportiva Casertana, fondata nel 1924, divenne fascista solo per un campionato, quello di Prima Divisione – Sud del 1926-27, confermando la decisione del regime di lasciare inalterate le denominazioni originarie delle grandi città.

Non c’è dubbio che il calcio per i fascisti era un modo espansionistico di propaganda politica, l’ingerenza nelle società sportive è palese. Ma fu solo una strategia per imporre la loro ideologica, o passione e impegno per la diffusione del calcio?  

Stampa/PDF
Storia del calcio: il calcio minore al sud durante il primo decennio fascista